Canto XVIII

Il canto conclude l’episodio di Cacciaguida nel cielo di Marte con l’elenco di altri grandi combattenti per la fede (Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo, Rinoardo, Goffredo di Buglione, Roberto il Guiscardo), poi accompagna Dante nell’ascesa al sesto cielo, quello di Giove, dove le anime dei sovrani giusti formano lettere luminose che compongono la scritta “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM” (“Amate la giustizia, voi che giudicate la terra”), per poi trasformarsi nella figura di un’aquila, simbolo della giustizia imperiale. Il canto si chiude con una dura invettiva contro papa Giovanni XXII, accusato di essere più interessato alle scomuniche e al denaro che alla vera missione della Chiesa.

Personaggi:

Dante, Beatrice, Cacciaguida. Vengono nominati i combattenti della croce di Marte: Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo, Rinoardo, Goffredo di Buglione, Roberto il Guiscardo. Nel cielo di Giove appaiono le anime dei sovrani giusti, e il canto si chiude con un’invettiva contro papa Giovanni XXII.

Luoghi:

Quinto cielo, quello di Marte, e ascesa al sesto cielo, quello di Giove.

Dante, Beatrice, Giuda Maccabeo e Carlo Magno nel Canto XVIII del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Cacciaguida completa l’elenco delle anime della croce di Marte, indicando a Dante le luci di Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno e Orlando, Guglielmo e Rinoardo, Goffredo di Buglione e Roberto il Guiscardo (vv. 1-51). Dante si volge quindi verso Beatrice, il cui splendore accresciuto gli rivela che sono saliti, senza accorgersene, al sesto cielo, quello di Giove (vv. 52-69).

Nel cielo di Giove, le anime dei sovrani giusti, danzando e cantando, compongono via via le lettere della scritta biblica “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM”, monito ai governanti terreni tratto dal Libro della Sapienza (vv. 70-96). Al termine della scritta, le luci si ricompongono nella figura di un’aquila, simbolo della giustizia imperiale (vv. 97-114).

Il canto si chiude con un’invocazione di Dante al cielo di Giove perché corregga la corruzione della Chiesa terrena, seguita da una durissima invettiva contro papa Giovanni XXII, accusato di dedicarsi solo alle scomuniche e al denaro invece che seguire l’esempio di Pietro e Paolo (vv. 115-136).

Testo e Parafrasi

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Già si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l’acerbo;3
Già quello specchio beato, Cacciaguida, godeva solo del proprio pensiero rivolto a Dio, e io gustavo il mio, temperando col dolce dubbio l’amarezza appena provata;
e quella donna ch’a Dio mi menava
disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
presso a colui ch’ogne torto disgrava».6
e quella donna che mi conduceva a Dio disse: «Cambia pensiero; pensa che io sono vicina a Colui che allevia ogni torto subito».
Io mi rivolsi a l’amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:9
Mi rivolsi al suono amoroso del mio conforto; e quale amore io allora vidi nei suoi occhi santi, qui rinuncio a descriverlo:
non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s’altri non la guidi.12
non solo perché io diffidi delle mie parole, ma perché la mente non può risalire così in alto su sé stessa, se qualcun altro non la guida.
Tanto poss’ io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,15
Tanto posso ridire di quel momento: che, contemplandola, il mio affetto fu libero da ogni altro desiderio,
fin che ’l piacere etterno, che diretto
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.18
finché il piacere eterno, che si irradiava direttamente in Beatrice, non mi appagò, dal suo bel viso, con un secondo riflesso di bellezza.
Vincendo me col lume d’un sorriso,
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».21
Vincendomi con la luce di un sorriso, ella mi disse: «Voltati e ascolta; poiché non soltanto nei miei occhi si trova il paradiso».
Come si vede qui alcuna volta
l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
che da lui sia tutta l’anima tolta,24
Come si vede qui talvolta l’affetto manifestarsi nello sguardo, quando esso è così intenso da rapire tutta l’anima,
così nel fiammeggiar del folgór santo,
a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.27
così nel fiammeggiare di quella luce santa, verso cui mi volsi, riconobbi il desiderio di parlarmi ancora un poco.
El cominciò: «In questa quinta soglia
de l’albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia,30
Esso cominciò: «In questo quinto ramo dell’albero che vive dalla cima, cioè da Dio, e produce sempre frutti e non perde mai foglia,
spiriti son beati, che giù, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.33
si trovano anime beate che, quaggiù, prima di giungere al cielo, furono così famose, che ogni poeta ne trarrebbe abbondante materia.
Però mira ne’ corni de la croce:
quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
che fa in nube il suo foco veloce».36
Perociò osserva i bracci della croce: colui che io nominerò, lı̀ farà lo stesso movimento che fa un fulmine veloce dentro una nuvola».
Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.39
Io vidi attraversare la croce una luce al solo pronunciare il nome di Giosuè, non appena ciò avvenne; né mi fu chiaro il significato delle parole prima ancora del fatto stesso.
E al nome de l’alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.42
E al nome del grande Giuda Maccabeo vidi muoversi un’altra luce roteando, e la letizia era come la frusta che fa girare la trottola.
Così per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com’ occhio segue suo falcon volando.45
Così, per Carlo Magno e per Orlando, il mio sguardo attento ne seguı̀ altre due, come l’occhio segue il proprio falco in volo.
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e ’l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.48
Poi la mia vista fu attirata lungo quella croce da Guglielmo e Rinoardo, dal duca Goffredo di Buglione, e da Roberto il Guiscardo.
Indi, tra l’altre luci mota e mista,
mostrommi l’alma che m’avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.51
Quindi, mescolandosi e muovendosi tra le altre luci, l’anima che mi aveva parlato, Cacciaguida, mi mostrò quanto fosse abile artista tra i cantori del cielo.
Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;54
Mi voltai dal mio lato destro per vedere in Beatrice ciò che il mio dovere mi suggeriva, se dovessi parlare o compiere qualche gesto;
e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l’ultimo solere.57
e vidi i suoi occhi così limpidi, così gioiosi, che il suo aspetto superava ogni altra volta precedente, persino l’ultima.
E come, per sentir più dilettanza
bene operando, l’uom di giorno in giorno
s’accorge che la sua virtute avanza,60
E come, provando maggior piacere nell’operare bene, l’uomo si accorge giorno dopo giorno che la propria virtù progredisce,
sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
veggendo quel miracol più addorno.63
così mi accorsi che il mio percorso circolare insieme al cielo aveva ampliato il proprio arco, vedendo quel miracolo di bellezza ancora più adorno.
E qual è ’l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando ’l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,66
E come in breve tempo si trasforma il colorito di una donna pallida, quando il suo viso si libera del peso della vergogna arrossendo,
tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.69
tale fu il cambiamento nei miei occhi, quando mi volsi, per il candore della sesta stella temperata, Giove, che mi aveva accolto dentro di sé.
Io vidi in quella giovïal facella
lo sfavillar de l’amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra favella.72
Io vidi in quella fiaccola gioviale lo sfavillare dell’amore che vi si trovava disegnare, davanti ai miei occhi, le lettere del nostro alfabeto.
E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera,75
E come uccelli levatisi da un fiume, quasi festeggiando per il proprio nutrimento, formano ora uno stormo tondo ora un’altra figura,
sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.78
così dentro quelle luci sante creature, volando, cantavano, e formavano ora una D, ora una I, ora una L nelle proprie figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi.81
Dapprima si muovevano cantando secondo la propria melodia; poi, diventando l’una o l’altra di queste lettere, si fermavano un poco e tacevano.
O diva Pegasëa che li ’ngegni
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ’ regni,84
O divina Pegasea, tu che rendi gloriosi gli ingegni e li fai vivere a lungo nella fama, e con essi le città e i regni che celebrano,
illustrami di te, sì ch’io rilevi
le lor figure com’ io l’ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!87
illuminami con la tua luce, cosicché io possa rendere le loro figure così come le ho concepite: si manifesti la tua potenza in questi pochi versi!
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.90
Si mostrarono dunque trentacinque, cioè cinque volte sette, tra vocali e consonanti; e io annotai le singole parti così come mi apparvero.
‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.93
‘AMATE LA GIUSTIZIA’: queste furono le prime parole, verbo e soggetto, di tutto il disegno; ‘VOI CHE GIUDICATE LA TERRA’ furono le ultime.
Poscia ne l’emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d’oro distinto.96
Poi rimasero ordinate nella lettera emme dell’ultima parola pronunciata; cosicché Giove sembrava lı̀ argento impreziosito da disegni d’oro.
E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch’a sé le move.99
E vidi scendere altre luci proprio sulla sommità di quella emme, e lı̀ quietarsi cantando, credo, la lode del bene che le muove.
Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,102
Poi, come dal percuotere di ceppi ardenti si sprigionano innumerevoli faville, dalle quali gli stolti sono soliti trarre presagi,
resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come ’l sol che l’accende sortille;105
sembrarono risorgere da lı̀ più di mille luci e salire, chi molto e chi poco, così come il sole che le accende distribuı̀ loro il compito;
e quïetata ciascuna in suo loco,
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.108
e, quietatasi ciascuna al proprio posto, vidi quella luce ormai distinta rappresentare la testa e il collo di un’aquila.
Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch’è forma per li nidi.111
Colui che disegna lı̀ non ha bisogno di essere guidato da nessuno; anzi è lui stesso a guidare, e da lui deriva quella virtù che dà forma persino ai nidi degli uccelli.
L’altra bëatitudo, che contenta
pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
con poco moto seguıtò la ’mprenta.114
L’altra schiera beata, che prima sembrava contenta di disporsi a forma di giglio sull’emme, con un lieve movimento segúı il disegno dell’aquila già tracciato.
O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!117
O dolce stella, quali e quante gemme mi dimostrarono che la nostra giustizia terrena è un effetto del cielo che tu, Giove, adorni come gioielli!
Per ch’io prego la mente in che s’inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;120
Per questo prego la mente divina da cui ha origine il tuo movimento e la tua virtù, che osservi da dove esce il fumo che offusca il tuo raggio di giustizia sulla terra,
sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martíri.123
così che essa si adiri ancora una volta contro il comprare e vendere dentro quel tempio che fu costruito con segni miracolosi e con i martiri dei santi.
O milizia del ciel cu’ io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!126
O milizia celeste che io contemplo, prega per coloro che sono sulla terra, tutti sviati dietro il cattivo esempio dei propri pastori!
Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.129
Un tempo si usava fare guerra con le spade; ora invece la si fa togliendo, ora qui ora lì, il pane che il pio Padre celeste non nega a nessuno.
Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.132
Ma tu, papa Giovanni XXII, che scrivi solo per scomunicare, pensa che Pietro e Paolo, che morirono per la vigna che tu stai devastando, sono ancora vivi in cielo.
Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro,135
Ben potresti dire: «Io ho fissato il mio desiderio così tanto su colui, san Giovanni Battista, che volle vivere da solo nel deserto e che per un capriccio di danza fu condotto al martirio,
ch’io non conosco il pescator né Polo».136
che non conosco più né il pescatore, san Pietro, né Paolo», cioè vi ha stampati sopra la propria moneta invece che seguirne l’esempio.

Riassunto

Il Canto XVIII segna la transizione dal cielo di Marte a quello di Giove, introducendo il tema della giustizia terrena attraverso una delle immagini più spettacolari e tecnicamente elaborate dell’intero Paradiso.

Le lettere luminose e l’aquila

La scena delle anime che compongono lettere e poi la figura di un’aquila è un vero e proprio tour de force poetico, in cui Dante invoca esplicitamente la musa Pegasea per trovare le parole adeguate a descrivere ciò che ha visto — un raro momento di dichiarata insufficienza espressiva che sottolinea la grandiosità della visione.

Diligite iustitiam: un monito ai potenti

La scritta biblica che le anime compongono, tratta dal Libro della Sapienza, è un monito diretto ai governanti terreni sulla necessità della giustizia, e introduce il tema del cielo di Giove, dedicato appunto alle anime dei sovrani giusti, in netto contrasto con la corruzione denunciata nella parte finale del canto.

L’invettiva contro Giovanni XXII

La feroce invettiva contro papa Giovanni XXII, accusato di dedicarsi solo a scomuniche e ricchezze invece che alla cura delle anime, chiude il canto con un contrasto stridente rispetto alla giustizia divina appena contemplata, confermando come il tema della corruzione ecclesiastica attraversi ormai stabilmente l’intera cantica.