Canto III

Il Canto III introduce l’Inferno vero e proprio, con l’iscrizione terrificante sulla Porta e l’incontro con le anime degli Ignavi (o Indolenti), coloro che in vita non presero mai posizione né in bene né in male. Dante e Virgilio giungono poi al fiume Acheronte, dove incontrano il demone traghettatore Caronte.

Personaggi:

Luoghi:

Porta dell’Inferno, Antinferno, Acheronte.

Dante, Virgilio, Caronte e Papa Celestino V nel Canto III dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il Canto inizia con i due poeti che raggiungono la Porta dell’Inferno (vv. 1-9), sulla quale è incisa la celebre e terrificante epigrafe che termina con la frase lapidaria: Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Dante è colpito da questa iscrizione e si rivolge a Virgilio, il quale lo esorta ad abbandonare ogni paura. Appena varcata la soglia, il poeta è assalito da un frastuono di lamenti, urla e percosse, un orribile guazzatoio (v. 28), che lo fa piangere.

Il primo gruppo di dannati che incontrano sono gli Ignavi (vv. 34-69), le anime che visser sanza ’nfamia e sanza lodo (v. 36), coloro che per viltà non si schierarono mai né dalla parte del bene né da quella del male, rifiutando ogni responsabilità morale. Essi sono condannati a correre nudi dietro un’insegna priva di significato, inseguiti da vespe e mosconi che li pungono incessantemente. Il loro sangue e le loro lacrime si mescolano al terreno, dove sono bevuti da vermi schifosi. La loro pena è il disprezzo totale: Fama di loro il mondo esser non lassa (v. 49).

Tra questi Dante riconosce l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto (v. 60), generalmente identificato come Papa Celestino V, che rinunciò al soglio pontificio, permettendo l’elezione di Bonifacio VIII (grande avversario di Dante).

Superato l’Antinferno, i poeti giungono al fiume Acheronte. Qui incontrano la folla di dannati che attende il traghetto. Appare Caronte (vv. 82-111), il vecchio demone con occhi di bragia (v. 99), che trasporta le anime all’altra sponda. Riconoscendo Dante come un’anima viva, Caronte lo scaccia. Virgilio lo zittisce con la frase: Vuolsi così colà dove si puote (v. 95), ovvero “Questo è voluto in cielo dove ogni cosa si può”, un passepartout che Virgilio userà più volte.

Il Canto si conclude con un evento prodigioso: la terra trema, una luce abbagliante scende e Dante perde i sensi. Questo svenimento (vv. 130-136) è interpretato come il passaggio dalla dimensione terrena a quella infernale, preannunciando l’ingresso nel vero e proprio regno dei dannati.

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

’Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.3
“Attraverso me si va nella città del dolore,
attraverso me si va nell’eterno dolore,
attraverso me si va tra le genti dannate.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.6
Fui fabbricata da Dio eccelso mosso da giustizia;
mi fece la Divina potenza,
la suprema Sapienza ed il primo Amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.9
Prima di me ci furono solo creature
immortali, ed anche io durerò in eterno.
Abbandonate per sempre ogni speranza voi che entrate.”
Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.12
Queste parole in colore scuro
vidi io scritte nella parte alta di una porta;
perciò io dissi: “Maestro, il loro significato mi fa paura.”
Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.15
Ed egli mi disse quindi, da persona esperta:
“Qui deve essere abbandonato ogni dubbio;
ogni vigliaccheria deve essere qui cessata per sempre.
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.18
Noi siamo giunti in quel luogo del quale ti ho parlato,
nel quale vedrai le anime dannate
che hanno perduto Dio, nutrimento dell’intelletto.”
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.21
E dopo avermi preso per mano
con espressione lieta, che mi diede coraggio,
mi condusse all’interno al misterioso mondo dei morti.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.24
All’interno sentii sospiri, pianti e forti guaiti,
risuonare in quell’ambiente chiuso e cupo,
per i quali mi venne subito da piangere.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle27
Strane lingue parlate, orribili modi di esprimersi,
parole di dolore, intonazioni che esprimevano rabbia,
voci forti e voci deboli, e con esse rumori di mani occupate a percuotere
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.30
facevano una gran confusione, che non cessa mai di agitarsi
in quell’aria eternamente buia,
così come la sabbia viene agitata nel deserto dal vortice d’aria che la circonda.
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.33
Ed io, che avevo la testa immersa nei dubbi,
chiesi a Virgilio: “Maestro, cos’è questa confusione che sento?
e chi sono queste anime che sembrano tanto afflitte dal dolore?”
Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.36
E lui mi rispose: “In questa miserabile condizione
vengono tenute le anime tristi degli ignavi, coloro
che vissero, in modo insignificante, senza disonori ma anche senza meriti.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.39
Si trovano qui mischiate a quel cattivo gruppo
di angeli che non furono né ribelli, nella ribellione di Lucifero,
né fedeli a Dio, ma si curarono solo di sé stessi.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.42
Sono stati cacciati dal cielo perché ne rovinerebbero la bellezza,
ma neanche il profondo inferno li accoglie,
perché i dannati potrebbero gloriarsi, sentendosi superiori, della loro presenza.
E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.45
Dissi allora: “Maestro, a che pena tanto dolorosa
sono loro sottoposti per lamentarsi tanto forte?”
Mi rispose: “Te lo spiegherò molto brevemente.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.48
Costoro non possono sperare di cessare d’esistere,
e questa loro vita senza speranze è tanto spregevole
da renderli invidiosi di qualunque altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.51
Il mondo non lascia che si conservi qualche ricordo di loro;
la misericordia divina e la giustizia infernale li rifiutano con disprezzo:
non perdiamo tempo a parlare di loro, osservali solo e procedi oltre.”
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;54
Ed io, che osservai, vidi una insegna
che girando tra le anime procedeva tanto velocemente
che sembrava non dovesse mai trovare una posizione fissa;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57
e dietro a le, seguendola, procedeva fila una così lunga
di gente, che io non avrei mai potuto credere
che la morte avesse fatto tante vittime.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.60
Avendo riconosciuto alcune delle anime,
guardai più attentamente e riconobbi l’anima di colui
che per viltà rifiutò la carica papale (Celestino V).
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.63
Capii subito e ne fui anche certo
che questa era la schiera dei vili, dei codardi,
che non piacciono a Dio, perché non buoni, e nemmeno ai suoi nemici, perché non malvagi.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66
Questi disgraziati, che mai furono realmente vivi,
stavano nudi ed erano continuamente punzecchiati
dai mosconi e dalle vespe che si trovavano là con loro.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69
Le punture facevano scorre sui loro volti sangue,
che, mischiato alle loro lacrime, cadeva a terra ed ai loro piedi
veniva raccolto da vermi schifosi.
E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi72
Spingendo oltre lo sguardo,
vidi molta gente in riva ad un grande fiume;
dissi perciò a Virgilio: “Maestro, concedimi ora
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.75
di sapere chi sono quelle anime e quale legge
le rende tanto desiderose di oltrepassare quel fiume,
come mi sembra di vedere attraverso questa scarsa luce.”
Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.78
Ed egli disse: “Queste cose ti saranno chiare
quando ci fermeremo noi stessi
sulla dolorosa sponda del fiume Acheronte.”
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.81
Allora, con gli occhi bassi e pieni di vergogna per la risposta ricevuta,
temendo che il mio continuo chiedere non fosse gradito,
mi astenni dal parlare fino a che non raggiungemmo il fiume.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!84
Ed ecco, una volta giunti, venire verso di noi su di una nave
un vecchio, tutto bianco per l’età avanzata,
gridando: “Guai a voi, anime malvagie!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.87
Non sperate di poter mai vedere il cielo:
io vengo per condurvi sull’altra sponda del fiume,
nella notte eterna dell’inferno, al fuoco ed al gelo a seconda della vostra condanna.
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,90
E tu che, anima ancora attaccata al corpo mortale, ti trovi qui,
tieniti lontana da questi altri che invece sono già morti.”
Ma dopo aver visto che non mi allontanavo,
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.93
disse: “Per una altra via, per altri porti giungerai
sulla spiaggia dell’eternità, non puoi passare da qui:
ti deve trasportare una barca ben più leggera di questa.”
E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.96
E la mia guida gli disse allora: “Caronte, non ti tormentare:
fu deciso così in cielo, là dove si può fare
ciò che si vuole, e non domandare altro.”
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.99
Si placarono quindi le lanose guace
del barcaiolo di quella cupa palude,
che intorno agli occhi aveva occhiaie simili al fuoco.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.102
Mentre le anime che aspettavano sulla riva, stanche e senza alcun riparo,
impallidirono e batterono i denti per la paura
non appena udirono le dure parole di Caronte.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.105
Bestemmiavano Dio ed i loro genitori,
tutta il genere umano, il luogo e il tempo della loro nascita
ed i genitori dei loro genitori, causa prima della loro nascita.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.108
Si raccolsero quindi tutte insieme,
piangendo forte, sulla riva malvagia di quel fiume,
che attende tutti i peccatori, ogni uomo che agisce senza timore di Dio.
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.111
Il diavolo Caronte, con i suoi occhi fiammeggianti,
con un solo cenno raccoglie tutte le anime sulla barca;
colpisce con il remo chiunque si attardi a salire.
Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,114
Come in autunno le foglie cadono dagli alberi
l’una dopo l’altra, fino a ché il ramo
vede giacere in terra tutte le sue spoglie,
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.117
allo stesso modo, quei cattivi discendenti di Adamo
si lanciano dalla riva sulla barca di Caronte una ad una,
ad un suo cenno, come l’uccello spinto dal richiamo del cacciatore.
Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.120
Quindi procedono in barca su quell’acqua scura,
e non fanno in tempo a scendere sull’altra sponda del fiume,
che una nuova schiera di anime si è già radunata sulla prima sponda.
“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;123
“Figliolo mio”, mi disse in modo cortese il mio maestro,
“quelli che sono morti nel peccato capitale, suscitando l’ira di Dio,
tutti giungono poi qui da ogni parte del mondo;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.126
e sono tutti pronti per oltrepassare il fiume Acheronte,
spinti dalla giustizia divina tanto
che la paura per il loro destino viene tramutata in desiderio.
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.129
Da qui non passa mai nessuna anima buona, non dannata;
perciò, se Caronte si lamentò della tua presenza,
puoi ben capire quanto possa essere un buon segno”.
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.132
Finito questo discorso, la buia campagna dove ci trovavamo
cominciò a tremare tanto forte che il suo ricordo,
per lo spavento, mi fa ancora gocciolare di sudore.
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;135
Da quella terra di pianti si sprigionò un forte vento,
che lampeggiò con una luce rossa,
la quale mi fece perdere coscienza;
e caddi come l’uom cui sonno piglia.136
e caddi quindi a terra come chi improvvisamente è vinto dal sonno.

Riassunto

Il Canto III segna l’inizio della prima cantica. I temi principali sono la Giustizia divina, l’Ignavia come peccato massimo di viltà, e il ruolo di Caronte.

L’Epigrafe e la Giustizia Divina

L’iscrizione sulla Porta dell’Inferno (vv. 1-9) è un solenne inno alla Giustizia Divina. L’Inferno è presentato come l’opera eterna, immutabile e perfetta di Dio, nato da:

  • Potenza (del Padre, fecemi la divina podestate)

  • Sapienza (del Figlio, la somma sapienza)

  • Amore Primordiale (dello Spirito Santo, e ’l primo amore)

Questo concetto è cruciale: l’Inferno non è vendetta, ma una manifestazione di Amore e Giustizia, ed è per questo che Dante non deve provare pietate per i dannati. La famosa frase Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate segna la definitività della condanna.

La Pena degli Ignavi: Il Contrapasso dell’Indolenza

Le prime anime condannate che Dante incontra sono gli Ignavi (o Indolenti), a cui si uniscono gli Angeli che non presero posizione durante la ribellione di Lucifero.

Il loro peccato non è l’atto malvagio, ma la totale mancanza di azione e decisione. Il loro contrapasso (la legge del contrappasso stabilisce la corrispondenza tra peccato e pena) è l’emblema della loro vita vuota:

  • Corrono dietro un’insegna (bandiera) senza significato: in vita non seguirono nessun ideale.

  • Sono punzecchiati da mosconi e vespe: il loro tormento è il rimorso (che non ebbero mai in vita) e la consapevolezza di non aver agito.

  • Il loro sangue e le loro lacrime nutrono i vermi: l’unico contributo che diedero alla vita fu materia di cui si cibano le bestie.

Sono talmente disprezzati che misericordia e giustizia li sdegna (v. 51). Essi non meritano un vero posto nell’Inferno e rimangono nell’Antinferno, in quanto la loro nullità li rende indegni persino di essere dannati tra i grandi peccatori. L’identificazione di uno di essi con Papa Celestino V rafforza l’accusa dantesca contro la viltà politica e morale nella Chiesa.

Caronte e la Purificazione (Lo Svenimento)

Il traghettatore Caronte è la prima figura demoniaca del poema (v. 82, Caron dimonio, con occhi di bragia). Il suo ruolo è separare il mondo dei vivi da quello dei morti.

Quando Caronte riconosce in Dante un’anima viva, lo respinge. L’intervento di Virgilio con la formula Vuolsi così colà dove si puote (v. 95) afferma l’autorità divina del viaggio, sancendo che l’impresa di Dante è voluta da Dio e Caronte deve obbedire.

Il Canto si chiude con un forte terremoto e lo svenimento di Dante. Simbolicamente, questo atto di incoscienza:

  • È un espediente narrativo per permettere a Dante di attraversare l’Acheronte senza pagare il dazio a Caronte (destinato solo ai dannati).

  • È una purificazione emotiva, l’ultimo residuo di sensibilità umana che non può resistere all’orrore dell’Inferno. Dante si risveglierà nel Limbo (Canto IV), pronto ad affrontare i veri peccati.