Canto XI

Il Canto XI è un canto di pausa e di spiegazione: fermatisi presso la tomba di Papa Anastasio per abituarsi al fetore che sale dal basso, Virgilio illustra a Dante l’intera struttura morale dei cerchi rimanenti dell’Inferno, fondata sulla distinzione aristotelica tra incontinenza, violenza e frode. Il canto si chiude con un breve chiarimento sull’usura e l’invito a riprendere la discesa.

Personaggi:

Virgilio (nessun dannato compare direttamente; si citano papa Anastasio II e il vescovo Fotino).

Luoghi:

Ciglione sopra il Settimo Cerchio, presso la tomba di papa Anastasio.

Dante, Virgilio, papa Anastasio II e Fotino nel Canto XI dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante e Virgilio si affacciano su un alto ciglione di pietre franate e, per l’orribile fetore che sale dall’abisso sottostante, si fermano presso il coperchio della tomba di papa Anastasio II, per abituare l’olfatto (vv. 1-15).

Virgilio approfitta della sosta per spiegare a Dante la struttura dei tre cerchi ancora da attraversare (vv. 16-66). Sulla base dell’Etica Nicomachea di Aristotele, distingue tre categorie di peccato punite in basso: la violenza (contro il prossimo, contro se stessi, contro Dio, natura e arte, punita nel Settimo Cerchio in tre gironi) e la frode, divisa in frode semplice (contro chi non si fida, punita nell’Ottavo Cerchio, le Malebolge) e tradimento (contro chi si fida, punito nel Nono Cerchio, il più profondo, sede di Lucifero).

Dante chiede allora perché i peccatori incontinenti, lussuriosi, golosi, avari, iracondi, incontrati nei cerchi superiori non siano puniti dentro le mura della città di Dite (vv. 67-90). Virgilio risponde richiamando la distinzione aristotelica: l’incontinenza offende Dio meno della malizia, perciò i suoi peccatori sono puniti fuori dalla città, con pena meno severa.

Dante chiede infine un chiarimento sull’usura (vv. 91-96): Virgilio spiega che l’arte umana deve seguire la natura, che a sua volta discende da Dio, mentre l’usuraio, ponendo la propria speranza nel denaro anziché nel lavoro, offende sia la natura sia l’arte, sua “figlia” (vv. 97-111). Il canto si chiude con l’indicazione astronomica dell’ora e l’invito a proseguire la discesa (vv. 112-115).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;3
Giungemmo sul bordo estremo di un alto ciglione, formato da grandi pietre spezzate disposte in cerchio, sopra un ammasso di dannati ancora più crudele di quello incontrato prima.
e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio6
E qui, a causa dell’orribile eccesso di puzzo che il profondo abisso emana, ci ritirammo indietro, vicino al coperchio di una grande tomba,
d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: “Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta”.9
sulla quale vidi scritta un’iscrizione che diceva: “Custodisco papa Anastasio, che Fotino traviò dalla retta via della fede”.
“Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”.12
“Conviene che la nostra discesa sia lenta, cosicché il nostro senso dell’olfatto si abitui un poco prima al tristo fetore; e poi non ce ne cureremo più”.
Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”,
dissi lui, “trova che ’l tempo non passi
perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”.15
Così disse il maestro; e io gli dissi: “Trova un qualche modo di occupare il tempo, cosicché non passi invano”. Ed egli: “Vedi che già ci penso”.
“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,
cominciò poi a dir, “son tre cerchietti
di grado in grado, come quei che lassi.18
“Figlio mio, dentro queste rocce”, cominciò poi a dire, “vi sono tre cerchi più piccoli, disposti in ordine decrescente, come quelli che hai già lasciato alle spalle.
Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.21
Sono tutti pieni di spiriti maledetti; ma affinché in seguito ti basti solo la vista di essi, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, ascolta come e perché sono qui puniti.
D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.24
Il fine di ogni malizia, che acquista odio in cielo, è l’ingiuria, il fare torto ad altri, e ogni fine di questo tipo affligge il prossimo o con la forza o con la frode.
Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.27
Ma poiché la frode è un male proprio ed esclusivo dell’uomo, essa dispiace di più a Dio; e per questo stanno più in basso i fraudolenti, e sono assaliti da maggior dolore.
Di viòlenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.30
Tutto il primo cerchio dei rimanenti è dei violenti; ma poiché si può fare violenza a tre tipi di persone, è diviso e costruito in tre gironi.
A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.33
Si può fare violenza a Dio, a se stessi, al prossimo, dico sia contro le loro persone sia contro i loro beni, come sentirai spiegato con chiarezza.
Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;36
Morte violenta e ferite dolorose si infliggono al prossimo, e nei suoi averi si compiono rovine, incendi ed estorsioni dannose;
onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.39
per questo motivo omicidi e chiunque colpisca ingiustamente, distruttori e predoni, sono tutti tormentati dal primo girone, sebbene divisi in schiere diverse.
Puote omo avere in sé man viòlenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta42
L’uomo può essere violento contro se stesso e contro i propri beni; per questo nel secondo girone si pente inutilmente
qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’esser dee giocondo.45
chiunque si privi della vostra vita terrena, chi getta al gioco e dilapida il proprio patrimonio, e piange là dove dovrebbe invece essere felice.
Puossi far forza ne la deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;48
Si può fare violenza contro la divinità, negandola e bestemmiandola col cuore, e disprezzando la natura e la sua bontà, le leggi naturali;
e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.51
e per questo il più piccolo dei tre gironi marchia col proprio segno sia Sodoma, i sodomiti, che Cahors, gli usurai, e chiunque parli disprezzando Dio in cuor suo.
La frode, ond’ogne coscienza è morsa,
può l’omo usare in colui che ’n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.54
La frode, che morde ogni coscienza, l’uomo può usarla contro chi si fida di lui e contro chi non ha riposto in lui alcuna fiducia particolare.
Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida57
Questo secondo modo sembra spezzare soltanto il legame d’amore che la natura crea in generale tra tutti gli uomini; per questo nel cerchio delle Malebolge si annidano
ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.60
l’ipocrisia, le lusinghe, chi pratica sortilegi, la falsità, il furto e la simonia, i ruffiani, i barattieri e simile sozzura.
Per l’altro modo quell’amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria;63
Con l’altro modo di frode si dimentica quell’amore che crea la natura, e quello ulteriore che vi si aggiunge, dal quale nasce una fiducia particolare;
onde nel cerchio minor, ov’è ’l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto”.66
per questo nel cerchio più piccolo, dove si trova il punto centrale dell’universo su cui siede Dite, chiunque tradisce è consumato in eterno.
E io: “Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.69
E io dissi: “Maestro, la tua spiegazione procede in modo assai chiaro, e distingue assai bene questo abisso e il popolo che lo abita.
Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,72
Ma dimmi: quelli della palude limacciosa, che il vento sospinge, che la pioggia percuote, e che si scontrano con parole così aspre,
perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?”.75
perché non sono puniti dentro la città di Dite, rossa di fuoco, se Dio li ha in ira? E se non li ha in ira, perché si trovano in tale condizione?”.
Ed elli a me “Perché tanto delira”,
disse, “lo ’ngegno tuo da quel che sole?
o ver la mente dove altrove mira?78
Ed egli mi rispose: “Perché il tuo ingegno vaneggia così tanto rispetto a come suole ragionare di solito? O forse la tua mente è rivolta altrove?
Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,81
Non ti ricordi di quelle parole con cui la tua Etica, di Aristotele, tratta le tre disposizioni che il cielo non vuole:
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?84
incontinenza, malizia e la matta bestialità? E di come l’incontinenza offenda meno Dio e riceva meno biasimo?
Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,87
Se consideri bene questo concetto, e ti ricordi chi sono coloro che soffrono la pena qui sopra, fuori dalla città di Dite,
tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli”.90
capirai bene perché sono separati da questi peccatori malvagi, e perché la vendetta divina li colpisca con minore furia.
“O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.93
“O sole che rischiari ogni vista turbata, mi soddisfi così tanto quando risolvi i miei dubbi, che il dubitare stesso mi appaga quanto il sapere.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,
diss’io, “là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi”.96
Torna ancora un poco indietro”, dissi, “là dove hai detto che l’usura offende la bontà divina, e sciogli quel nodo”.
“Filosofia”, mi disse, “a chi la ’ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende99
“La filosofia”, mi disse, “per chi la comprende, nota, non in un solo passo, come la natura tragga il proprio corso
dal divino ’ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,102
dall’intelletto divino e dalla sua arte creatrice; e se osservi bene la tua Fisica, di Aristotele, troverai, non dopo molte pagine,
che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.105
che l’arte umana, per quanto può, segue quella della natura, come l’allievo fa col maestro; cosicché la vostra arte è quasi nipote di Dio.
Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;108
Da queste due, natura e arte, se ricordi l’inizio della Genesi, conviene che l’uomo tragga il proprio sostentamento e faccia progredire l’umanità;
e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.111
e poiché l’usuraio segue un’altra via, disprezza la natura in se stessa e nella sua discendente, l’arte, poiché ripone altrove la propria speranza.
Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan sù per l’orizzonta,
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,114
Ma seguimi ormai, ché mi fa piacere proseguire il cammino; i Pesci guizzano ormai sopra l’orizzonte, e il Carro giace tutto sopra il vento di nord-ovest,
e ’l balzo via là oltra si dismonta”.115
e da qui in poi si scende giù per il dirupo”.

Riassunto

Il Canto XI è unico nella Commedia per la sua natura quasi interamente espositiva: non racconta un incontro drammatico, ma espone l’architettura morale dell’intero Inferno.

La cosmologia morale aristotelico-tomistica

Dante affida a Virgilio, voce della Ragione, il compito di sistematizzare filosoficamente la struttura infernale già attraversata e quella ancora da percorrere, fondendo l’etica di Aristotele con la teologia cristiana. La distinzione tra incontinenza, malizia/violenza e frode permette di spiegare perché i peccati bestiali o razionali siano puniti più severamente di quelli semplicemente debitori, pur essendo questi ultimi moralmente meno gravi secondo il senso comune medievale.

La frode come peccato specificamente umano

Il canto stabilisce il principio cardine dell’intera seconda metà dell’Inferno: la frode, in quanto abuso della ragione, facoltà che distingue l’uomo dagli animali, è più odiosa a Dio della violenza, che è invece un peccato bestiale ma non necessariamente calcolato. Questo spiega perché i fraudolenti siano collocati più in profondità dei violenti, e perché il tradimento, che infrange anche il vincolo di fiducia oltre a quello naturale, occupi il fondo stesso dell’Inferno.

L’excursus sull’usura

La breve digressione finale sull’usura collega l’arte umana, il lavoro, alla natura e, tramite essa, a Dio: l’usuraio, traendo profitto dal denaro stesso anziché dal lavoro, spezza questa catena e per questo è assimilato ai violenti contro natura, come i sodomiti.