Canto XXII

Ancora nel cielo di Saturno, Beatrice rassicura Dante, sconvolto dal grido delle anime, spiegandogli che ogni cosa in cielo nasce da buon zelo. San Benedetto da Norcia si presenta a Dante, racconta la fondazione di Montecassino e denuncia la decadenza della vita monastica contemporanea, prima di elevarsi insieme al proprio collegio di anime verso l’Empireo. Dante e Beatrice salgono quindi all’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, nella costellazione dei Gemelli, sotto la quale Dante stesso nacque; da qui il poeta si volge indietro a contemplare, per la prima volta, l’intero globo terrestre visto dall’alto.

Personaggi:

Dante, Beatrice, San Benedetto da Norcia. Vengono nominati Macario e Romualdo, il patriarca Giacobbe, e, nella contemplazione finale del cielo stellato, Latona (la Luna), Iperione (il Sole), Maia e Dione (Mercurio e Venere).

Luoghi:

Settimo cielo, quello di Saturno, e ascesa all’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, nella costellazione dei Gemelli. Viene nominato il monte di Montecassino.

Dante, Beatrice, San Benedetto e Romualdo nel Canto XXII del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Beatrice rassicura Dante, spaventato dal grido delle anime del canto precedente, spiegandogli che tutto in cielo nasce da buon zelo, e lo invita a osservare altri spiriti (vv. 1-30). Una delle luci, la più splendente, si rivela essere San Benedetto da Norcia, che racconta di aver fondato Montecassino su un monte un tempo dedito a un culto pagano, e presenta gli altri fondatori del monachesimo contemplativo presenti, tra cui Macario e Romualdo (vv. 31-72).

Dante chiede a Benedetto di poterlo vedere nel proprio vero aspetto; questi risponde che tale desiderio si compirà solo nell’Empireo, l’ultimo cielo, dove ogni cosa trova compimento perfetto, e ricorda la scala di Giacobbe. Benedetto conclude con un’amara denuncia della decadenza della vita monastica contemporanea, ben lontana dai propositi originari della propria regola (vv. 73-135). Le anime si ritirano quindi vorticosamente verso l’alto, e Beatrice spinge Dante a seguirle su per la scala con la sola forza di un cenno (vv. 136-142).

Dante si ritrova così, con rapidità fulminea, nell’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, proprio nella costellazione dei Gemelli sotto la quale nacque; rivolge quindi un’invocazione di gratitudine alle proprie stelle natali (vv. 143-166). Beatrice lo invita infine a guardare in basso: Dante contempla per la prima volta l’intero globo terrestre e i sette cieli planetari attraversati, sorridendo della piccolezza del mondo visto dall’alto (vv. 167-208).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;3
Sopraffatto dallo stupore, mi rivolsi verso la mia guida, come un bambino che corre sempre verso chi gli dà più fiducia;
e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che ’l suol ben disporre,6
ed ella, come una madre che subito soccorre il figlio pallido e affannato con la propria voce, capace di ben rassicurarlo,
mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?9
mi disse: «Non sai forse che sei in cielo? E non sai che il cielo è tutto santo, e che ciò che vi si compie viene sempre da buon proposito?
Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;12
Puoi ben immaginare come ti avrebbe sconvolto quel canto, e persino il mio stesso sorriso, dato che già quel grido ti ha turbato così tanto;
nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.15
nel quale grido, se ne avessi compreso le preghiere, ti sarebbe già nota la vendetta divina che vedrai compiersi prima della tua morte.
La spada di qua sù non taglia in fretta
né tardo, ma’ ch’al parer di colui
che disïando o temendo l’aspetta.18
La spada divina lassù non taglia mai né in fretta né in ritardo, se non secondo il parere di chi la attende con desiderio o con timore.
Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch’assai illustri spiriti vedrai,
se com’ io dico l’aspetto redui».21
Ma rivolgiti ora verso altre anime; poiché vedrai spiriti assai illustri, se rivolgi lo sguardo come ti dico».
Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che ’nsieme
più s’abbellivan con mutüi rai.24
Come le fece piacere, rivolsi gli occhi, e vidi cento piccole sfere di luce che si abbellivano reciprocamente scambiandosi i propri raggi.
Io stava come quei che ’n sé repreme
la punta del disio, e non s’attenta
di domandar, sì del troppo si teme;27
Io restavo come chi reprime dentro di sé la punta del proprio desiderio, e non osa domandare, tanto teme di essere troppo audace;
e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.30
e la più grande e la più splendente di quelle perle luminose si fece avanti, per soddisfare da sola il mio desiderio.
Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.33
Poi udii dentro di essa: «Se tu potessi vedere, come la vedo io, la carità che arde tra noi, i tuoi pensieri sarebbero già espressi a parole.
Ma perché tu, aspettando, non tarde
a l’alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.36
Ma affinché tu, aspettando, non tardi a raggiungere il tuo scopo più alto, ti risponderò io stesso proprio al pensiero che tieni così nascosto.
Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;39
Quel monte sul cui fianco si trova Cassino fu un tempo frequentato, sulla sua cima, da genti ingannate e mal disposte, dedite a un culto pagano;
e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;42
e io sono colui che vi portò per primo, lassù, il nome di Colui che portò sulla terra la verità che tanto ci innalza;
e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi le ville circunstanti
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.45
e tanta grazia risplendette su di me, che riuscii a convertire i villaggi circostanti dal culto empio che aveva sedotto il mondo.
Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.48
Questi altri fuochi furono tutti uomini contemplativi, accesi da quel calore divino che fa nascere i fiori e i frutti santi.
Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».51
Qui c’è Macario, qui c’è Romualdo, qui ci sono i miei confratelli che dentro i chiostri fermarono i propri passi e mantennero saldo il cuore».
E io a lui: «L’affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,54
E io gli dissi: «L’affetto che mi dimostri parlando, e la buona apparenza che vedo e noto in tutti i vostri ardori,
così m’ha dilatata mia fidanza,
come ’l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.57
hanno così dilatato la mia fiducia, come il sole fa con la rosa, quando essa si apre quanto più può secondo la propria natura.
Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
ti veggia con imagine scoverta».60
Ti prego dunque, o padre, rassicurami se posso ricevere una grazia così grande, da poterti vedere con il tuo vero aspetto, senza alcun velo».
Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
s’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.63
Ed egli: «Fratello, il tuo alto desiderio si compirà nell’ultima sfera celeste, dove si compiono tutti gli altri desideri, e anche il mio.
Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr’ era,66
Lì ogni desiderio è perfetto, maturo e completo; solo in quel cielo ogni sua parte si trova esattamente là dove è sempre stata,
perché non è in loco e non s’impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s’invola.69
poiché esso non si trova in un luogo fisico e non ruota su sé stesso; e la nostra scala arriva fin lassù, per questo essa sfugge così alla tua vista.
Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d’angeli sì carca.72
Fino a lassù la vide il patriarca Giacobbe protendersi verso la parte più alta, quando gli apparve carica di angeli in sogno.
Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.75
Ma per salirla, ormai nessuno stacca più i piedi da terra, e la mia regola monastica è rimasta sulle pagine solo per il danno che le viene fatto.
Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.78
Le mura che un tempo erano abbazie sono diventate spelonche, e i saccoconventuali sono ormai pieni di farina malamente guadagnata.
Ma grave usura tanto non si tolle
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de’ monaci sì folle;81
Ma neppure la grave usura si sottrae tanto al volere di Dio, quanto quel frutto avido che rende così folle il cuore dei monaci;
ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.84
poiché qualunque cosa custodisca la Chiesa appartiene alla gente che la chiede per amor di Dio, non ai parenti dei chierici, né a qualcosa di ancora più turpe.
La carne d’i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.87
La carne dei mortali è così debole, che quaggiù non basta un buon inizio a durare dalla nascita della quercia fino a quando essa produce la ghianda.
Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;90
Pietro cominciò il proprio cammino senza oro e senza argento, e io con orazione e digiuno, e Francesco fondò umilmente il proprio convento;
e se guardi ’l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.93
e se guardi l’inizio di ciascuno di questi ordini, e poi guardi dove sono arrivati ora, vedrai che dal bianco si è passati al nero.
Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso».96
Eppure fu davvero più miracoloso vedere il Giordano tornare indietro, e il mare fuggire, quando Dio lo volle, di quanto lo sarebbe vedere qui il rimedio a questa decadenza».
Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.99
Così mi disse, e poi si ritirò verso il proprio gruppo di anime, e quel gruppo si strinse insieme; poi, come un turbine, si avvolse tutto verso l’alto.
La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;102
La dolce donna mi spinse dietro a loro con un solo cenno, su per quella scala, tanto la sua forza vinceva la mia natura umana;
né mai qua giù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
ch’agguagliar si potesse a la mia ala.105
né mai quaggiù, dove ci si muove naturalmente su e giù, vi fu movimento così rapido che potesse essere paragonato al mio volo.
S’io torni mai, lettore, a quel divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e ’l petto mi percuoto,108
Se possa io tornare mai, o lettore, a quel devoto trionfo per cui spesso piango i miei peccati e mi percuoto il petto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.111
tu non avresti fatto in tempo a mettere e ritrarre il dito dal fuoco, in quanto tempo io vidi il segno che segue il Toro, ed ero già dentro di esso, nella costellazione dei Gemelli.
O glorïose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,114
O gloriose stelle, o luce gravida di grande virtù, dalla quale riconosco che deriva tutto, quale che sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e s’ascondeva vosco
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;117
con voi nasceva e con voi si nascondeva colui che è padre di ogni vita mortale, il sole, quando per la prima volta respirai l’aria toscana;
e poi, quando mi fu grazia largita
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.120
e poi, quando mi fu concessa la grazia di entrare nell’alta ruota celeste che vi fa girare, la vostra regione mi fu assegnata in sorte come destino.
A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.123
A voi ora sospira devotamente la mia anima, per acquisire la forza necessaria al passo difficile che già la attira a sé.
«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;126
«Sei ormai così vicino alla salvezza ultima», cominciò Beatrice, «che devi avere gli occhi ben chiari e acuti;
e però, prima che tu più t’inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;129
e perciò, prima di innalzarti ancora di più in Dio, guarda in basso, e vedi quanto mondo io ti ho già fatto avere sotto i piedi;
sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».132
cosicché il tuo cuore si presenti, quanto più possibile lieto, alla folla trionfante che viene gioiosa attraverso questo cielo stellato».
Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;135
Con lo sguardo ritornai indietro attraverso tutte quante le sette sfere planetarie, e vidi questo globo terrestre in modo tale, che sorrisi del suo misero aspetto;
e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.138
e approvo come migliore quel giudizio che lo considera cosa da poco; e chi rivolge il pensiero ad altro, quello si può davvero definire saggio.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.141
Vidi la figlia di Latona, la Luna, splendente, senza quell’ombra per cui un tempo la credevo fatta di parti rare e dense.
L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.144
Sostenni lì la vista di tuo figlio, o Iperione, il Sole, e vidi come si muovono intorno e vicino a lui Mercurio e Venere.
Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;147
Quindi mi apparve come Giove tempera, tra Saturno il padre e Marte il figlio, la propria influenza; e da lì mi fu chiaro il variare delle loro posizioni;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.150
e tutti e sette i pianeti mi si mostrarono, quanto sono grandi, quanto sono veloci, e quanto distanti l’uno dall’altro nelle proprie orbite.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’ io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;153
La piccola aiuola che ci rende così feroci tra noi, girando io stesso insieme agli eterni Gemelli, mi apparve tutta intera, dai monti alle foci dei fiumi;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.154
poi rivolsi di nuovo gli occhi verso i begli occhi di Beatrice.

Riassunto

Il Canto XXII conclude la sezione del cielo di Saturno e segna l’ingresso nell’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, in uno dei momenti di passaggio più significativi dell’intero Paradiso.

San Benedetto e la decadenza del monachesimo

L’invettiva di San Benedetto contro la corruzione della vita monastica del proprio tempo, pronunciata dal fondatore stesso dell’ordine benedettino, ha un peso particolare: mostra come nessuna regola religiosa, per quanto santamente concepita, sia riuscita a preservarsi immune dalla decadenza umana nel corso dei secoli, in perfetta continuità con le invettive già pronunciate da Tommaso e Bonaventura nei canti dedicati a Francesco e Domenico.

L’ascesa fulminea e la costellazione natale

Il passaggio istantaneo dal cielo di Saturno a quello delle stelle fisse, nella costellazione dei Gemelli sotto cui Dante stesso nacque, è un momento di forte carica autobiografica: l’invocazione alle proprie stelle natali, a cui il poeta attribuisce il proprio ingegno, è uno dei rari momenti in cui Dante riflette esplicitamente sulla propria vocazione poetica all’interno del poema.

Lo sguardo sulla Terra

La contemplazione dall’alto dell’intero globo terrestre, “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, è uno dei momenti più celebri e citati della cantica: la visione cosmica relativizza platealmente le lotte e le ambizioni umane, preparando il lettore al progressivo distacco dalle cose terrene che caratterizzerà gli ultimi canti del Paradiso.