Canto XX

L’aquila di Giove, dopo un canto che Dante non riesce a trattenere nella memoria, spiega al poeta chi siano le cinque anime che formano l’occhio del proprio sopracciglio: Davide, Traiano, Ezechia, Costantino e, sorprendentemente, il pagano troiano Rifeo. La presenza di due pagani, Traiano e Rifeo, tra le anime salve suscita la meraviglia di Dante, a cui l’aquila risponde con una delle più profonde meditazioni dantesche sulla predestinazione e sui misteriosi modi della grazia divina.

Personaggi:

Dante, l’aquila di Giove. Vengono presentate le cinque anime dell’occhio dell’aquila: Davide (la pupilla), Traiano, Ezechia, Costantino e Rifeo Troiano, oltre a un riferimento a Guglielmo II di Sicilia nell’arco del sopracciglio.

Luoghi:

Sesto cielo, quello di Giove.

Dante, Davide, Traiano e Ezechia nel Canto XX del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Dopo il canto delle anime di Giove, che Dante non riesce a trattenere nella memoria, l’aquila spiega di essere formata dalle anime più giuste, e presenta le cinque che formano il proprio occhio: Davide, la pupilla, cantore dello Spirito Santo; Traiano, l’imperatore che consolò una vedova prima di morire; Ezechia, il re che ottenne una proroga della propria vita tramite la preghiera; Costantino, che sped̀ı la sede imperiale a Bisanzio cedendo il potere temporale alla Chiesa con intenzione buona ma effetti nefasti; e Guglielmo II di Sicilia, sovrano giusto rimpianto dai popoli (vv. 1-99).

Con grande sorpresa, l’aquila rivela che la quinta luce è quella di Rifeo, un oscuro personaggio troiano dell’Eneide, salvato nonostante fosse pagano (vv. 100-118). Dante, stupito, chiede spiegazione, e l’aquila risponde con una meditazione sulla predestinazione: sia Traiano sia Rifeo furono, in realtà, già cristiani nella fede al momento della morte, l’uno grazie a un miracoloso ritorno in vita ottenuto per intercessione di san Gregorio Magno, l’altro per una grazia straordinaria che gli aperse gli occhi sulla futura redenzione, ben prima della venuta di Cristo (vv. 119-148).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Quando colui che tutto ’l mondo alluma
de l’emisperio nostro sì discende,
che ’l giorno d’ogne parte si consuma,3
Quando colui che illumina tutto il mondo, il sole, scende cosı̀ in basso nel nostro emisfero, che il giorno si esaurisce in ogni sua parte,
lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende;6
il cielo, che prima si accendeva della sola luce del sole, subito ridiventa visibile grazie a molte altre luci, in cui in realtà ne risplende una sola riflessa;
e questo atto del ciel mi venne a mente,
come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;9
e questo fenomeno celeste mi tornò in mente, quando il simbolo del mondo e dei suoi capi, l’aquila, tacque nel proprio benedetto becco;
però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.12
poiché tutte quelle anime vive, risplendendo ancora di più, cominciarono canti che sfuggono, labili e caduchi, alla mia memoria.
O dolce amor che di riso t’ammanti,
quanto parevi ardente in que’ flailli,
ch’avieno spirto sol di pensier santi!15
O dolce amore che ti ammanti di sorriso, quanto apparivi ardente in quelle fiammelle, che avevano spirito fatto soltanto di pensieri santi!
Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,18
Dopo che le care e lucenti gemme, con cui vidi ingemmato il sesto cielo, posero fine ai loro angelici squilli di canto,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume.21
mi parve di udire un mormorio di fiume che scende limpido di pietra in pietra, mostrando l’abbondanza della propria sorgente in cima al monte.
E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e sì com’ al pertugio
de la sampogna vento che penètra,24
E come il suono prende la propria forma al collo di una cetra, e così come l’aria che penetra nel foro di una zampogna,
così, rimosso d’aspettare indugio,
quel mormorar de l’aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.27
così, senza indugio nell’attesa, quel mormorio salı̀ su per il collo dell’aquila, come se fosse cavo.
Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov’ io le scrissi.30
Lı̀ divenne voce, e da lı̀ uscı̀ attraverso il proprio becco in forma di parole, quali le attendeva il mio cuore, dove io le trascrissi.
«La parte in me che vede e pate il sole
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole,33
«La parte di me che vede e sopporta il sole, negli aquilotti mortali», cominciò a dirmi, «ora va osservata fissamente,
perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi.36
poiché, tra i fuochi di cui sono composto, quelli che formano l’occhio nella mia testa, dove scintilla la mia vista, sono i più alti in grado tra tutti loro.
Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l’arca traslatò di villa in villa:39
Colui che risplende al centro come pupilla, fu il cantore dello Spirito Santo, colui che trasportò l’arca dell’alleanza di città in città, il re Davide:
ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch’è altrettanto.42
ora egli conosce il merito del proprio canto sacro, in quanto fu effetto della sua stessa volontà, secondo una ricompensa proporzionata al merito.
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi s’accosta,
la vedovella consolò del figlio:45
Dei cinque che mi formano il cerchio del sopracciglio, colui che sta più vicino al becco consolò una povera vedova per la morte del figlio, l’imperatore Traiano:
ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l’esperïenza
di questa dolce vita e de l’opposta.48
ora egli conosce quanto costi caro non seguire Cristo, per aver sperimentato sia questa dolce vita eterna sia quella opposta, l’Inferno o il Limbo da cui fu poi tratto.
E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l’arco superno,
morte indugiò per vera penitenza:51
E colui che segue lungo la circonferenza di cui parlo, procedendo verso l’alto arco, ritardò la propria morte grazie a una vera penitenza, il re Ezechia:
ora conosce che ’l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l’odïerno.54
ora egli conosce che il giudizio eterno di Dio non cambia, anche quando una degna preghiera fa sı̀ che quaggiù il domani ritardi rispetto all’oggi previsto.
L’altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:57
L’altro che segue, insieme alle leggi imperiali e a me, l’imperatore Costantino, sotto una buona intenzione che produsse però un frutto negativo, si trasfeṟ̀ in Grecia per cedere il potere temporale al papa:
ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.60
ora egli conosce come il male derivato dalla sua buona azione non gli nuoce personalmente, anche se da esso è stato in seguito rovinato il mondo terreno.
E quel che vedi ne l’arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:63
E colui che vedi nell’arco discendente fu Guglielmo, il re buono, che quella terra ancora piange, la stessa che oggi piange, vivi, Carlo II e Federico III:
ora conosce come s’innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.66
ora egli conosce come il cielo si innamori del sovrano giusto, e lo dimostra ancora oggi attraverso l’apparenza del proprio splendore.
Chi crederebbe giù nel mondo errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?69
Chi crederebbe, già nel mondo ingannevole di quaggiù, che Rifeo il Troiano fosse, in questo cerchio celeste, la quinta tra le luci sante?
Ora conosce assai di quel che ’l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo».72
Ora egli conosce molto di più, riguardo alla grazia divina, di quanto il mondo terreno possa vedere, anche se la sua vista non ne discerne comunque il fondo assoluto».
Quale allodetta che ’n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l’ultima dolcezza che la sazia,75
Come un’allodola che si libra nell’aria cantando all’inizio, e poi tace soddisfatta dell’ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
de l’etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’ è diventa.78
così mi apparve l’immagine improntata dall’eterno piacere divino, al cui desiderio ogni cosa diventa esattamente ciò che deve essere.
E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patıo,81
E sebbene io fossi, riguardo al mio dubbio, lì trasparente come il vetro al colore di cui si riveste,
ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste.84
esso non tollerò di aspettare in silenzio, ma mi spinse a chiedere, con la forza del proprio peso interiore, «Che cosa sono queste anime?»: per cui vidi un grande festeggiare di luci scintillanti.
Poi appresso, con l’occhio più acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:87
Poi subito dopo, con l’occhio ancora più acceso, il benedetto segno dell’aquila mi rispose, per non tenermi sospeso nella meraviglia:
«Io veggio che tu credi queste cose
perch’ io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose.90
«Io vedo che tu credi a queste cose perché io te le dico, ma non vedi come siano possibili; cosicché, pur essendo credute, restano per te nascoste.
Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.93
Fai come chi apprende bene il nome di una cosa, ma non ne può vedere la vera essenza, se qualcun altro non gliela rivela.
Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:96
Il Regno dei Cieli subisce violenza da un caldo amore e da una viva speranza, che riescono a vincere la volontà divina stessa:
non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.99
non nel modo in cui un uomo sopraffa un altro uomo, ma essa viene vinta perché vuole essere vinta, e, una volta vinta, vince a sua volta con la propria benevolenza.
La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.102
La prima vita del sopracciglio, Traiano, e la quinta, Rifeo, ti fanno meravigliare, perché li vedi dipinti nella regione degli angeli.
D’i corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.105
Essi non uscirono dai propri corpi, come tu credi, da pagani, ma già cristiani in ferma fede: l’uno credendo in Cristo che doveva ancora patire, l’altro in Cristo già patito.
Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
e ciò di viva spene fu mercede:108
Poiché l’una anima, Traiano, tornò dall’inferno, da cui mai nessuno fa ritorno a una buona volontà, e riprese le proprie ossa; e ciò fu il premio di una speranza viva:
di viva spene, che mise la possa
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa.111
di una speranza viva, che diede forza alle preghiere fatte a Dio per resuscitarlo, cosicché la volontà divina potesse essere mossa a farlo.
L’anima glorïosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa aiutarla;114
L’anima gloriosa di cui parlo, tornata nella carne, in cui rimase per poco tempo, credette in colui che poteva aiutarla;
e credendo s’accese in tanto foco
di vero amor, ch’a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.117
e credendo si accese di un tale fuoco di vero amore, che alla seconda morte fu degna di venire a questa gioia beata.
L’altra, per grazia che da sì profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l’occhio infino a la prima onda,120
L’altra, Rifeo, per grazia che stilla da una fonte cosı̀ profonda, che nessuna creatura ha mai potuto vedere fin dalla sua prima onda,
tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l’occhio a la nostra redenzion futura;123
pose tutto il proprio amore laggiù rettamente verso la giustizia: per cui Dio, di grazia in grazia, gli aperse l’occhio alla nostra futura redenzione;
ond’ ei credette in quella, e non soffèrse
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.126
per cui egli credette in quella redenzione futura, e da allora non sopportò più il puzzo del paganesimo, e ne rimproverava le genti perverse.
Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d’un millesmo.129
Quelle tre donne che tu vedesti presso la ruota destra del carro gli furono battesimo, più di mille anni prima del vero battesimo cristiano.
O predestinazion, quanto remota
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota!132
O predestinazione, quanto è remota la tua radice da quegli sguardi umani che non vedono per intero la prima causa divina!
E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;135
E voi, mortali, siate cauti nel giudicare: poiché noi stessi, che vediamo Dio, non conosciamo ancora tutti gli eletti;
ed ènne dolce così fatto scemo,
perché il ben nostro in questo ben s’affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo».138
ed è per noi dolce restare cosı̀ limitati in questa conoscenza, perché il nostro bene si perfeziona proprio in questo bene: che ciò che vuole Dio, lo vogliamo anche noi».
Così da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.141
Così, da quella immagine divina, per rendere più chiara la mia vista limitata, mi fu data questa soave medicina.
E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista,144
E come a un buon cantore un buon suonatore di cetra fa accompagnare il proprio canto con il vibrare della corda, cosicché il canto ne acquista maggior piacere,
sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
ch’io vidi le due luci benedette,
pur come batter d’occhi si concorda,147
così, mentre l’aquila parlava, mi ricordo bene di aver visto quelle due luci benedette, Traiano e Rifeo, muovere le proprie fiammelle insieme alle parole,
con le parole mover le fiammette.148
proprio come si accordano tra loro due occhi che battono le palpebre insieme.

Riassunto

Il Canto XX affronta uno dei misteri teologici più audaci dell’intera Commedia: la salvezza di due pagani, resa possibile da forme straordinarie di grazia divina.

Traiano e Rifeo: la grazia oltre ogni aspettativa

La collocazione in Paradiso di Traiano (secondo una leggenda medievale, resuscitato temporaneamente per intercessione di papa Gregorio Magno) e soprattutto di Rifeo, figura minore e quasi sconosciuta dell’Eneide, rappresenta uno dei gesti più audaci della teologia dantesca: dimostra che la grazia divina può raggiungere anche chi visse prima di Cristo, purché orientato interiormente verso la giustizia e la fede futura.

Un monito contro il giudizio umano

La conclusione dell’aquila, che invita i mortali a essere cauti nel giudicare chi sia salvo e chi no, poiché persino le anime beate non conoscono tutti gli eletti, è un monito diretto contro ogni presunzione di conoscere i disegni della predestinazione divina — tema che completa la riflessione sulla giustizia iniziata nel canto precedente.

Costantino: una buona intenzione dagli effetti ambigui

La presenza di Costantino tra le anime giuste, nonostante la sua donazione al papato sia altrove nella Commedia (Inferno XIX) indicata come origine della corruzione della Chiesa, mostra la sottigliezza morale di Dante: un’azione compiuta con buona intenzione può salvare l’anima di chi la compie, anche se le sue conseguenze storiche si rivelano dannose.