Canto III

Nel primo cielo, quello della Luna, Dante scorge dei volti che scambia per riflessi, prima di scoprire che sono vere anime beate: tra loro Piccarda Donati, monaca clarissa strappata al convento dai propri fratelli, che gli spiega la dottrina fondamentale di questa sfera — la perfetta letizia nella volontà di Dio, “e ‘n la sua volontade è nostra pace” — e gli indica, poco distante, Costanza d’Altavilla, anch’essa costretta a lasciare il velo religioso pur restandone fedele nel cuore.

Personaggi:

Luoghi:

Primo cielo, quello della Luna.

Dante, Beatrice, Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla nel Canto III del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto si apre con un breve richiamo al discorso di Beatrice appena concluso, e con l’errore iniziale di Dante, che scambia i volti delle anime per semplici riflessi, come Narciso confuse la propria immagine nell’acqua per una persona reale (vv. 1-33). Rivolgendosi alla più desiderosa di parlare, Dante ne ottiene il nome: è Piccarda, che si dichiara felice della propria collocazione, per quanto la più “lenta” delle sfere celesti (vv. 34-63).

Alla domanda di Dante se le anime beate desiderino un posto più alto in Paradiso, Piccarda risponde con la grande dottrina della perfetta conformità alla volontà divina, che rende impossibile ogni desiderio di diverso stato: «e ‘n la sua volontade è nostra pace» (vv. 64-90). Dante chiede allora a Piccarda di raccontare la propria storia: monaca clarissa, fu strappata al convento contro la propria volontà da uomini violenti, senza mai poter tornare alla vita religiosa (vv. 91-117).

Piccarda indica infine un’altra luce vicina, quella di Costanza d’Altavilla, che subì la stessa sorte pur restando fedele al voto nel cuore, e genera con il marito la stirpe sveva, madre di Federico II (vv. 118-120). Cantando un’Ave Maria, Piccarda svanisce; Dante si volge allora a Beatrice, il cui splendore lo abbaglia al punto da renderlo per un momento incapace di parlare (vv. 121-130).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;3
Quel sole (Beatrice) che per primo mi aveva riscaldato il petto d’amore, mi aveva rivelato il dolce aspetto della bella verità, dimostrandola e confutando gli errori;
e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;6
e io, per confessarmi corretto e sicuro di questo, quanto conveniva, alzai il capo per parlare più apertamente;
ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.9
ma apparve una visione che mi trattenne così attratto verso di sé, per essere osservata, che non mi ricordai più di fare quella confessione.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,12
Come attraverso vetri trasparenti e tersi, o attraverso acque limpide e tranquille, non così profonde da nascondere il fondo,
tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;15
tornano i lineamenti dei nostri volti così deboli che una perla su una fronte bianca non risulta più tenue ai nostri occhi;
tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte.18
così io vidi diversi volti pronti a parlare; per questo caddi nell’errore opposto a quello che accese l’amore tra l’uomo (Narciso) e la fonte.
Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;21
Non appena me ne accorsi, credendo che fossero immagini riflesse, girai gli occhi per vedere di chi fossero;
e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.24
e non vidi nulla, e li rivolsi di nuovo dritti verso la luce della mia dolce guida, che, sorridendo, ardeva nei suoi occhi santi.
«Non ti maravigliar perch’io sorrida»,
mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ‘l vero ancor lo piè non fida,27
«Non meravigliarti se sorrido», mi disse, «per il tuo pensiero infantile, dato che ancora non poggia il piede sulla verità,
ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.30
ma ti fa girare a vuoto, come è solito: quelle che vedi sono vere sostanze, relegate qui per non aver mantenuto un voto.
Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi».33
Perciò parla con loro, ascolta e credi; poiché la vera luce che le appaga non permette loro di allontanarsi dalla verità».
E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:36
E io, rivolgendomi all’ombra che sembrava più desiderosa di parlare, cominciai, come chi è confuso da troppa voglia:
«O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,39
«O spirito ben creato, che senti al calore dei raggi della vita eterna quella dolcezza che, se non gustata, non si può mai comprendere,
grazïoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:42
mi farebbe piacere se mi accontentassi dicendomi il tuo nome e la vostra sorte». Allora lei, pronta e con occhi sorridenti:
«La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.45
«La nostra carità non chiude le porte a un giusto desiderio, così come non le chiude Colui che vuole che tutta la sua corte sia simile a sé.
I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,48
Io fui nel mondo una sorella vergine, cioè una monaca; e se la tua mente ricorda bene, la mia maggiore bellezza qui non ti impedirà di riconoscermi,
ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.51
ma riconoscerai che sono Piccarda, che, posta qui insieme a questi altri beati, sono beata in questa sfera più lenta (la Luna).
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.54
I nostri affetti, che sono infiammati solo dal piacere dello Spirito Santo, si rallegrano di essere conformati al suo ordine.
E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto».57
E questa sorte che appare così in basso ci è data perché i nostri voti furono trascurati, e in parte rimasti incompiuti».
Ond’io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:60
Allora io le dissi: «Nei vostri aspetti meravigliosi risplende non so che divino, che vi trasforma rispetto ai vostri antichi lineamenti:
però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.63
per questo non fui pronto a riconoscervi subito; ma ora mi aiuta ciò che mi dici, così che il riconoscimento mi risulta più chiaro.
Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?».66
Ma ditemi: voi che siete qui felici, desiderate un luogo più alto, per vedere di più e per essere più vicine a Dio?».
Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:69
Lei sorrise un poco insieme alle altre ombre; poi mi rispose così lieta, che sembrava ardere del primo fuoco d’amore:
«Frate, la nostra volontà quiëta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.72
«Fratello, la nostra volontà si acquieta per virtù della carità, che ci fa desiderare solo ciò che abbiamo, e non ci fa desiderare altro.
Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;75
Se desiderassimo essere più in alto, i nostri desideri sarebbero in disaccordo con la volontà di Colui che qui ci assegna il posto;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.78
cosa che vedrai non può accadere in questi cieli, se essere nella carità è qui necessario, e se consideri bene la sua natura.
Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;81
Anzi, è proprio essenziale a questa condizione beata restare dentro la volontà divina, per cui le nostre stesse volontà diventano una cosa sola;
sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia.84
cosicché, come noi siamo disposte di soglia in soglia, cioè di sfera in sfera, in questo regno, piace a tutto il regno, come piace al re che ci fa volere ciò che egli vuole.
E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face».87
E nella sua volontà è la nostra pace: essa è quel mare a cui si dirige tutto ciò che essa crea o che la natura produce».
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.90
Mi fu allora chiaro come ogni luogo in cielo sia paradiso, anche se la grazia del sommo bene non vi piove nello stesso modo ovunque.
Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,93
Ma come accade che, se un cibo sazia e di un altro rimane ancora la voglia, si chiede quello e si ringrazia per l’altro già avuto,
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.96
così feci io con gesti e con parole, per sapere da lei quale fosse la trama della sua vita che non portò a termine fino alla fine della spola, cioè il voto religioso interrotto.
«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,99
«Una vita perfetta e un alto merito innalzano al cielo una donna più in alto», mi disse, «secondo la cui regola nel vostro mondo ci si veste e ci si vela, cioè si prendono i voti,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.102
perché fino alla morte si vegli e si dorma con quello sposo (Cristo) che accetta ogni voto che la carità conforma al suo piacere.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.105
Dal mondo, per seguire lei (santa Chiara), fuggii ancora giovinetta, e mi chiusi nel suo abito, e promisi di seguire la via della sua regola.
Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.108
Poi degli uomini, più abituati al male che al bene, mi rapirono dal dolce chiostro: solo Dio sa quale fu poi la mia vita.
E quest’altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,111
E quest’altro splendore che ti si mostra alla mia destra, e che si accende di tutta la luce della nostra sfera,
ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.114
intende di sé ciò che io dico di me stessa; fu monaca anch’essa, e allo stesso modo le fu tolta dal capo l’ombra del velo sacro.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.117
Ma dopo che fu comunque costretta a tornare al mondo contro la propria volontà e contro le buone usanze, non fu mai spogliata del velo del cuore.
Quest’è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò ‘l terzo e l’ultima possanza».120
Questa è la luce della grande Costanza, che dal secondo vento di Svevia generò il terzo e ultimo potere» (Federico II).
Così parlommi, e poi cominciò «Ave,
Maria» cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.123
Così mi parlò, e poi cominciò a cantare «Ave Maria», e cantando svanì come una cosa pesante attraverso un’acqua profonda.
La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,126
Il mio sguardo, che l’aveva seguita quanto più a lungo fu possibile, dopo averla persa di vista, si rivolse verso l’oggetto del mio maggior desiderio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non soffèrse;129
e si volse tutto verso Beatrice; ma quella folgorò tanto nel mio sguardo che all’inizio i miei occhi non riuscirono a sopportarlo;
e ciò mi fece a dimandar più tardo.130
e questo mi rese più lento a fare domande.

Riassunto

Il Canto III introduce le prime anime beate incontrate da Dante nel Paradiso, e con esse una delle dottrine più celebri e amate dell’intera cantica.

L’errore di Narciso rovesciato

L’immagine iniziale, in cui Dante scambia volti reali per riflessi — l’esatto contrario dell’errore di Narciso, che scambiò un riflesso per una persona reale — segnala fin da subito la difficoltà di percezione che caratterizzerà l’intero regno celeste, dove l’apparenza sensibile inganna sistematicamente la ragione umana.

Piccarda e la perfetta letizia nella volontà di Dio

Piccarda Donati, storicamente identificata come sorella di Forese e Corso Donati, rivela con dolcezza la dottrina centrale del canto: anche nella sfera più bassa del Paradiso non vi è alcuna invidia o desiderio di posizione diversa, perché la beatitudine consiste proprio nel volere ciò che Dio vuole. Il verso «e ‘n la sua volontade è nostra pace» è tra i più celebri e citati dell’intero poema.

Costanza d’Altavilla e la fedeltà del cuore

La breve menzione di Costanza, imperatrice costretta con la forza a lasciare il velo religioso ma mai realmente infedele al voto nel proprio cuore, introduce un tema che il canto successivo approfondirà: la differenza tra volontà assoluta e volontà condizionata, cruciale per comprendere la responsabilità morale delle azioni compiute sotto costrizione.