Canto V

Beatrice completa il discorso sui voti iniziato nel canto precedente, spiegando la dottrina del libero arbitrio come dono più grande di Dio e la distinzione tra la sostanza di un voto, che può essere commutata solo con l’autorizzazione della Chiesa, e il patto stesso, che non si cancella mai se non rispettato. Segue un severo ammonimento contro i voti presi alla leggera, con gli esempi di Iefte e Agamennone. Dante e Beatrice ascendono quindi velocissimi al secondo cielo, quello di Mercurio, dove più di mille anime luminose accolgono con gioia il loro arrivo.

Personaggi:

Luoghi:

Primo cielo (Luna) e secondo cielo (Mercurio).

Dante e Beatrice nel Canto V del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Beatrice risponde alla domanda di Dante sulla possibilità di sostituire un voto con altre opere buone, spiegando anzitutto che il libero arbitrio è il dono più grande concesso da Dio alle creature intelligenti, motivo per cui il voto ha un valore così alto: è un sacrificio proprio di quella libertà (vv. 1-30). Distingue quindi tra la materia del voto, che può essere commutata solo con l’autorizzazione della Chiesa (le due chiavi), e il patto stesso, che non si cancella mai se non viene rispettato (vv. 31-60).

Ammonisce severamente contro i voti presi con leggerezza, portando gli esempi di Iefte, costretto dal proprio voto avventato a sacrificare la figlia, e di Agamennone, che uccise Ifigenia (vv. 61-84). Conclude il discorso invitando i cristiani a fondare la propria condotta sulle Scritture e sulla guida della Chiesa, non su cupidigia o superstizione.

Beatrice si volge quindi verso l’alto, e i due ascendono velocissimi al cielo di Mercurio, dove più di mille anime splendenti si avvicinano festose, paragonate a pesci in un laghetto che scambiano un movimento esterno per cibo (vv. 85-114). Una di esse si offre di rispondere alle domande di Dante, che chiede di sapere chi sia e perché si trovi in questo cielo, relativamente basso e “velato” dalla luce del sole; l’anima, felice della domanda, si nasconde ancora di più nel proprio splendore prima di rispondere, rimandando la risposta al canto successivo (vv. 115-139).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
di là dal modo che ‘n terra si vede,
sì che del viso tuo vinco il valore,3
«Se io ti fiammeggio nel caldo dell’amore oltre il modo che si vede in terra, tanto da vincere la forza della tua vista,
non ti maravigliar, ché ciò procede
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.6
non ti meravigliare, perché questo deriva dalla visione perfetta, che, man mano che comprende, muove il passo verso il bene compreso.
Io veggio ben sì come già resplende
ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
che, vista, sola e sempre amore accende;9
Vedo bene come già risplenda nel tuo intelletto la luce eterna, che, una volta vista, da sola e sempre accende l’amore;
e s’altra cosa vostro amor seduce,
non è se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.12
e se qualche altra cosa seduce il vostro amore, non è altro che un qualche riflesso di quella luce, mal riconosciuto, che vi traluce.
Tu vuo’ saber se con altro servigio,
per manco voto, si può render tanto
che l’anima sicuri di letigio».15
Tu vuoi sapere se con un altro servizio, in cambio di un voto non mantenuto, si possa dare abbastanza da mettere l’anima al sicuro da una controversia».
Sì cominciò Beatrice questo canto;
e sì com’uom che suo parlar non spezza,
continüò così ‘l processo santo:18
Così cominciò Beatrice questo discorso; e come chi non spezza il proprio parlare, continuò così il santo ragionamento:
«Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,21
«Il dono più grande che Dio, per la sua generosità, fece creando, e quello più conforme alla sua bontà, e quello che egli apprezza di più,
fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.24
fu la libertà della volontà; di essa le creature intelligenti, tutte e soltanto esse, furono e sono dotate.
Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
l’alto valor del voto, s’è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;27
Ora ti apparirà chiaro, se ragioni da qui, l’alto valore del voto, se è fatto in modo tale che Dio acconsenta quando tu acconsenti;
ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.30
perché, nello stabilire il patto tra Dio e l’uomo, si fa vittima sacrificale proprio di questo tesoro, tale quale io dico; e lo si fa col proprio consenso.
Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
di maltolletto vuo’ far buon lavoro.33
Dunque cosa si può rendere come compenso? Se credi di usare bene ciò che hai offerto, vuoi fare un buon uso di ciò che sarebbe malacquisito se lo riprendessi.
Tu se’ omai del maggior punto certo;
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,36
Ormai sei certo del punto principale; ma poiché la Santa Chiesa concede dispense in questo, cosa che sembra contraddire il vero che ti ho rivelato,
convienti ancor sedere un poco a mensa,
però che ‘l cibo rigido c’hai preso,
richiede ancora aiuto a tua dispensa.39
conviene che tu ti sieda ancora un poco a mensa, perché il cibo solido che hai preso richiede ancora aiuto per essere ben digerito.
Apri la mente a quel ch’io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso.42
Apri la mente a ciò che ti rivelo e fissalo lì dentro; perché non costituisce vera scienza aver compreso senza poi ritenerlo.
Due cose si convegnono a l’essenza
di questo sacrificio: l’una è quella
di che si fa; l’altr’è la convenenza.45
Due cose sono necessarie all’essenza di questo sacrificio: una è la materia di cui è fatto; l’altra è il patto stesso, la convenzione.
Quest’ultima già mai non si cancella
se non servata; e intorno di lei
sì preciso di sopra si favella:48
Quest’ultima non si cancella mai se non viene rispettata; e su di essa ho parlato con tanta precisione poco fa:
però necessitato fu a li Ebrei
pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
si permutasse, come saver dei.51
per questo agli Ebrei era necessario offrire comunque il sacrificio stabilito, anche se talvolta l’offerta poteva essere sostituita, come devi sapere.
L’altra, che per materia t’è aperta,
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si converta.54
L’altra componente, cioè la materia del voto, che ti è chiara, può ben essere tale che non si commette colpa se viene sostituita con un’altra materia.
Ma non trasmuti carco a la sua spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;57
Ma nessuno cambi il peso sulla propria spalla di propria iniziativa, senza la duplice chiave, quella bianca e quella gialla, cioè il permesso della Chiesa.
e ogne permutanza credi stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
come ‘l quattro nel sei non è raccolta.60
E ritieni sciocca ogni sostituzione, se la cosa lasciata non è contenuta nella nuova, come il quattro non è contenuto nel sei.
Però qualunque cosa tanto pesa
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si può con altra spesa.63
Perciò qualunque cosa pesi tanto per il proprio valore da far pendere ogni bilancia, non si può compensare con un’altra spesa di valore inferiore.
Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;66
I mortali non prendano il voto alla leggera; siate fedeli, e non storti nel farlo, come Iefte con la sua prima offerta, sua figlia;
cui più si convenia dicer «Mal feci»,
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,69
a cui sarebbe stato più giusto dire “ho sbagliato”, piuttosto che, mantenendo il voto, fare peggio; e allo stesso modo sciocco puoi trovare il gran capo dei Greci, Agamennone,
onde pianse Efigènia il suo bel volto,
e fé pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto.72
per cui pianse Ifigenia il suo bel volto, e fece piangere di lei sia gli stolti che i saggi che sentirono raccontare di un simile rito.
Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.75
Siate, cristiani, più ponderati nel muovervi: non siate come una piuma a ogni vento, e non crediate che qualunque acqua vi possa lavare.
Avete il novo e ‘l vecchio Testamento,
e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.78
Avete il Nuovo e il Vecchio Testamento, e il pastore della Chiesa che vi guida; questo vi basti per la vostra salvezza.
Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!81
Se la cattiva cupidigia vi grida altro, siate uomini, e non pecore impazzite, così che il Giudeo tra voi non rida di voi stessi!
Non fate com’agnel che lascia il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!».84
Non fate come l’agnello che abbandona il latte della propria madre, e semplice e capriccioso combatte con se stesso a proprio piacimento!».
Così Beatrice a me com’ïo scrivo;
poi si rivolse tutta disïante
a quella parte ove ‘l mondo è più vivo.87
Così Beatrice mi parlò, come io qui scrivo; poi si rivolse tutta desiderosa verso quella parte dove il mondo è più vivo.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;90
Il suo tacere e il cambiare d’espressione misero a tacere il mio bramoso ingegno, che aveva già altre domande pronte;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.93
e come una freccia che colpisce il bersaglio prima che la corda dell’arco sia ferma, così corremmo nel secondo regno, il cielo di Mercurio.
Quivi la donna mia vid’io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé ‘l pianeta.96
Lì vidi la mia donna così lieta, non appena entrò nella luce di quel cielo, che il pianeta ne divenne ancora più splendente.
E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec’io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!99
E se la stella stessa cambiò e sorrise, come divenni io, che per mia natura sono mutevole in ogni modo!
Come ‘n peschiera ch’è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,102
Come in una peschiera tranquilla e limpida i pesci si avvicinano a ciò che viene dall’esterno, pensando che sia il loro cibo,
sì vid’io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
«Ecco chi crescerà li nostri amori».105
così vidi più di mille splendori venire verso di noi, e in ciascuno si udiva: «Ecco chi accrescerà i nostri amori».
E sì come ciascuno a noi venìa,
vedeasi l’ombra piena di letizia
nel folgór chiaro che di lei uscia.108
E man mano che ciascuno si avvicinava a noi, si vedeva l’ombra piena di letizia nello splendore luminoso che ne usciva.
Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa carizia;111
Pensa, lettore, se ciò che qui comincia non proseguisse, quanto tu avresti angosciosa voglia di saperne di più;
e per te vederai come da questi
m’era in disio d’udir lor condizioni,
sì come a li occhi mi fur manifesti.114
e da te stesso capirai come io desiderassi ardentemente conoscere la loro condizione, non appena mi furono manifesti agli occhi.
«O bene nato a cui veder li troni
del trïunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s’abbandoni,117
«O tu nato bene, a cui la grazia concede di vedere i troni del trionfo eterno prima che la milizia terrena sia abbandonata,
del lume che per tutto il ciel si spazia
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».120
noi siamo accesi dalla luce che si diffonde per tutto il cielo; e perciò, se desideri conoscerci meglio, saziati a tuo piacere».
Così da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
sicuramente, e credi come a dii».123
Così mi fu detto da uno di quegli spiriti pii; e Beatrice aggiunse: «Parla, parla pure con sicurezza, e credi loro come a divinità».
«Io veggio ben sì come tu t’annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch’e’ corusca sì come tu ridi;126
«Vedo bene come tu ti annidi nella tua stessa luce, e come la fai scaturire dagli occhi, perché essa brilla come tu sorridi;
ma non so chi tu se’, né perché aggi,
anima degna, il grado de la spera
che si vela a’ mortai con altrui raggi».129
ma non so chi tu sia, né perché tu occupi, anima degna, il grado di questa sfera che ai mortali si vela dietro la luce altrui».
Questo diss’io diritto a la lumera
che pria m’avea parlato; ond’ella fessi
lucente più assai di quel ch’ell’era.132
Questo dissi io, rivolto direttamente alla luce che mi aveva parlato per prima; per cui essa divenne ancora più luminosa di quanto già fosse.
Sì come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come ‘l caldo ha róse
le temperanze d’i vapori spessi,135
Così come il sole si nasconde da sé per il proprio eccesso di luce, quando il calore ha consumato la mitigazione dei vapori densi,
per più letizia sì mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi rispuose138
così per eccesso di gioia la figura santa si nascose dentro il proprio raggio; e così, nascosta, mi rispose
nel modo che ‘l seguente canto canta.139
nel modo in cui lo racconta il canto seguente.

Riassunto

Il Canto V completa la dottrina sui voti e segna l’ingresso nel secondo cielo, quello di Mercurio.

Il libero arbitrio e il valore del voto

La dottrina secondo cui il libero arbitrio è il dono più prezioso concesso da Dio spiega perché un voto, che di quella libertà fa sacrificio volontario, abbia un valore così assoluto da non poter essere semplicemente compensato con altre opere, se non attraverso l’autorità della Chiesa.

L’ammonimento contro i voti avventati

Gli esempi di Iefte e Agamennone, entrambi condotti a sacrificare la propria figlia per mantenere un voto imprudente, servono a Dante per ammonire i cristiani contro la leggerezza nel promettere a Dio, distinguendo tra la gravità della promessa e la follia del mantenerla quando essa stessa è ingiusta.

L’arrivo nel cielo di Mercurio

La similitudine dei pesci in un laghetto, che scambiano un movimento per cibo, introduce con leggerezza l’accoglienza festosa delle anime di Mercurio, ansiose di “accrescere” l’amore di Dante con la propria compagnia — un cielo dedicato, come si scoprirà nel canto successivo, a coloro che operarono per la gloria terrena insieme al bene.