Canto X

Dante e Beatrice sono saliti, senza che il poeta se ne accorgesse, al quarto cielo, quello del Sole, dove risiedono le anime dei sapienti e dei teologi. Qui Dante incontra una corona di dodici luci splendenti, che si presentano una dopo l’altra per bocca di san Tommaso d’Aquino: filosofi, teologi e dottori della Chiesa di ogni epoca, riuniti in una danza e in un canto di armonia perfetta, a rappresentare la sapienza umana e divina messa al servizio della fede.

Personaggi:

Luoghi:

Quarto cielo, quello del Sole. Viene inoltre nominata Cieldauro (la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, dove riposano le spoglie di Boezio).

Dante, Beatrice, Tommaso d’Aquino e Alberto Magno nel Canto X del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto si apre con un solenne invito di Dante al lettore a contemplare, insieme a lui, l’armonia perfetta con cui Dio ha ordinato l’universo, in particolare l’inclinazione dell’eclittica che rende possibile la vita sulla Terra (vv. 1-63). Giunto al Sole senza essersi accorto della salita, Dante vede una corona di dodici luci splendenti che danzano cantando, tanto luminose da non poter essere descritte a parole.

Una di queste luci si rivela essere san Tommaso d’Aquino, che presenta sè stesso e i compagni della propria corona: al suo fianco Alberto Magno, suo maestro; poi Graziano, il giurista che conciliò diritto civile ed ecclesiastico; Pietro Lombardo, autore delle Sentenze, paragonato all’offerta della povera vedova evangelica; Salomone, la cui sapienza proverbiale nessuno più eguagliò; Dionigi l’Areopagita, che scrisse della natura angelica; Paolo Orosio, storico e apologeta cristiano di cui si servì Sant’Agostino; Boezio, filosofo e martire sepolto a Pavia; Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile e Riccardo di San Vittore, contemplativi ed enciclopedisti; infine Sigieri di Brabante, filosofo parigino condannato per le proprie idee aristoteliche (vv. 64-138).

Il canto si chiude con un’immagine musicale: le luci, cantando, girano tre volte intorno a Dante e Beatrice, paragonate al suono dolce e regolare di un orologio che chiama i fedeli alla preghiera del mattino (vv. 139-148).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore3
Guardando verso il proprio Figlio con quell’Amore che eternamente l’uno e l’altro spirano, il primo e ineffabile Valore, cioè Dio,
quanto per mente e per loco si gira
con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.6
creò con tale ordine tutto ciò che si volge nella mente e nello spazio, che chi lo contempla non può fare a meno di gustarne la perfezione.
Leva dunque, lettore, a l’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote;9
Solleva dunque, o lettore, insieme a me lo sguardo verso le alte ruote celesti, proprio verso quel punto in cui un movimento incontra l’altro;
e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
di quel maestro che dentro a sé l’ama,
tanto che mai da lei l’occhio non parte.12
e lì comincia ad ammirare l’arte di quel maestro divino che ama talmente questa sua opera dentro di sé, che il suo sguardo non se ne distacca mai.
Vedi come da indi si dirama
l’oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.15
Guarda come da quel punto si dirama il cerchio obliquo, lo zodiaco, che porta i pianeti, per soddisfare le esigenze del mondo che li richiede.
Che se la strada lor non fosse torta,
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giù morta;18
Che se il loro percorso non fosse inclinato, molta virtù celeste sarebbe inutile, e quasi ogni energia quaggiù sarebbe come morta;
e se dal dritto più o men lontano
fosse ’l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l’ordine mondano.21
e se la sua deviazione dalla via diritta fosse maggiore o minore di quanto è, verrebbe a mancare gran parte dell’ordine del mondo, sia in alto che in basso.
Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.24
Ora rimani pure, lettore, seduto al tuo banco, riflettendo su ciò che qui ti si accenna appena, se vuoi provare gioia prima che stanchezza.
Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’ io son fatto scriba.27
Ti ho messo davanti il cibo: ormai nutriti da solo; poiché tutta la mia attenzione è rivolta a quella materia di cui sono stato fatto scriba.
Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,30
Il ministro più importante della natura, il sole, che imprime nel mondo il valore del cielo e con la sua luce ci misura il tempo,
con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s’appresenta;33
congiunto con quella parte dello zodiaco appena ricordata, si girava lungo le spirali in cui appare ogni giorno sempre più presto;
e io era con lui; ma del salire
non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
anzi ’l primo pensier, del suo venire.36
e io ero con lui; ma del mio salire non mi accorsi, se non come ci si accorge di un pensiero prima ancora che si formi del tutto, cioè del suo sopraggiungere.
è Bëatrice quella che sì scorge
di bene in meglio, sì subitamente
che l’atto suo per tempo non si sporge.39
È Beatrice colei che così conduce di bene in meglio, così improvvisamente, che il tempo della sua azione non si estende oltre l’istante.
Quant’ esser convenia da sé lucente
quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
non per color, ma per lume parvente!42
Quanto doveva essere di per sé splendente ciò che era dentro al sole in cui io entrai, non per il colore, ma perché appariva come pura luce!
Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
sì nol direi che mai s’imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.45
Anche se invocassi l’ingegno, l’arte e l’esperienza, non saprei descriverlo in modo che possa mai essere immaginato; ma si può credervi, e si può desiderare di vederlo.
E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.48
E se le nostre facoltà immaginative sono troppo deboli per tanta altezza, non è meraviglia; poiché mai occhio umano andò oltre il sole.
Tal era quivi la quarta famiglia
de l’alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.51
Tale era lì la quarta famiglia di anime dell’alto Padre, che egli sazia sempre, mostrando come genera il Figlio e come da entrambi procede lo Spirito.
E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
sensibil t’ha levato per sua grazia».54
E Beatrice cominciò: «Ringrazia, ringrazia il Sole degli angeli, che per sua grazia ti ha elevato fino a questo sole sensibile».
Cor di mortal non fu mai sì digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto ’l suo gradir cotanto presto,57
Mai cuore di mortale fu così disposto alla devozione e all’abbandono totale a Dio, con tutta la propria volontà, così rapidamente,
come a quelle parole mi fec’ io;
e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne l’oblio.60
come accadde a me a quelle parole; e tutto il mio amore si rivolse a Dio con tale intensità, che perfino Beatrice fu, per un istante, dimenticata.
Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose divise.63
Ma ciò non le dispiacque; anzi ne sorrise, tanto che lo splendore dei suoi occhi ridenti distolse la mia mente, prima tutta concentrata su un solo oggetto, verso più cose.
Io vidi più folgór vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:66
Vidi allora molte luci vive e splendenti farsi corona intorno a noi come centro, dolci ancor più nel canto che luminose alla vista:
così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.69
così talvolta vediamo la luna, la figlia di Latona, cingersi di un alone, quando l’aria è satura di umidità, tanto da trattenere il filo di luce che forma quella corona.
Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;72
Nella corte del cielo, da cui ora ritorno con la memoria, si trovano molti gioielli così preziosi e belli che non si possono portare via da quel regno;
e ’l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s’impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.75
e il canto di quelle luci era uno di quei gioielli; chi non si mette in condizione di volare fin lassù, aspetti pure da un muto le notizie su di esso.
Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a’ fermi poli,78
Poi, cantando in questo modo, quei soli ardenti girarono intorno a noi per tre volte, come stelle vicine ai poli fissi del cielo,
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.81
e mi parvero come donne che, non ancora sciolte dalla danza, si fermano in silenzio, in ascolto, finché non hanno colto appieno la nuova melodia.
E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
lo raggio de la grazia, onde s’accende
verace amore e che poi cresce amando,84
E dall’interno di una di esse sentii cominciare: «Quando il raggio della grazia, dal quale si accende il vero amore e che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce sù per quella scala
u’ sanza risalir nessun discende;87
risplende in te così moltiplicato da condurti su per quella scala che nessuno ridiscende senza prima essere risalito fino in cima;
qual ti negasse il vin de la sua fiala
per la tua sete, in libertà non fora
se non com’ acqua ch’al mar non si cala.90
chi ti negasse il vino della propria coppa per dissetare la tua sete, sarebbe libero di farlo tanto quanto lo è l’acqua di non scorrere verso il mare, cioè per nulla.
Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
la bella donna ch’al ciel t’avvalora.93
Tu vuoi sapere di quali anime, come fiori, si adorna questa ghirlanda che ammira intorno a sé la bella donna che ti sostiene verso il cielo.
Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
u’ ben s’impingua se non si vaneggia.96
Io fui uno degli agnelli del gregge santo che Domenico conduce lungo un cammino dove ci si nutre bene, purché non ci si distragga in vanità.
Questi che m’è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.99
Questi che mi è più vicino a destra fu mio fratello e maestro, ed è Alberto di Colonia, mentre io sono Tommaso d’Aquino.
Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando sù per lo beato serto.102
Se vuoi essere certo dell’identità di tutti gli altri, segui con lo sguardo il mio discorso, girando intorno a questa beata corona.
Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
aiutò sì che piace in paradiso.105
Quell’altro bagliore nasce dal sorriso di Graziano, che aiutò tanto l’uno quanto l’altro foro, quello civile e quello ecclesiastico, da meritare il paradiso.
L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.108
L’altro che, subito dopo, orna il nostro coro fu quel Pietro Lombardo che offerse alla Santa Chiesa il proprio tesoro, come la povera vedova del Vangelo.
La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
spira di tale amor, che tutto ’l mondo
là giù ne gola di saper novella:111
La quinta luce, che tra noi è la più bella, emana un amore tale, che tutto il mondo laggiù è avido di conoscerne la fama:
entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
a veder tanto non surse il secondo.114
al suo interno vi è la mente elevata di Salomone, in cui fu posta una sapienza così profonda che, se il vero è vero, nessun altro sorse mai capace di vedere altrettanto.
Appresso vedi il lume di quel cero
che giù in carne più a dentro vide
l’angelica natura e ’l ministero.117
Subito dopo vedi risplendere la luce di quel cero, Dionigi l’Areopagita, che, già in vita nella carne, vide più a fondo di ogni altro la natura e il ministero degli angeli.
Ne l’altra piccioletta luce ride
quello avvocato de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide.120
Nell’altra piccola luce sorride quel difensore dei tempi cristiani, Paolo Orosio, del cui latino si giovò Sant’Agostino nelle proprie opere.
Or se tu l’occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani.123
Ora, se guidi lo sguardo della mente di luce in luce, seguendo le mie parole di lode, resti già assetato di conoscere l’ottava.
Per vedere ogne ben dentro vi gode
l’anima santa che ’l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.126
Per contemplare ogni bene, dentro di essa gioisce l’anima santa che rese manifesto al mondo, ingannevole per chi non l’ascolta bene, quanto esso sia fallace.
Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.129
Il corpo da cui quell’anima, Boezio, fu scacciata giace laggiù a Pavia, nella basilica di Ciel d’Oro; ed essa, dal martirio e dall’esilio, è giunta a questa pace.
Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro.132
Vedi ancora oltre risplendere l’ardente spirito di Isidoro di Siviglia, di Beda il Venerabile e di Riccardo di San Vittore, che nella contemplazione fu più che uomo.
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:135
Questi da cui ora ritorna il tuo sguardo verso di me è la luce di uno spirito che, immerso in pensieri così gravi, gli parve tardare troppo a morire:
essa è la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidïosi veri».138
è la luce eterna di Sigieri di Brabante, che, insegnando nella Rue du Fourarre a Parigi, dimostrò con la logica verità che gli attirarono invidia e persecuzione».
Indi, come orologio che ne chiami
ne l’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l’ami,141
Quindi, come un orologio che ci chiama nell’ora in cui la sposa di Dio, la Chiesa, si leva a mattutino per amare il proprio sposo,
che l’una parte e l’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ’l ben disposto spirto d’amor turge;144
in cui una parte del meccanismo tira e l’altra spinge, suonando tin tin con una nota così dolce che lo spirito ben disposto si gonfia d’amore;
così vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò nota147
così vidi io quella gloriosa ruota di anime muoversi e scambiarsi voce con voce in un’armonia e in una dolcezza che non si può conoscere
se non colà dove gioir s’insempra.148
se non là dove la gioia diventa eterna.

Riassunto

Il Canto X inaugura la sezione centrale del Paradiso dedicata alla sapienza, aprendo il cielo del Sole con una delle più celebri gallerie di dottori della Chiesa e filosofi dell’intera Commedia.

Un invito solenne alla contemplazione

L’apostrofe al lettore che apre il canto, con la celebre immagine dell’eclittica come segno dell’ordine provvidenziale dell’universo, è uno dei momenti più alti della poesia scientifico-teologica dantesca, e prepara il lettore alla contemplazione della sapienza incarnata dalle anime del cielo del Sole.

La corona di san Tommaso: la sapienza al servizio della fede

La scelta dei dodici sapienti presentati da Tommaso d’Aquino — che spazia da San Domenico e Alberto Magno a Salomone, da Boezio a Sigieri di Brabante — è significativa proprio per la sua ampiezza: include filosofi pagani e cristiani, giuristi, mistici e persino un pensatore controverso come Sigieri, condannato in vita per eresia averroista, a testimoniare come in Paradiso la sapienza autentica, comunque acquisita, trovi sempre il proprio posto accanto a Dio.

Musica e armonia come immagine della beatitudine

La chiusura del canto, con il paragone tra il canto e la danza delle anime e il suono dolce di un orologio che chiama alla preghiera, anticipa un tema che tornerà spesso nel Paradiso: la beatitudine celeste si manifesta attraverso un’armonia sensibile — luce, canto, movimento — che è insieme immagine e sostanza della perfezione divina.