Canto XVIII

Virgilio conclude il suo discorso sull’amore spiegando la natura del libero arbitrio, per poi rimandare a Beatrice ogni ulteriore chiarimento. Sopraggiunge di corsa la schiera degli accidiosi, che gridano esempi di zelo; tra loro l’Abate di San Zeno lamenta l’indegno successore imposto al proprio monastero. Il canto si chiude con Dante che si addormenta.

Personaggi:

Dante, Virgilio, l’Abate di San Zeno.

Luoghi:

Quarta cornice del Purgatorio, tra gli accidiosi.

Dante e Virgilio nel Canto XVIII del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Virgilio conclude il discorso sull’amore spiegando come l’animo si muova naturalmente verso ciò che gli piace, e introduce il tema del libero arbitrio, che permette all’uomo di trattenere o assecondare l’amore che nasce in lui, rimandando ogni ulteriore chiarimento a Beatrice (vv. 1-75). Sopraggiunge di corsa la schiera penitente degli accidiosi, che grida esempi di zelo: Maria che corre da Elisabetta, Cesare che assedia Ilerda (vv. 76-105). Uno di loro, l’Abate di San Zeno di Verona, si ferma un istante per lamentare l’indegno successore imposto al proprio monastero (vv. 106-126). Altre due voci gridano invece esempi di accidia punita: gli Ebrei morti nel deserto senza raggiungere la terra promessa, e i compagni di Enea rimasti in Sicilia (vv. 130-138). Il canto si chiude con Dante che, vagando nei pensieri, si addormenta (vv. 139-145).

Testo e Parafrasi

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Posto avea fine al suo ragionamento
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento;3
L’alto dottore aveva concluso il suo discorso, e guardava attentamente il mio volto per vedere se sembravo soddisfatto;
e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava.6
e io, tormentato ancora da una nuova sete di sapere, tacevo esteriormente, mentre dentro di me pensavo: “Forse le troppe domande lo infastidiscono”.
Ma quel padre verace, che s’accorse
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.9
Ma quel padre veritiero, accortosi del desiderio timido che non si manifestava, parlando mi diede il coraggio di parlare.
Ond’io: Maestro, il mio veder s’avviva
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.12
Perciò dissi: “Maestro, la mia vista si ravviva così tanto alla tua luce, che comprendo chiaramente tutto ciò che il tuo ragionamento distingue o descrive.
Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro.15
Perciò ti prego, dolce caro padre, di spiegarmi cos’è l’amore, a cui riconduci ogni buona azione e il suo contrario”.
Drizza, disse, ver’ me l’agute luci
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci.18
“Rivolgi verso di me”, disse, “gli occhi acuti dell’intelletto, e ti sarà chiaro l’errore dei ciechi che si fanno guide.
L’animo, ch’è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.21
L’animo, che è creato pronto ad amare, è disposto a muoversi verso ogni cosa che gli piace, non appena il piacere lo risveglia in atto.
Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face;24
La vostra facoltà percettiva ricava un’immagine da ciò che è reale, e la dispone dentro di voi, facendo sì che l’animo si rivolga verso di essa;
e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
quel piegare è amor, quell’è natura
che per piacer di novo in voi si lega.27
e se, rivolto, si piega verso di essa, quel piegarsi è amore, ed è quella la naturale inclinazione che si lega di nuovo in voi tramite il piacere.
Poi, come ’l foco movesi in altura
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura,30
Poi, come il fuoco si muove verso l’alto per la sua natura, essendo nato per salire là dove dura di più nella sua materia,
così l’animo preso entra in disire,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.33
così l’animo, preso, entra nel desiderio, che è un movimento spirituale, e non si ferma mai finché la cosa amata non lo fa gioire.
Or ti puote apparer quant’è nascosa
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa;36
Ora ti può apparire quanto sia nascosta la verità a coloro che sostengono che ogni amore sia di per sé cosa lodevole;
però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera.39
perché forse la sua materia appare sempre buona, ma non ogni sigillo è buono, anche se la cera su cui si imprime lo è”.
Le tue parole e ’l mio seguace ingegno,
rispuos’io lui, m’hanno amor discoverto,
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;42
“Le tue parole e la mia intelligenza che le segue”, risposi, “mi hanno rivelato cos’è l’amore, ma questo mi ha reso ancora più pieno di dubbi;
ché, s’amore è di fuori a noi offerto
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto.45
perché, se l’amore ci viene offerto dall’esterno e l’anima non cammina con altro passo, non è suo merito se va dritta o storta”.
Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.48
Ed egli a me: “Quanto la ragione può vedere qui te lo posso dire; oltre questo aspetta solo Beatrice, poiché è materia di fede.
Ogne forma sustanzial, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica virtute ha in sé colletta,51
Ogni forma sostanziale, che è distinta dalla materia pur essendo ad essa unita, ha in sé raccolta una virtù specifica,
la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.54
che non si percepisce se non attraverso la sua azione, né si manifesta se non per i suoi effetti, come la vita di una pianta attraverso le foglie verdi.
Però, là onde vegna lo ’ntelletto
de le prime notizie, l’omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto,57
Perciò, da dove venga la comprensione delle prime nozioni, e l’inclinazione verso i primi oggetti di desiderio, l’uomo non lo sa,
che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.60
proprio come nell’ape è innata la tendenza a fare il miele; e questa prima inclinazione non merita né lode né biasimo.
Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia.63
Ora, perché ogni altro desiderio si armonizzi con questo primo, vi è innata la facoltà che consiglia, e che deve custodire la soglia del consenso.
Quest’è ’l principio là onde si piglia
cagion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.66
Questo è il principio da cui si trae in voi motivo di merito, a seconda che accolga e selezioni amori buoni o cattivi.
Color che ragionando andaro al fondo,
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.69
Coloro che ragionando approfondirono la questione si accorsero di questa libertà innata; perciò lasciarono al mondo la dottrina morale.
Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.72
Perciò, ammesso pure che ogni amore che si accende in voi nasca per necessità, resta comunque in vostro potere trattenerlo.
La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende.75
Questa nobile facoltà Beatrice la chiama libero arbitrio; perciò ricordatene bene, se lei te ne parlerà”.
La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’un secchion che tuttor arda;78
La luna, ormai vicina alla mezzanotte, faceva apparire le stelle più rade, sembrando un secchio tutto ardente;
e correa contra ’l ciel per quelle strade
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.81
e correva in cielo per quel percorso che il sole infiamma quando chi è a Roma la vede tramontare tra Sardegna e Corsica.
E quell’ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar deposta avea la soma;84
E quell’anima nobile per cui Pietola è più famosa di qualunque altro paese mantovano aveva deposto il peso della mia domanda;
per ch’io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’om che sonnolento vana.87
per cui io, che avevo ormai raccolto una risposta chiara ed esauriente ai miei quesiti, restavo come chi, assonnato, vaneggia.
Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta.90
Ma questo sopore mi fu tolto all’improvviso da una folla che ormai ci era piombata alle spalle.
E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sé di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,93
E come un tempo Ismeno e Asopo videro lungo le proprie rive folla e tumulto notturno, ogni volta che i Tebani avevano bisogno di Bacco,
cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.96
così affrettava il passo per quel girone, a giudicare da ciò che vidi, quella gente mossa da buona volontà e giusto amore.
Tosto fur sovr’a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:99
Presto ci furono sopra, perché tutta quella grande folla si muoveva correndo; e due, in testa, gridavano piangendo:
Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna.102
“Maria corse in fretta verso la montagna; e Cesare, per assediare Ilerda, colpì Marsiglia e poi corse in Spagna”.
Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
per poco amor, gridavan li altri appresso,
che studio di ben far grazia rinverda.105
“Presto, presto, che il tempo non si perda per poco amore”, gridavano gli altri dietro, “perché lo zelo nel fare il bene fa rinverdire la grazia”.
O gente in cui fervore acuto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,108
“O gente in cui un fervore intenso ora ripara forse la negligenza e l’indugio che avete messo, per tiepidezza, nel fare il bene,
questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’è presso il pertugio.111
costui che è vivo, e certo non vi mento, vuole salire, non appena il sole risplenderà di nuovo; perciò diteci dove si trova vicino il passaggio”.
Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.114
Queste furono le parole della mia guida; e uno di quegli spiriti disse: “Vieni dietro a noi, e troverai l’apertura.
Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.117
Siamo così pieni del desiderio di muoverci, che non possiamo fermarci; perciò perdonaci, se consideri villania la nostra giustizia.
Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.120
Fui abate a San Zeno a Verona, sotto l’impero del buon Barbarossa, di cui Milano parla ancora con dolore.
E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;123
E c’è già chi ha un piede nella fossa, che presto piangerà per quel monastero, e sarà triste di avervi avuto potere;
perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero.126
perché ha messo al posto del vero pastore suo figlio, malato nel corpo e ancora peggio nella mente, nato illegittimo”.
Io non so se più disse o s’ei si tacque,
tant’era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.129
Non so se disse altro o se tacque, tanto era già lontano da noi; ma questo intesi, e mi piacque ricordarlo.
E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
disse: Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidia di morso.132
E colui che mi era sempre stato di soccorso in ogni necessità disse: “Voltati qua: guardane due che vengono mordendo se stessi per l’accidia”.
Di retro a tutti dicean: Prima fue
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue;135
Dietro a tutti dicevano: “Prima morì la gente per cui il mare si aprì, che vedesse il Giordano le proprie eredità;
e quella che l’affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse.138
e quella che non sopportò la fatica fino alla fine insieme al figlio di Anchise, si condannò a una vita senza gloria”.
Poi quando fuor da noi tanto divise
quell’ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,141
Poi, quando quelle ombre furono così lontane da noi che non si potevano più vedere, un nuovo pensiero si insinuò dentro di me,
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,144
dal quale ne nacquero altri diversi; e tanto vagai da un pensiero all’altro, che chiusi gli occhi per la stanchezza,
e ’l pensamento in sogno trasmutai.145
e trasformai il mio pensiero in sogno.

Riassunto

Il Canto XVIII completa la dottrina dell’amore avviata nel canto precedente e apre la cornice degli accidiosi, caratterizzata dal movimento incessante.

Il libero arbitrio

La spiegazione di Virgilio su come l’amore nasca spontaneamente ma resti soggetto al controllo della volontà è il completamento necessario della dottrina esposta nel Canto XVII, e chiarisce perché l’uomo sia moralmente responsabile delle proprie inclinazioni.

La corsa contro la pigrizia

Il movimento frenetico e incessante degli accidiosi è il contrappasso più immediato: chi fu lento nel bene ora deve correre senza sosta.

Il sonno che chiude il canto

L’addormentarsi di Dante, cullato dai propri pensieri vaganti, prepara narrativamente il sogno allegorico che aprirà il Canto XIX.