Canto IX

Il Canto IX risolve la situazione di stallo davanti alle mura di Dite. Mentre Virgilio mostra segni di preoccupazione, appaiono le tre Furie che minacciano Dante invocando Medusa. Solo l’arrivo trionfale del Messo Celeste permette di aprire le porte della città. Una volta entrati, i poeti si trovano nel Sesto Cerchio, dove in enormi tombe infuocate sono puniti gli Eretici.

Personaggi:

Luoghi:

Soglia della città di Dite, Sesto Cerchio (Cimitero degli Eretici).

Dante, Megera, Tesifone e Aletto nel Canto IX dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto si apre con l’ansia di Dante, che nota il pallore e l’incertezza di Virgilio. Per rassicurarlo, Virgilio gli racconta di essere già sceso una volta nel fondo dell’Inferno, richiamato dalla maga Eritone, confermando quindi di conoscere la strada (vv. 16-30). Improvvisamente, sulla sommità della torre infuocata, appaiono le tre Furie infernali (Megera, Tesifone e Aletto), creature coperte di serpenti che si graffiano il petto urlando.

Le Furie invocano Medusa per trasformare Dante in pietra. Virgilio interviene prontamente, ordinando a Dante di chiudere gli occhi e coprendoglieli lui stesso con le proprie mani, per evitare che la visione del mostro lo perda per sempre (vv. 55-60). In quel momento, un rumore fragoroso come un uragano scuote l’aria: è il Messo Celeste che avanza sulla palude Stigia senza bagnarsi i piedi.

Il Messo, con un semplice tocco di una bacchetta, spalanca le porte di Dite senza incontrare resistenza. Dopo aver rimproverato i diavoli per la loro inutile superbia contro il volere divino, torna indietro senza rivolgere parola ai poeti (vv. 88-103). Dante e Virgilio entrano finalmente in città e si trovano davanti a un panorama desolante: una vasta pianura disseminata di sepolcri infuocati, i cui coperchi sono sollevati. Da queste tombe provengono lamenti terribili: Virgilio spiega che qui giacciono gli eretici di ogni setta, insieme ai loro seguaci (vv. 106-131).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.3
Quel colore bianco pallido con cui la paura mi aveva dipinto il volto nel momento in cui vidi tornare indietro la mia guida Virgilio, fece scomparire più in fretta il rosso d’ira che per la prima volta vidi su di lui.
Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.6
Il poeta si fermò quindi tutto attento come un uomo intento ad ascoltare; perché non poteva gettare lo sguardo tanto lontano a causa di quell’atmosfera scura e della fitta nebbia che nasceva dalla palude.
“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.9
“Eppure dovremo vincere questa battaglia contro i demoni” incominciò a dire, “se non… No, non può essere, una così importante persona si offerse per aiutare il nostro viaggio: oh quanto mi sembra tardare l’arrivo di colui che attendo!”
I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;12
A me non sfuggì il modo in cui cercò di nascondare l’insicurezza iniziale con la certezza espressa nell’ultima parte della sua affermazione, le cui parole furono di senso ben contrario alle prime;
ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.15
ma ciò nonostante il suo parlare mi fece comunque spaventare, perché a quella sua frase lasciata a metà (se non…) davo forse un significato peggiore di quello che aveva realmente.
“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.18
“Fino al fondo della triste voragine infernale, dove ci troviamo, non scende mai nessuna di quelle anime del primo cerchio che come punizione hanno solo di sperare invano di salire al cielo?”
Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.21
Feci questa domanda (per capire se conosceva la strada); e lui mi rispose “Accade di rado che qualcuno di noi
percorra la strada che io sto ora facendo insieme a te.
Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.24
Ma è anche vero che già un’altra volta sono stato quaggiù,
evocato da quella crudele maga Eritone che (per sapere l’esito della battaglia di Farsalo) richiamava con incantesimi le anime ai loro corpi.
Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.27
Da poco tempo la mia carne era stata privata dell’anima (ero morto da poco), quando lei mi fece penetrare dentro queste mura di Dite, per portare fuori uno spirito dall’ultimo cerchio, quello dove si trova Giuda.
Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.30
È quello il luogo più profondo ed il più buio,
ed anche il più lontano dal cielo empireo che circonda tutto: conosco quindi bene il cammino che dobbiamo seguire; stà quindi sicuro!
Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.33
Questa palude, che emana questa grande puzza,
cinge tutto intorno la città dolente di Dite, nella quale
non possiamo oramai più entrare senza l’aiuto di un’ira buona, a noi favorele.”
E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,36
Disse anche altre cose, ma non riesco a ricordare cosa;
perché il mio occhio aveva in quel momento attirato tutta
la mia attenzione alla sommità rovente dell’alta torre,
dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,39
nel punto in cui, in un attimo, apparvero dritte
tre furie infernali macchiate di sangue,
con sembianze ed atteggiamenti femminili,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.42
tutte circondate da idre (serpi con più teste) verdissime;
avevano per capelli bisce e serpenti velenosi,
che coprivano la loro feroce fronte.
E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.45
E Virgilio, che riconobbe facilmente in quelle creature
le schiave della regina (Dite) del pianto eterno,
mi disse “Guarda le feroci Furie, le dee della vendetta.
Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.48
Quella a sinistra è Megera;
quella a destra, che piange, è Aletto; Tesifone
è infine quella al centro”; detto questo, rimase quindi a lungo in silenzio.
Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.51
Ognuna di loro si squarciava il petto con le unghie;
battevano le palme delle mani e gridavano tanto forte
che io per paura mi strinsi al petto del poeta, Virgilio.
“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.54
“Venga Medusa: tramuteremo così in pietra costui, questo intruso” dicevano tutte insieme guardando verso il basso: “abbiamo fatto male a non vendicarci dell’assalto tentato da Teseo all’Inferno”.
“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.57
“Voltanti indietro e tiene gli occhi bene chiusi;
perché se Medusa, il Gorgone, si mostra e tu la guardi,
rimani impietrito e sarebbe poi impossibile tornare su, nel mondo dei vivi”.
Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.60
Queste parole disse il mio maestro; ed egli stesso
mi fece voltare, e non gli bastarono le mie sole mani,
ma anche con le sue, per essere sicuro, mi tenne chiusi gli occhi.
O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.63
Voi lettori, che avete ancora la mente sana,
andare a cogliere l’insegnamento che si nasconde
sotto il velo di questi versi misteriosi.
E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,66
E già si avvicinava a noi, procedendo lungo le onde fangose, un gran fracasso, un suono spaventoso,
capace di fare tremare entrambe le sponde,
non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento69
non diverso dal rumore provocato da un vento reso impetuoso da brusche variazioni di temperatura, che scuote la foresta e senza trovare alcun ostacolo alla sua forza
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.72
spezza i rami, li fa cadere e li trasporta fuori;
procedere quindi polveroso verso la campagna
e mette in fuga gli animali ed i pastori.
Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.75
Virgilio liberò allora i miei occhi e disse: “Fissa ora tutta l’acutezza del tuo occhio su quell’acqua schiumosa, da tempo stagnante, nel punto in cui quella nebbia scura è più densa”.
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,78
Così come le rane quando si trovano di fronte
la biscia loro nemica fuggono tutte,
finché ognuna di loro si è appiattita sul fondo dello stagno,
vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.81
vidi più di mille anime terrorizzate
fuggire allo stesso modo di fronte ad un tale che camminando attraversava lo Stige mantenendo i suoi piedi asciutti.
Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.84
Cercava di allontare dal proprio volto l’aria putrida dello Stige agitandoci spesso davanti la mano sinistra,
e sembrava non ci fosse altro ad infastidirlo.
Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.87
Mi accorsi subito che si trattava di un messaggero del cielo, e mi rivolsi pertanto al maestro Virgilio per capire cosa fare; lui mi fece segno di rimanere in silenzio e di inchinarmi di fronte a lui.
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.90
Ah, quanto mi sembrava essere indignato per la situazione!
Raggiunse la porta di Dite e con un bastone
l’aprì, senza incontrare nessuna resistenza.
“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?93
“Voi, cacciati dal cielo, esseri spregievoli”,
cominciò a dire dall’ingresso di quell’orribile porta,
“per che motivo nutrite questa vostra arroganza?
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?96
Perché vi opponete con forza alla volontà di Dio
che non può mai fallire nel suo fine,
e che in più occasioni vi ha accresciuto la pena?
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.99
Che vantaggio avete nello scontrarvi contro le immutabili decisioni divine? Il vostro Cerbero, se vi ricordate bene, come punizione per un tale comportamento, porta ancora delle lacerazioni al mento ed al collo.”
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda102
Detto questo, tornò indietro lungo la strada fangosa,
senza rivolgerci la parola, ma si comportò come
un uomo stretto e sospinto da un’altra urgenza,
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.105
diversa da quella di colui che è lì davanti a lui;
io e Virgilio ci avviammo invece verso Dite,
rassicurati dopo le sante parole dell’angelo.
Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,108
Entrammo in Dite senza incontrare nessun’altra opposizione; ed io, che desideravo ardentemente osservare quale fosse la condizione interna a quella fortezza,
com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.111
non appena fui dentro le mura, spingo il mio sguardo tutt’intorno; e vedo da ogni parte un grande spazio pianeggiante pieno di dolore e di tremende pene.
Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,114
Così come nei pressi di Arles, dove il Rodano diviene palude, e così come a Pola, vicino al Quarnaro
che dà termine all’Italia e ne bagna i confini,
fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;117
le tombe rendono vario tutto lo spazio circostante,
allo stesso modo facevano le tombe presenti da ogni parte a Dite, tranne per il fatto che là erano molto più dolorose;
ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.120
perché tra le tombe erano sparsi fuochi
che rendevano completamente roventi i sepolcri, nella misura che non viene richiesta da nessun arte metallurgica per il ferro.
Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.123
Tutti i coperchi erano alzati e dalle tombe fuoriuscivano lamenti tanto disperati, da far capire facilmente quale fosse la pena dei misaribili in esse rinchiusi.
E io: “Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.126
Dissi: “Maestro, chi sono coloro
che, seppelliti dentro quei sarcofaghi,
fanno sentire i loro sospiri tanto dolenti?”
E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.129
Mi rispose Virgilio: “Sono gli eresiarchi, i capi delle eresie,
con tutti i loro seguaci, di ogni setta, e le tombe
sono molto più cariche di anime di quanto tu possa pensare.
Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,132
Qui quelli che si somigliano sono sepolti insieme,
e i diversi sepolcri infuocate in modo diverso.”
E dopo aver voltato verso destra,
passammo tra i martìri e li alti spaldi.133
passammo tra i dannati e le alte mura di Dite.

Riassunto

Il Canto IX è densissimo di significati allegorici, legati al tema della transizione e della protezione divina.

L’Allegoria delle Furie e di Medusa

Le tre Furie e Medusa rappresentano gli ostacoli psicologici che impediscono la conversione. Le Furie simboleggiano il rimorso sterile e la cattiva coscienza che tortura l’uomo, mentre Medusa rappresenta la disperazione che “pietrifica” il cuore, rendendolo incapace di pentimento e di progresso spirituale. Virgilio che copre gli occhi a Dante indica che la Ragione può proteggere l’uomo dalle tentazioni peggiori, ma non può sconfiggerle da sola: serve un atto di forza soprannaturale.

Il Messo Celeste: La Grazia Vittoriosa

L’arrivo del Messo Celeste è una delle scene più teatrali del poema. Egli rappresenta la Grazia Divina o la Provvidenza che interviene quando le forze umane falliscono. Il suo disprezzo per l’inferno e per i diavoli sottolinea la distanza infinita tra il potere di Dio e quello del male. La sua bacchetta richiama il bastone di Mercurio o il potere regale, e il suo silenzio verso i poeti indica che la sua missione è puramente funzionale al disegno divino.

Il Sesto Cerchio e il Contrapasso dell’Eresia

L’ingresso nel Sesto Cerchio introduce una nuova categoria di peccati: quelli dell’intelletto. Gli eretici, in particolare gli epicurei che negarono l’immortalità dell’anima (che l’anima col corpo morta fanno), sono puniti in tombe infuocate. Il contrapasso è duplice: avendo creduto che tutto finisse con la morte del corpo nella tomba, sono ora costretti in eterno dentro sepolcri; inoltre, il fuoco rappresenta la sofferenza spirituale di chi ha scelto di vivere separato dalla Verità divina. La distinzione tra capi-setta e seguaci suggerisce una gerarchia di responsabilità anche nell’errore intellettuale.