Canto VIII

Ancora nel cielo di Venere, un’anima si avvicina a Dante e gli si rivela come Carlo Martello d’Angiò, re titolare d’Ungheria e amico personale del poeta in vita, morto giovanissimo nel 1295. Dopo un rimpianto accorato per i regni che avrebbe governato e per i mali causati dai suoi successori, Carlo risponde a un dubbio di Dante — come da un padre virtuoso possa nascere un figlio indegno — con una delle più chiare esposizioni dantesche sulla provvidenza divina e sulla necessaria diversità delle inclinazioni umane, concludendo con una critica alla società del proprio tempo, che costringe gli uomini a ruoli non conformi alla propria natura.

Personaggi:

Luoghi:

Terzo cielo, quello di Venere.

Dante, Beatrice e Carlo Martello d’Angiò nel Canto VIII del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto si apre con un’ampia digressione sulla credenza pagana secondo cui Venere ispirasse l’amore, ricordando i miti di Dione, Cupido e Dido (vv. 1-30); Dante, senza accorgersene, è ormai salito al cielo di Venere, dove osserva le anime dei principi amanti muoversi danzando tra canti di ‘Osanna’.

Una di queste anime si offre a Dante, dichiarandosi pronta a soddisfare ogni suo desiderio; interrogata su chi sia, si rivela essere Carlo Martello d’Angiò (vv. 31-63). Carlo rimpiange i regni — la Provenza, il Regno di Napoli, l’Ungheria, la Sicilia — che gli sarebbero spettati se fosse vissuto più a lungo, ed esprime amaro rammarico per il malgoverno che ha condotto la Sicilia alla rivolta dei Vespri siciliani, e mette in guardia il fratello Roberto contro i pericoli dei ministri catalani (vv. 64-84).

Dante chiede quindi a Carlo di chiarire un dubbio che il suo stesso discorso gli ha suscitato: come sia possibile che da un padre di indole generosa nasca un figlio avaro, cioè come da un dolce seme possa nascere un frutto amaro (vv. 85-93). Carlo risponde con un’ampia argomentazione filosofica: la provvidenza divina dispone che gli uomini nascano con inclinazioni diverse — chi legislatore come Solone, chi guerriero come Serse, chi sacerdote come Melchisedec, chi artigiano come Dedalo — e che questa necessaria diversità, talvolta, faccia sì che figlio e padre non si somiglino, come accadde a Esaù rispetto a Giacobbe o a Romolo-Quirino rispetto al proprio umile padre (vv. 94-135).

Il canto si chiude con la denuncia di Carlo contro la società del suo tempo, che non rispetta le inclinazioni naturali degli uomini, costringendo chi sarebbe nato per la spada alla vita religiosa e chi sarebbe nato per la predicazione al governo, con il risultato di condurre l’umanità fuori dalla retta via (vv. 136-148).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;3
Il mondo, a proprio rischio, era solito credere che la bella Ciprigna, cioè Venere, riscaldasse con i suoi raggi l’amore folle, girando nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l’antico errore;6
per cui non solo a lei rendevano onore con sacrifici e grida votive gli antichi popoli, immersi nel loro antico errore;
ma Diöne onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;9
ma onoravano anche Dione, come madre di Venere, e Cupido, come suo figlio, e narravano che questi si fosse seduto in grembo a Dido;
e da costei ond’ io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.12
e da questa dea, da cui io prendo il mio inizio, prendevano il nome della stella che il sole corteggia ora da tergo ora di fronte.
Io non m’accorsi del salire in ella;
ma d’esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch’i’ vidi far più bella.15
Io non mi accorsi del mio salire in essa; ma del trovarmi ormai al suo interno mi diede piena certezza la mia donna, che vidi diventare ancora più bella.
E come in fiamma favilla si vede,
e come in voce voce si discerne,
quand’ una è ferma e altra va e riede,18
E come in una fiamma si distingue una scintilla, e come in una voce si distingue un’altra voce, quando una resta ferma e l’altra va e viene,
vid’ io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.21
vidi io in quella luce altre luci muoversi in cerchio, più o meno veloci, secondo, credo, il grado della loro visione interiore di Dio.
Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti24
Da una fredda nube non scesero mai venti, visibili o no, così rapidi, che non sarebbero apparsi impacciati e lenti
a chi avesse quei lumi divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;27
a chi avesse visto quei lumi divini venire verso di noi, lasciando il girotondo cominciato prima tra gli alti Serafini;
e dentro a quei che più innanzi appariro
sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza disiro.30
e tra quelli che apparvero più avanti risuonava un ‘Osanna’ così bello, che da allora non fui mai più senza il desiderio di risentirlo.
Indi si fece l’un più presso a noi
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.33
Quindi una di quelle luci si fece più vicina a noi e cominciò da sola: «Siamo tutti pronti a compiacerti, perché tu gioisca di noi.
Noi ci volgiam coi principi celesti
d’un giro e d’un girare e d’una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:36
Noi ci muoviamo insieme ai principi celesti di un unico giro, di un unico movimento e di un’unica sete d’amore, ai quali tu, nel mondo, già dicesti:
‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete».39
‘Voi che, comprendendo, muovete il terzo cielo’; e siamo così pieni d’amore, che, pur di compiacerti, non ci dispiacerà fermarci un poco in quiete».
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,42
Dopo che i miei occhi si furono rivolti, riverenti, alla mia donna, ed essa li ebbe resi certi e contenti di sé,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa.45
si rivolsero di nuovo verso la luce che tanto si era offerta, e «Deh, chi siete?» fu la mia voce, impressa di grande affetto.
E quanta e quale vid’ io lei far piue
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!48
E quanto e come vidi io quella luce farsi più grande per la nuova allegrezza che si accrebbe, quando parlai, ad aggiungersi alle sue!
Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.51
Così accresciuta, mi disse: «Il mondo mi ebbe quaggiù per poco tempo; e se fosse stato di più, sarebbe accaduto molto male che invece non avvenne.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.54
La mia letizia mi tiene nascosto a te, perché mi irraggia intorno e mi avvolge, come un baco da seta chiuso nel proprio bozzolo.
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.57
Mi amasti molto, e ne avesti ben motivo; che se io fossi rimasto laggiù, ti avrei mostrato del mio amore ben più delle sole fronde, cioè ben più dei soli segni esteriori.
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,60
Quella riva di sinistra che è bagnata dal Rodano dopo che si è unito alla Sorga mi attendeva a tempo debito come proprio signore,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.63
e così quel lembo d’Italia meridionale che si fortifica con Bari, Gaeta e Catona, là dove il Tronto e il Verde sfociano in mare.
Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.66
Già mi risplendeva sulla fronte la corona di quella terra, l’Ungheria, che il Danubio irriga dopo aver lasciato le rive tedesche.
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
che riceve da Euro maggior briga,69
E la bella Sicilia, che si oscura di fumo tra Capo Passero e Capo Peloro, sopra il golfo che riceve dallo scirocco la maggiore violenza delle onde,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,72
non a causa di Tifeo ma per lo zolfo che vi nasce, avrebbe atteso ancora i suoi re nati da me, discendenti di Carlo e di Rodolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.75
se un cattivo governo, che sempre addolora i popoli sudditi, non avesse spinto Palermo a gridare: “Muoia, muoia!”.
E se mio frate questo antivedesse,
l’avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;78
E se mio fratello Roberto prevedesse questo, già fuggirebbe l’avara povertià dei mercenari catalani, perché non gli arrecasse danno;
ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.81
ché davvero bisognerebbe provvedere, per lui o per mezzo di altri, affinché alla sua barca, già carica, non si aggiunga altro peso.
La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».84
La sua natura, che discese generosa da un padre parco, avrebbe bisogno di ministri che non si preoccupassero solo di accumulare ricchezze nello scrigno».
«Però ch’i’ credo che l’alta letizia
che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,87
«Poiché credo che l’alta letizia che il tuo parlare m’infonde, signore mio, là dove ogni bene ha inizio e fine, cioè in Dio,
per te si veggia come la vegg’ io,
grata m’è più; e anco quest’ ho caro
perché ’l discerni rimirando in Dio.90
sia vista da te così come la vedo io, mi è ancora più gradita; e ho caro anche questo: che tu la scorga proprio rimirando in Dio.
Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
com’ esser può, di dolce seme, amaro».93
Mi hai reso lieto, e così rendimi anche chiaro un dubbio: poiché, parlando, mi hai spinto a domandarmi come possa, da un dolce seme, nascere un frutto amaro».
Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.96
Questo dissi io a lui; ed egli a me: «Se posso mostrarti una verità, per quanto riguarda ciò che chiedi manterrai lo sguardo rivolto in avanti come ora lo tieni alle spalle.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.99
Il bene che governa e appaga tutto il regno che tu percorri rende la sua provvidenza operante come virtù in questi grandi corpi celesti.
E non pur le nature provedute
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:102
E nella mente divina, che è perfetta in sé stessa, non sono previste soltanto le nature generali, ma anche esse insieme al loro proprio benessere particolare:
per che quantunque quest’ arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.105
per cui qualunque cosa scocchi questo arco della provvidenza cade disposta verso il fine prestabilito, proprio come una freccia diretta al proprio bersaglio.
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
produrrebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;108
Se così non fosse, il cielo che tu percorri produrrebbe i suoi effetti in modo tale che non sarebbero opere d’arte, ma rovine;
e ciò esser non può, se li ’ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.111
e questo non può accadere, a meno che le intelligenze che muovono queste stelle non siano imperfette, e imperfetto sia anche Dio, che non le avrebbe rese perfette.
Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».114
Vuoi che questa verità ti sia resa ancora più chiara?». E io: «Non occorre; poiché vedo che è impossibile che la natura, in ciò che le è necessario, venga meno».
Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
per l’omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».117
Ond’egli ancora: «Ora dimmi: sarebbe forse peggio per l’uomo sulla terra, se non vivesse in società?». «Sì», risposi io; «e qui non chiedo alcuna dimostrazione».
«E puot’ elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».120
«E può essere ciò, se quaggiù non si vive in modo diverso secondo diversi mestieri? No di certo, se il vostro maestro Aristotele scrive bene su questo».
Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:123
Così venne deducendo passo dopo passo fino a questo punto; poi concluse: «Dunque devono per forza essere diverse le radici dei vostri diversi talenti:
per ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.126
per questo nasce un uomo Solone e un altro Serse, un altro ancora Melchisedec e un altro quello, Dedalo, che, volando per l’aria, perse il figlio Icaro.
La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un da l’altro ostello.129
La natura circolare dei cieli, che imprime il proprio sigillo sulla cera mortale della materia umana, compie bene la propria arte, ma non distingue una famiglia dall’altra.
Quinci addivien ch’Esàu si diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.132
Per questo accade che Esaù si differenzi, già nel seme, da Giacobbe suo fratello gemello; e nasce Romolo, poi divinizzato come Quirino, da un padre così umile che si preferisce attribuirlo al dio Marte.
Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.135
La natura del figlio generato seguirebbe sempre fedelmente quella dei genitori, se non intervenisse a correggerla la provvidenza divina.
Or quel che t’era dietro t’è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ammanti.138
Ora ciò che ti stava alle spalle ti sta davanti: ma perché tu sappia quanto mi stia a cuore la tua istruzione, voglio che tu ti copra anche di un corollario.
Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.141
Sempre la natura, se trova una condizione avversa ad essa, come ogni altro seme fuori dal proprio terreno originario, dà cattiva prova di sé.
E se ’l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.144
E se il mondo laggiù ponesse attenzione al fondamento che la natura pone in ciascuno, seguendo quella indicazione, avrebbe cittadini migliori.
Ma voi torcete a la religïone
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;147
Ma voi torcete invece verso la vita religiosa chi era nato per cingersi la spada del cavaliere, e fate re chi sarebbe più adatto a tenere prediche;
onde la traccia vostra è fuor di strada.148
cosicché la vostra strada finisce fuori dal giusto cammino.

Riassunto

Il Canto VIII unisce alla materia storico-politica, incarnata dalla vicenda personale di Carlo Martello, una delle più organiche trattazioni dantesche sulla provvidenza e la diversità delle nature umane.

Carlo Martello e il rimpianto dei regni perduti

Carlo Martello d’Angiò, realmente conosciuto e amato da Dante durante una visita di Carlo a Firenze nel 1294, incarna il tema del sovrano ideale mancato: la sua morte prematura privà diversi regni — Provenza, Napoli, Ungheria, Sicilia — di un governo che avrebbe potuto evitare le sciagure successive, in primo luogo la rivolta antiangioina dei Vespri siciliani del 1282.

La diversità delle inclinazioni come disegno provvidenziale

La risposta di Carlo al dubbio di Dante sviluppa un principio centrale della visione dantesca della società: la provvidenza divina dispone che gli uomini nascano con nature e talenti differenti, necessari alla vita associata, e l’influsso dei cieli, pur imprimendo un’impronta generale, può talvolta produrre un figlio diverso dal padre — spiegazione filosofica che anticipa la denuncia politica finale.

La critica alla società del proprio tempo

La conclusione del canto, che accusa la società contemporanea di costringere gli uomini in ruoli innaturali — il nato per la spada spinto alla vita religiosa, il nato per la predicazione fatto re — è una delle più dirette critiche politiche della cantica, e getta le basi per i discorsi sulla corruzione della Chiesa e dell’Impero che percorrono l’intero Paradiso.