Canto XXVI

Ancora accecato dalla luce di san Giovanni, Dante viene esaminato dallo stesso apostolo sulla terza virtù teologale, la Carità, rispondendo con un’articolata argomentazione filosofica e teologica sull’amore per Dio. Recuperata la vista grazie a Beatrice, Dante scorge una quarta luce: è Adamo, il primo uomo, che risponde con precisione alle quattro domande implicite del poeta sul Paradiso terrestre, la durata della propria vita, la vera causa della cacciata e l’evoluzione del linguaggio umano.

Personaggi:

Dante, Beatrice, San Giovanni Evangelista (che esamina Dante sulla carità), Adamo. Vengono nominati Anania, Mosè e Nembrot.

Luoghi:

Ottavo cielo, quello delle stelle fisse. Adamo ricorda il Paradiso terrestre, situato sulla cima del monte del Purgatorio.

Dante, Beatrice, San Giovanni Evangelista e Anania nel Canto XXVI del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Ancora privo della vista dopo l’abbagliamento del canto precedente, Dante viene interrogato da san Giovanni sulla Carità: deve indicare verso cosa sia rivolta la propria anima e chi abbia diretto il proprio amore verso Dio. Dante risponde con un’articolata argomentazione filosofica, citando Aristotele, la rivelazione biblica a Mosè e lo stesso Vangelo di Giovanni come fonti del proprio amore per Dio, per poi elencare anche le altre cause — la creazione del mondo, la propria esistenza, la morte di Cristo, la speranza della salvezza — che alimentano la propria carità (vv. 1-90). Tutti i cori cantano “Santo, santo, santo”, e Beatrice restituisce a Dante la vista con il proprio sguardo (vv. 91-114).

Dante scorge quindi una quarta luce, che Beatrice gli rivela essere Adamo, il primo uomo creato. Dante gli rivolge quattro domande implicite: da quanto tempo sia nel Paradiso terrestre, quanto vi rimase, la vera causa della cacciata e la lingua che parlava. Adamo risponde punto per punto: non fu il gesto in sé di mangiare il frutto proibito a causare l’esilio, ma il trasgredire un limite; visse 930 anni sulla terra e attese altri 4302 anni nel Limbo prima della venuta di Cristo; la propria lingua originaria si era già estinta prima della costruzione della torre di Babele, poiché ogni lingua umana muta naturalmente nel tempo (vv. 115-208).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,3
Mentre ero incerto a causa della mia vista offuscata, dalla stessa fulgida fiamma che me l’aveva tolta uscı̀ una voce che mi rese attento,
dicendo: «Intanto che tu ti risense
de la vista che haı̈ in me consunta,
ben è che ragionando la compense.6
dicendo: «Finché tu non riacquisti la vista che hai consumato guardando me, è bene che tu la compensi ragionando ad alta voce.
Comincia dunque; e dì ove s’appunta
l’anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:9
Comincia dunque; e dimmi verso cosa è rivolta la tua anima, e considera per certo che la tua vista sia solo smarrita, non perduta per sempre:
perché la donna che per questa dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania».12
poiché la donna che ti guida attraverso questa divina regione ha nello sguardo la stessa virtù che ebbe la mano di Anania».
Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.15
Io dissi: «Venga il rimedio ai miei occhi, presto o tardi come le piace, poiché furono essi la porta attraverso cui entrò quel fuoco di cui ardo da sempre.
Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte».18
Il bene che rende felice questa corte celeste è l’alfa e l’omega di tutto ciò che l’Amore mi legge, che sia scritto in modo lieve o in modo intenso».
Quella medesma voce che paura
tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;21
Quella stessa voce che mi aveva tolto la paura del mio improvviso abbagliamento, mi spinse ancora a continuare a ragionare;
e disse: «Certo a più angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».24
e disse: «Certo è necessario che tu chiarisca il tutto con un vaglio più fine: devi dire chi indirizzò il tuo arco verso un tale bersaglio».
E io: «Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si ’mprenti:27
E io: «Per argomenti filosofici e per l’autorità che discende dal cielo, un tale amore deve necessariamente imprimersi in me:
ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.30
poiché il bene, in quanto tale, non appena viene compreso, accende in noi l’amore, e tanto più grande quanto più bontà comprende in sé.
Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch’un lume di suo raggio,33
Dunque verso quell’essenza in cui si trova un tale vantaggio, che ogni bene che si trova al di fuori di essa non è altro che un riflesso del suo stesso splendore,
più che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.36
più che verso qualunque altra cosa deve necessariamente muoversi, amando, la mente di chiunque discerna la verità su cui si fonda questa dimostrazione.
Tal vero a l’intelletto mïo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.39
Tale verità mi viene chiaramente esposta all’intelletto da colui, Aristotele, che mi dimostra il primo amore di tutte le sostanze eterne.
Sternel la voce del verace autore,
che dice a Moïsè, di sé parlando:
‘Io ti farò vedere ogne valore’.42
Me la espone anche la voce dell’autore veritiero, Dio stesso, che dice a Mosè, parlando di sé: ‘Io ti farò vedere ogni bene’.
Sternilmi tu ancora, incominciando
l’alto preconio che grida l’arcano
di qui là giù sovra ogne altro bando».45
Me la esponi anche tu stesso, o Giovanni, cominciando il tuo alto annuncio, che proclama il mistero divino più di ogni altro messaggio dato quaggiù».
E io udi’: «Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.48
E io udii: «Per intelletto umano e per le autorità che vi si accordano, il più alto dei tuoi amori si rivolge verso Dio.
Ma dì ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde».51
Ma dimmi ancora se senti altre corde tirarti verso di lui, cosicché tu possa esprimere con quanti denti questo amore ti morde».
Non fu latente la santa intenzione
de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
dove volea menar mia professione.54
Non rimase nascosta la santa intenzione dell’aquila di Cristo, anzi mi accorsi bene dove voleva condurre la mia dichiarazione.
Però ricominciai: «Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:57
Perciò ripresi: «Tutti i morsi d’amore che possono far volgere il cuore verso Dio, sono confluiti nella mia carità:
ché l’essere del mondo e l’esser mio,
la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,60
poiché l’esistenza del mondo e la mia stessa esistenza, la morte che egli sopportò perché io potessi vivere, e ciò che ogni fedele come me spera,
con la predetta conoscenza viva,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.63
insieme alla conoscenza viva già menzionata, mi hanno tratto fuori dal mare dell’amore sbagliato, e mi hanno posto sulla riva di quello giusto.
Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto».66
Le foglie con cui si infronda tutto il giardino del giardiniere eterno, io le amo tanto quanto egli stesso porta loro del bene».
Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».69
Non appena tacqui, un dolcissimo canto risuonò per tutto il cielo, e la mia donna diceva insieme agli altri: «Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,72
E come ci si risveglia a una luce intensa grazie allo spirito visivo che accorre verso lo splendore che passa da una parte all’altra della vista,
e lo svegliato ciò che vede aborre,
sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;75
e chi si sveglia rifiuta all’inizio ciò che vede, tanto è confusa la vigilia improvvisa finché la facoltà di giudizio non viene in soccorso;
così de li occhi miei ogne quisquilia
fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
che rifulgea da più di mille milia:78
così dai miei occhi ogni residuo di abbagliamento fu scacciato da Beatrice con il raggio dei suoi stessi occhi, che risplendeva da oltre mille miglia:
onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.81
per cui vidi poi meglio di prima; e, quasi stupefatto, domandai riguardo a una quarta luce che vidi apparire in mezzo a noi.
E la mia donna: «Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor l’anima prima
che la prima virtù creasse mai».84
E la mia donna disse: «Dentro quei raggi contempla il proprio creatore l’anima che fu la prima che la somma virtù divina abbia mai creato».
Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,87
Come la fronda che piega la propria cima al passaggio del vento, e poi si rialza per la propria forza naturale che la solleva di nuovo,
fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond’ ïo ardeva.90
così feci io, mentre lei parlava, restando stupito, e poi mi si rinnovò la sicurezza insieme a un desiderio di parlare di cui ardevo.
E cominciai: «O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,93
E cominciai: «O frutto che fosti prodotto già maturo, o padre antico a cui ogni sposa è al tempo stesso figlia e nuora,
divoto quanto posso a te supplı̀co
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».96
con tutta la devozione che posso ti supplico che tu mi parli: tu vedi il mio desiderio, e per ascoltarti prima non lo esprimo a parole».
Talvolta un animal coverto broglia,
sì che l’affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;99
Talvolta un animale nascosto si agita in modo tale, che il proprio istinto deve necessariamente rivelarsi attraverso il muoversi del suo involucro;
e similmente l’anima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quant’ ella a compiacermi venìa gaia.102
e allo stesso modo l’anima primordiale mi lasciava trasparire attraverso il proprio involucro luminoso quanto fosse lieta di venire incontro al mio desiderio.
Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t’è più certa;105
Quindi soffiò: «Senza che tu me l’abbia espressa, distinguo il tuo desiderio meglio di quanto tu stesso distingua qualunque cosa ti sia più certa;
perch’ io la veggio nel verace speglio
che fa di sé pareglio a l’altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.108
poiché lo vedo nello specchio veritiero che rende simile a sé ogni altra cosa, mentre nulla può rendere simile a sé quello specchio.
Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
ne l’eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,111
Tu desideri sapere quanto tempo sia passato da quando Dio mi pose nell’eccelso giardino, dove costei ti dispose a una scala così lunga per raggiungermi,
e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l’idïoma ch’usai e che fei.114
e quanto a lungo esso fu diletto ai miei occhi, e la vera ragione del grande sdegno divino, e la lingua che usai e che io stesso creai.
Or, figluol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.117
Ora, figlio mio, non fu il gustare dell’albero proibito, di per sé, la causa di un tale esilio, ma soltanto l’oltrepassare il limite stabilito.
Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;120
Da quel momento in cui la tua donna, Beatrice, mosse Virgilio in tuo soccorso, desiderai questo incontro con Dio per quattromilatrecentodue rivoluzioni del sole;
e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.123
e vidi il sole tornare a percorrere tutte le luci del proprio cammino zodiacale novecentotrenta volte, mentre io fui sulla terra.
La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:126
La lingua che io parlai era già completamente estinta prima che il popolo di Nimrod si dedicasse alla propria opera irrealizzabile, la torre di Babele:
ché nullo effetto mai razïonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.129
poiché nessun prodotto della ragione umana, essendo soggetto al mutevole piacere umano che si rinnova seguendo l’influsso dei cieli, è mai stato durevole per sempre.
Opera naturale è ch’uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.132
Parlare è un’attività naturale per l’uomo; ma se in un modo o in un altro, la natura lascia poi che siate voi stessi a deciderlo, secondo ciò che vi aggrada.
Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;135
Prima ancora che io scendessi all’angoscia infernale, sulla terra il sommo bene si chiamava ‘I’, da cui deriva la letizia che ora mi avvolge;
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.138
e si chiamò poi ‘El’: e ciò è comprensibile, poiché l’uso linguistico dei mortali è come una foglia sul ramo, che cade e un’altra ne cresce al suo posto.
Nel monte che si leva più da l’onda,
fu’ io, con vita pura e disonesta,
da la prim’ ora a quella che seconda,141
Sul monte che si innalza più di ogni altro sopra il mare, io vissi, con vita innocente e poi colpevole, dalla prima ora fino a quella che segue,
come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».142
come il sole cambia quadrante, cioè fino alla settima ora dopo il mezzogiorno».

Riassunto

Il Canto XXVI conclude l’esame sulle tre virtù teologali con la Carità, e introduce la figura di Adamo, che risponde con precisione filologica e teologica alle domande più profonde sull’origine dell’umanità.

L’esame sulla Carità

La risposta di Dante sulle cause del proprio amore per Dio, che intreccia filosofia aristotelica, rivelazione biblica e Vangelo, completa in modo sistematico la trilogia degli esami sulle virtù teologali, dimostrando come per Dante ragione e fede convergano nello stesso amore supremo.

Adamo e la vera causa della cacciata dall’Eden

La precisazione di Adamo, secondo cui non fu il gesto di mangiare il frutto proibito in sé a causare la cacciata, ma il trasgredire un limite imposto da Dio, sposta l’attenzione dal contenuto del peccato alla disobbedienza come tale — una sottigliezza teologica che rafforza il tema dantesco dell’importanza del rispetto dei limiti imposti dall’autorità divina.

La caducità del linguaggio umano

La rivelazione di Adamo secondo cui la propria lingua originaria si era già estinta prima della costruzione della Torre di Babele, poiché ogni lingua umana è per natura mutevole nel tempo, è una delle riflessioni linguistiche più sofisticate di tutto il Medioevo, e riprende temi già affrontati da Dante nel proprio trattato De vulgari eloquentia.