Canto X

Il Canto X si svolge nel Sesto Cerchio, dove sono puniti gli eretici dentro tombe infuocate. Virgilio e Dante incontrano Farinata degli Uberti, fiero capo ghibellino che si erge dalla propria tomba con orgoglio indomito, e Cavalcante dei Cavalcanti, che chiede angosciato notizie del figlio Guido. Il dialogo con Farinata rivela ai lettori la natura dei dannati: capaci di vedere il futuro remoto, ma del tutto ciechi sul presente.

Personaggi:

Luoghi:

Sesto Cerchio, girone degli eretici (cimitero infuocato degli Epicurei).

Dante, Farinata degli Uberti, Cavalcante dei Cavalcanti e Guido Cavalcanti nel Canto X dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto si apre con Dante che, seguendo Virgilio lungo uno stretto sentiero tra le mura della città di Dite e le tombe fiammeggianti, chiede di poter vedere le anime che vi giacciono (vv. 1-9). Virgilio spiega che i sepolcri resteranno aperti fino al Giudizio Universale, quando ogni anima tornerà a riunirsi al proprio corpo: qui sono puniti gli Epicurei, insieme al loro maestro, per aver negato l’immortalità dell’anima (vv. 10-21).

Una voce toscana attira l’attenzione di Dante da una delle arche: è Farinata degli Uberti, che si erge dalla tomba con fierezza, quasi disprezzando l’Inferno stesso (vv. 22-51). Riconosciuto come fiorentino, Farinata chiede a Dante chi fossero i suoi antenati, rivelandosi acerrimo nemico politico della sua famiglia e rivendicando le due vittorie ghibelline su Firenze.

Mentre i due discutono, accanto a Farinata si alza un’altra ombra: è Cavalcante dei Cavalcanti, padre del poeta Guido, amico di Dante. Frainteso un verbo al passato usato da Dante, crede che il figlio sia morto e ricade nella tomba disperato (vv. 52-72).

Farinata, imperturbabile, riprende il discorso interrotto: profetizza a Dante l’esilio da Firenze, spiegando che egli stesso sperimenterà quanto sia difficile l’arte del ritorno in patria (vv. 73-93). Dante gli ricorda la strage di Montaperti; Farinata rivendica di essere stato l’unico, tra i vincitori ghibellini, a essersi opposto alla distruzione totale di Firenze dopo la battaglia.

Dante allora chiede spiegazione del paradosso appena osservato: i dannati vedono il futuro ma ignorano il presente. Farinata chiarisce che la loro conoscenza si estende solo agli eventi lontani nel tempo, mentre saranno del tutto ciechi quando, con la fine dei tempi, il futuro cesserà di esistere (vv. 94-108). Dante si preoccupa allora di rassicurare Cavalcante sulla vita del figlio Guido, chiedendo a Farinata di riferirglielo (vv. 109-114).

Prima di lasciare il luogo, Farinata rivela altri occupanti delle tombe vicine, tra cui l’imperatore Federico II e il Cardinale Ottaviano degli Ubaldini (vv. 115-120). Dante, turbato dalla profezia ricevuta, riprende il cammino con Virgilio, che lo esorta a conservare bene nella memoria quanto udito, in vista dell’incontro futuro con Beatrice, che gli svelerà il senso del proprio destino (vv. 121-136).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martiri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.3
Il mio maestro Virgilio procede ora lungo uno stretto sentiero nascosto, che corre tra la cerchia muraria della città di Dite e i luoghi di tormento dei dannati, ed io lo seguo camminando alle sue spalle.
“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.6
“O sommo valore, che mi conduci in giro per questi empi gironi infernali”, incominciai a dire, “come a te piace, parlami e soddisfa i miei desideri di conoscenza.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.9
Sarebbe possibile vedere le anime che giacciono dentro questi sepolcri? Tutti i coperchi sono già stati sollevati, e non c’è nessuno a farne la guardia”.
E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.12
E Virgilio mi rispose: “Saranno tutti richiusi quando le anime torneranno qui dalla valle di Giosafat con i corpi che hanno lasciato lassù, nel mondo dei vivi, per il Giudizio Universale.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.15
In questa parte hanno il loro cimitero, insieme al filosofo Epicuro, tutti i suoi seguaci, coloro che credono che l’anima muoia insieme al corpo.
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarai tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.18
Perciò alla domanda che mi hai fatto sarai presto soddisfatto qui dentro, e anche al desiderio che ancora non mi hai espresso a parole”.
E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto”.21
E io: “Buona guida, non tengo nascosto il mio cuore a te se non per dire poco, e tu stesso mi hai già da tempo abituato a questo modo di fare”.
“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.24
“O toscano che, ancora vivo, attraversi la città del fuoco parlando in modo così rispettoso, fermati per favore in questo luogo.
La tua parlata ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto”.27
Il tuo modo di parlare mostra chiaramente che sei nativo di quella nobile città alla quale forse io feci troppo del male”.
Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.30
Improvvisamente questa voce uscì da una delle tombe; per questo, impaurito, mi strinsi un poco di più al mio maestro.
Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.33
Ed egli mi disse: “Voltati! Cosa fai? Guarda là Farinata che si è alzato in piedi: lo potrai vedere tutto dalla cintola in su”.
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno in gran dispitto.36
Io avevo già fissato il mio sguardo nel suo; ed egli si ergeva con il petto e con la fronte, come se avesse un grande disprezzo per l’Inferno.
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.39
E le mani coraggiose e pronte della mia guida mi spinsero tra le tombe verso di lui, dicendo: “Le tue parole siano misurate e chiare”.
Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.42
Non appena fui ai piedi della sua tomba, mi guardò un poco, e poi, quasi con disdegno, mi domandò: “Chi furono i tuoi antenati?”.
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;45
Io, che ero desideroso di obbedire, non glielo nascosi, ma gli dissi tutto apertamente; per cui egli inarcò un poco le sopracciglia verso l’alto;
poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi”.48
poi disse: “Furono ferocemente avversari a me, ai miei antenati e alla mia parte politica, tanto che io li dispersi per ben due volte”.
“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.51
“Se furono cacciati, tornarono però da ogni parte”, risposi io a lui, “sia la prima che la seconda volta; ma i vostri non impararono altrettanto bene quell’arte del ritorno”.
Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.54
Allora si alzò, dalla tomba scoperchiata accanto, un’altra ombra, visibile fino al mento: credo che si fosse sollevata in ginocchio.
Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,57
Si guardò intorno, quasi avesse il desiderio di vedere se qualcun altro fosse con me; e dopo che il suo sospetto fu del tutto svanito,
piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.60
disse piangendo: “Se percorri questo cieco carcere grazie all’altezza del tuo ingegno, dov’è mio figlio? E perché non è con te?”.
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.63
E io a lui: “Non vengo qui per mio conto: colui che mi attende là mi guida attraverso questo luogo, e forse il vostro Guido lo tenne in poco conto”.
Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.66
Le sue parole e il tipo di pena a cui era condannato mi avevano già fatto capire il nome di quest’anima; per questo la mia risposta fu così completa.
Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti ’elli ebbe’? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi il dolce lome?”.69
Improvvisamente rialzatosi gridò: “Come hai detto? ’Ebbe’? Non è dunque più vivo? La dolce luce del sole non colpisce più i suoi occhi?”.
Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde, e più non parve fora.72
Quando si accorse di una certa esitazione che io mostravo prima di rispondere, ricadde supino nella tomba, e non si mostrò più fuori.
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;75
Ma quell’altro magnanimo spirito, per volere del quale mi ero fermato, non cambiò espressione, né mosse il collo, né piegò il proprio fianco;
e sé continuando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “mal appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.78
e riprendendo il discorso da dove lo aveva lasciato, disse: “Se essi hanno imparato male quell’arte del ritorno in patria, questo mi tormenta più di questo letto di fuoco.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.81
Ma non si accenderà cinquanta volte ancora il volto della luna che qui regna il tempo, che tu stesso saprai quanto sia difficile quell’arte del tornare in patria.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.84
E se vuoi mai fare ritorno nel dolce mondo dei vivi, dimmi: perché quel popolo fiorentino è così spietato contro i miei discendenti in ogni sua legge?”.
Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.87
Al che io gli risposi: “La strage e il grande massacro che tinse di rosso il fiume Arbia, sono la causa per cui nel nostro tempio si pronunciano tali leggi contro di voi”.
Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.90
Dopo aver scosso il capo sospirando, disse: “A quella battaglia non fui presente da solo, né certo mi sarei mosso con gli altri senza una ragione precisa.
Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.93
Ma fui il solo, nel momento in cui tutti erano d’accordo nel voler distruggere Firenze, a difenderla apertamente, a viso scoperto”.
“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.96
“Ah, possa mai riposare in pace la vostra discendenza”, lo pregai io, “risolvetemi quel dubbio che qui ha ingarbugliato il mio ragionamento.
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.99
Sembra che voi possiate vedere, se ho capito bene, in anticipo ciò che il tempo porterà con sé, ma non conoscete invece la condizione presente”.
“Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.102
“Noi vediamo le cose lontane nel tempo”, disse, “come chi ha una vista debole; tanto ancora ci illumina la luce suprema di Dio.
Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.105
Ma quando gli eventi si avvicinano o accadono nel presente, il nostro intelletto è del tutto inutile; e se altri non ce ne informano, non sappiamo nulla della vostra condizione umana nel mondo dei vivi.
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.108
Puoi quindi capire che tutta la nostra capacità di conoscere sarà del tutto morta dal momento in cui, con il Giudizio Universale, si chiuderà per sempre la porta del futuro”.
Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;111
Allora, come pentito della mia colpa, dissi: “Ora dunque, dite a quell’anima caduta che suo figlio è ancora vivo, unito ai vivi;
e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.114
e se prima rimasi in silenzio davanti alla sua domanda, fategli sapere che lo feci perché stavo ancora riflettendo sull’errore che voi mi avete ora chiarito”.
E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.117
E già il mio maestro mi stava richiamando; per questo pregai lo spirito, più in fretta, di dirmi chi si trovasse là insieme a lui.
Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.120
Mi disse: “Qui giaccio insieme a più di mille altre anime: qui dentro c’è Federico II e il Cardinale; e degli altri non parlo”.
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.123
Detto ciò si nascose di nuovo nella tomba; e io mi voltai verso l’antico poeta Virgilio, ripensando a quel discorso che mi era parso ostile, minaccioso.
Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li satisfeci al suo dimando.126
Egli si mosse; e poi, mentre camminavamo, mi disse: “Perché sei così turbato?”. E io risposi soddisfacendo la sua domanda.
“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:129
“Conserva bene nella mente ciò che hai udito contro di te”, mi ordinò quel saggio; “e ora presta attenzione a questo”, e alzò il dito:
“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio”.132
“quando sarai davanti alla dolce luce di colei il cui bell’occhio vede ogni cosa, da lei saprai qual è il cammino della tua vita”.
Poscia piegò a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,135
Poi piegò il passo verso sinistra: lasciammo il muro della città e ci dirigemmo verso il centro, lungo un sentiero che conduce a una valle,
che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.136
che faceva sentire, fin lassù, il fastidio del suo puzzo, l’orrendo fetore che sale da quella valle infernale.

Riassunto

Il Canto X è tra i più celebri dell’Inferno per la potenza drammatica dei suoi personaggi e per la densità del suo significato filosofico e politico.

Il Contrapasso degli Epicurei

Gli eretici epicurei, avendo creduto che l’anima morisse insieme al corpo, sono condannati a giacere in sepolcri infuocati: la tomba, luogo destinato ai soli corpi, diventa per loro l’unica dimora anche dell’anima, in eterno. Il fuoco che li avvolge è insieme punizione fisica e immagine della loro cecità spirituale, incapaci come furono di guardare oltre la materia.

Farinata: l’orgoglio politico oltre la morte

Farinata degli Uberti incarna la grandezza tragica della fazione ghibellina e dell’attaccamento alla propria parte politica, che sopravvive persino alla dannazione. Il suo gesto di aver salvato Firenze dalla distruzione totale dopo Montaperti, pur da nemico della città guelfa, mostra un’umanità e un patriottismo che complicano il giudizio morale di Dante: Farinata è dannato per eresia, non per la sua azione politica, che anzi viene qui elogiata.

Cavalcante dei Cavalcanti e il dolore paterno

Il breve, straziante intervento di Cavalcante introduce il tema degli affetti familiari nell’Inferno. Il fraintendimento sul destino del figlio Guido Cavalcanti, poeta e amico di Dante, aggiunge un tono di autentico patetismo, in contrasto con la fierezza marmorea di Farinata.

La prescienza dei dannati e il limite della conoscenza infernale

Farinata spiega una regola teologica fondamentale dell’Inferno dantesco: le anime dannate vedono il futuro remoto ma non il presente né il futuro prossimo, come chi ha una vista debole capace di scorgere solo ciò che è lontano. Questa vista corta è anche il meccanismo che permette a Dante di ricevere, canto dopo canto, profezie sul proprio destino di esilio, sempre attraverso la voce dei dannati.