Canto XXVI

Il Canto XXVI si apre con una dura invettiva di Dante contro Firenze, per poi entrare nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti, avvolti ciascuno in una fiamma individuale. Il canto è celebre per l’incontro con Ulisse, racchiuso in un’unica fiamma bicorne insieme a Diomede, che racconta a Dante il proprio ultimo, temerario viaggio oltre le Colonne d’Ercole, concluso in un naufragio.

Personaggi:

Luoghi:

Ottavo Cerchio, Malebolge: ottava bolgia, i consiglieri fraudolenti.

Dante, Ulisse e Diomede nel Canto XXVI dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante apre il canto con un’invettiva ironica contro Firenze, colpevole di avere già cinque suoi cittadini tra i ladri appena lasciati, e presagisce future sventure per la città (vv. 1-12). Dopo una faticosa risalita, i poeti si affacciano sull’ottava bolgia, dove innumerevoli fiamme, simili a lucciole viste da lontano, avvolgono ciascuna un’anima dannata: sono i consiglieri fraudolenti, puniti perché usarono l’intelligenza per ingannare (vv. 13-42).

Una fiamma bicorne attira l’attenzione di Dante: contiene insieme Ulisse e Diomede, puniti per l’inganno del cavallo di Troia e altri raggiri (vv. 43-63). Su richiesta di Dante, Virgilio si rivolge alla fiamma, e Ulisse racconta il proprio ultimo viaggio: dopo essersi separato da Circe, spinto dal desiderio di conoscenza, salpò oltre le Colonne d’Ercole con un piccolo equipaggio di compagni ormai anziani, incitandoli con un celebre discorso sulla dignità umana (vv. 64-142). Il viaggio si conclude con l’avvistamento della montagna del Purgatorio e un naufragio improvviso, causato da un turbine.

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Godi, Fiorenza, poi che se’ si grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!3
Gioisci, Firenze, dato che sei cosi grande, che sbatti le ali sul mare e sulla terra, e il tuo nome si diffonde persino nell’Inferno!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.6
Tra i ladri ho trovato ben cinque tuoi cittadini, per cui provo vergogna, e tu non ne trai certo grande onore.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.9
Ma se ci si avvicina al vero sognando verso l’alba, sentirai, tra non molto tempo, cio che Prato, e non solo lei, desidera per te.
E se gia fosse, non saria per tempo.
Cosi foss’ei, da che pur esser dee!
che piu mi graverà, com’piu m’attempo.12
E se cio accadesse gia ora, non sarebbe comunque troppo presto. Magari fosse gia successo, dato che comunque deve succedere! Perche mi pesera sempre di piu, quanto piu invecchiero.
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatte iborni a scender pria,
rimonto ‘l duca mio e trasse mee;15
Ci allontanammo, e su per le scale che ci avevano fatto scendere prima, il mio maestro risali e mi trasse con se;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio
lo pie sanza la man non si spedia.18
e proseguendo per il sentiero solitario, tra le schegge e i macigni dello sperone di roccia, il piede non riusciva a procedere senza l’aiuto della mano.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a cio ch’io vidi,
e piu lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio,21
Allora mi addolorai, e ancora mi addoloro quando rivolgo la mente a cio che vidi, e freno il mio ingegno piu del solito,
perche non corra che virtu nol guidi;
si che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ‘l ben, ch’io stesso non m’invidi.24
affinche non corra senza che la virtu lo guidi; cosi che, se una buona stella o qualcosa di ancora migliore mi ha dato questo dono, io stesso non lo sciupi.
Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,27
Come il contadino che si riposa sulla collina, nella stagione in cui colui che illumina il mondo ci nasconde meno a lungo il proprio volto,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giu per la vallea,
forse cola dov’e’ vendemmia e ara:30
nell’ora in cui la mosca lascia il posto alla zanzara, vede lucciole giu per la valle, forse la dove coltiva la vigna e ara la terra:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, si com’io m’accorsi
tosto che fui la ‘ve ‘l fondo parea.33
di altrettante fiamme risplendeva tutta l’ottava bolgia, come mi accorsi non appena fui nel punto da cui si vedeva il fondo.
E qual colui che si vengio con li orsi
vide ‘l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,36
E come colui che fu vendicato dagli orsi vide il carro di Elia allontanarsi, quando i cavalli si levarono dritti verso il cielo,
che nol potea si con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
si come nuvoletta, in su salire:39
che non riusciva a seguirlo con lo sguardo abbastanza da vedere altro che la sola fiamma, come una nuvoletta, salire verso l’alto:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, che nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.42
cosi si muoveva ciascuna fiamma lungo la gola del fossato, poiche nessuna mostra il furto che nasconde, e ogni fiamma avvolge un peccatore.
Io stava sovra ‘l ponte a veder surto,
si che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giu sanz’esser urto.45
Io stavo sul ponte a guardare, cosi proteso, che se non mi fossi aggrappato a uno sperone di roccia, sarei caduto giu senza nemmeno essere spinto.
E ‘l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli e inceso”.48
E il maestro, che mi vide cosi assorto, disse: “Dentro i fuochi ci sono gli spiriti; ciascuno e avvolto da quello che lo brucia”.
“Maestro mio”, rispuos’io, “per udirti
son io piu certo; ma gia m’era avviso
che cosi fosse, e gia voleva dirti:51
“Maestro mio”, risposi, “sentendoti da te sono piu certo; ma gia lo sospettavo, e stavo gia per chiedertelo:
chi e ‘n quel foco che vien si diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteocle col fratel fu miso?”.54
chi e in quella fiamma che arriva cosi divisa in cima, tanto da sembrare sorgere dalla pira dove furono posti insieme Eteocle e suo fratello?”.
Rispuose a me: “La dentro si martira
Ulisse e Diomede, e cosi insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;57
Mi rispose: “La dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e cosi vanno insieme alla punizione come andarono insieme all’ira in vita;
e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fe la porta
onde usci de’ Romani il gentil seme.60
e dentro la loro fiamma si piange l’inganno del cavallo di legno che apri la porta da cui usci la nobile stirpe dei Romani.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamia ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”.63
Vi si piange anche l’inganno per cui, morta, Deidamia ancora si duole di Achille, e vi si sconta la pena per il furto del Palladio”.
“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar”, diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, che ‘l priego vaglia mille,66
“Se possono parlare dentro quelle fiamme”, dissi, “maestro, ti prego con insistenza, e ti riprego che questa preghiera valga come mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!”.69
di non negarmi di aspettare finche la fiamma bicorne arrivi qui; vedi come mi piego verso di essa per il desiderio!”.
Ed elli a me: “La tua preghiera e degna
di molta loda, e io pero l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.72
Ed egli a me: “La tua richiesta merita molta lode, e percio la accetto; ma fa’ in modo che la tua lingua si trattenga.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
cio che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fur greci, forse del tuo detto”.75
Lascia parlare me, perche ho capito cosa vuoi; potrebbero essere restii, essendo greci, forse verso le tue parole”.
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:78
Dopo che la fiamma fu arrivata dove al mio maestro sembro il momento e il luogo adatto, lo sentii parlare in questo modo:
“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco81
“O voi che siete in due dentro un solo fuoco, se meritai qualcosa da voi mentre vivevo, se meritai da voi molto o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.84
quando nel mondo scrissi i miei alti versi, non muovetevi; ma che uno di voi racconti dove ando a morire, perso, per colpa sua”.
Lo maggior corno de la fiamma antica
comincio a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;87
Il corno piu grande della fiamma antica comincio ad agitarsi mormorando, proprio come una fiamma che il vento affatica;
indi la cima qua e la menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitto voce di fuori e disse: “Quando90
poi, muovendo la punta qua e la, come se fosse la lingua che parlasse, emise una voce e disse: “Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me piu d’un anno la presso a Gaeta,
prima che si Enea la nomasse,93
mi allontanai da Circe, che mi trattenne per piu di un anno vicino a Gaeta, prima che Enea le desse quel nome,
ne dolcezza di figlio, ne la pieta
del vecchio padre, ne ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,96
ne la dolcezza per mio figlio, ne la pieta per il vecchio padre, ne l’amore dovuto che avrebbe dovuto rendere felice Penelope,
vincer poter dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;99
riuscirono a vincere dentro di me l’ardente desiderio che avevo di diventare esperto del mondo, dei vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.102
ma mi misi per l’alto mare aperto, solo con una nave e quella piccola compagnia da cui non fui mai abbandonato.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.105
Vidi entrambe le coste fino alla Spagna, fino al Marocco, e l’isola dei Sardi, e le altre isole che quel mare bagna intorno.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segno li suoi riguardi108
Io e i compagni eravamo ormai vecchi e lenti quando arrivammo a quello stretto passaggio dove Ercole pose i suoi confini,
accio che l’uom piu oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra gia m’avea lasciata Setta.111
affinche l’uomo non si spingesse oltre; mi lasciai a destra Siviglia, mentre a sinistra avevo gia lasciato Ceuta.
‘O frati’, dissi, ‘che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia114
‘O fratelli’, dissi, ‘che attraverso centomila pericoli siete giunti fino a occidente, a questa cosi breve veglia
d’i nostri sensi ch’e del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.117
dei nostri sensi che ci resta ancora, non vogliate negare l’esperienza, seguendo il sole, del mondo disabitato che sta oltre.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza’.120
Considerate la vostra origine: non foste creati per vivere come bruti animali, ma per seguire virtu e conoscenza’.
Li miei compagni fec’io si aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti.123
Resi i miei compagni cosi desiderosi di proseguire il cammino, con questo breve discorso, che a stento poi sarei riuscito a trattenerli.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.126
E volta la nostra poppa verso l’alba, facemmo dei remi le ali per il folle volo, guadagnando sempre terreno verso sinistra.
Tutte le stelle gia de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.129
Vedevo gia di notte tutte le stelle dell’altro polo, e il nostro era ormai cosi basso, che non si sollevava piu sopra la superficie del mare.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,132
Cinque volte si era riaccesa e altrettante spenta la luce sotto la luna, da quando eravamo entrati in quel viaggio arduo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.135
quando ci apparve una montagna, scura per la distanza, e mi sembro alta quanto non ne avevo mai vista alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto torno in pianto;
che de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.138
Ci rallegrammo, ma presto la gioia si trasformo in pianto; perche dalla nuova terra nacque un turbine, che colpi la prua della nostra nave.
Tre volte il fe girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giu, com’altrui piacque,141
La fece girare tre volte insieme a tutta l’acqua del mare; alla quarta volta fece sollevare la poppa verso l’alto e la prua andare giu, come piacque a un altro,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”.142
finche il mare non si richiuse sopra di noi”.

Riassunto

Il Canto XXVI, con il racconto di Ulisse, è uno dei più celebri e discussi dell’intera Commedia, per la sua ambiguità morale e la sua potenza poetica.

Il contrapasso dell’intelligenza ingannatrice

I consiglieri fraudolenti sono avvolti da fiamme che nascondono la loro identità come essi nascosero la verità dietro consigli ingannevoli: la lingua di fuoco che parla, ricordando la lingua umana usata per il male, è un’immagine perfetta del contrapasso.

Ulisse: eroismo condannato

Il folle volo di Ulisse oltre i limiti imposti da Ercole rappresenta per Dante un atto di trasgressione, un desiderio di conoscenza che, privo della guida della fede, si trasforma in superbia intellettuale. Eppure il discorso ai compagni, con il suo appello a seguire virtù e conoscenza, è tra i versi più celebrati e ammirati della letteratura italiana, creando una tensione irrisolta tra condanna morale e ammirazione poetica per la grandezza umana.

Firenze e la profezia iniziale

L’invettiva contro Firenze in apertura, con il riferimento a quel che Prato desidera per la città, collega il destino politico della città natale di Dante al tema più ampio della frode e della corruzione, in una continuità tra il particolare civico e l’universale morale che attraversa l’intera cantica.