Canto XI

Le anime dei superbi, curve sotto enormi massi, recitano una parafrasi del Padre Nostro. Dante incontra Omberto Aldobrandeschi, poi il miniatore Oderisi da Gubbio, che riflette sulla vanità della gloria artistica e mondana citando gli esempi di Cimabue e Giotto, e infine apprende la storia di Provenzano Salvani, salvato da un atto di umiltà pubblica.

Personaggi:

Luoghi:

Prima cornice del Purgatorio, quella dei superbi.

Dante, Virgilio, Omberto Aldobrandeschi e Oderisi da Gubbio nel Canto XI del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Le anime dei superbi, curve sotto massi enormi, recitano insieme una parafrasi del Padre Nostro, chiedendo aiuto anche per i vivi rimasti sulla terra (vv. 1-24). Dante incontra Omberto Aldobrandeschi, nobile toscano morto per la propria arroganza familiare (vv. 25-72). Riconosce poi il miniatore Oderisi da Gubbio, che riflette con amarezza sulla vanità della gloria artistica e letteraria, citando gli esempi di Cimabue superato da Giotto e dei due Guido in poesia (vv. 73-117). Oderisi indica infine Provenzano Salvani, salvato dalla propria presunzione grazie a un estremo, pubblico atto di umiltà compiuto per amore di un amico (vv. 118-142).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,3
“O Padre nostro, che stai nei cieli, non perché sia lì limitato, ma per il maggiore amore che hai per le prime creature lassù,
laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.6
sia lodato il tuo nome e il tuo potere da ogni creatura, come è giusto rendere grazie alla tua dolce essenza.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.9
Venga verso di noi la pace del tuo regno, poiché noi non possiamo raggiungerla da soli, con tutto il nostro ingegno, se essa non viene.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.12
Come i tuoi angeli fanno a te sacrificio della loro volontà, cantando osanna, così la facciano gli uomini della loro.
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.15
Dacci oggi la manna quotidiana, senza la quale, in questo aspro deserto, arretra chi più si affanna per progredire.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.18
E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sofferto, così perdona tu, benigno, senza guardare al nostro merito.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.21
La nostra virtù, che facilmente cede, non metterla alla prova con l’antico avversario, ma liberacene, poiché ci spinge così tanto.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».24
Quest’ultima preghiera, caro Signore, non la facciamo più per noi, poiché non ne abbiamo bisogno, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi”.
Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,27
Così, augurando bene a sé stesse e a noi, quelle anime, pregando, camminavano sotto il loro peso, simile a quello che a volte si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.30
diversamente angosciate tutte quante intorno alla cornice, e stanche, purificandosi dalla caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’ hanno al voler buona radice?33
Se lassù si prega sempre bene per noi, cosa si può dire e fare quaggiù per loro, da parte di chi ha buona radice nella volontà?
Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.36
Ben si deve aiutarli a lavare via le macchie che portano da qui, così che, puri e leggeri, possano salire alle ruote stellate.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,39
“Deh, possa la giustizia e la pietà presto alleggerirvi, così che possiate muovere l’ala che vi solleverà secondo il vostro desiderio,
mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’ è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;42
mostrateci da quale lato si va più rapidamente verso la scala; e se c’è più di un passaggio, indicateci quello meno ripido;
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco».45
perché costui che viene con me, per il peso della carne di Adamo di cui è ancora rivestito, sale a fatica, contro la sua stessa volontà”.
Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;48
Le parole che risposero a queste dette dalla mia guida non furono chiare su chi le avesse pronunciate;
ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.51
ma fu detto: “Venite con noi sulla destra lungo il pendio, e troverete il passaggio percorribile da una persona ancora viva.
E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,54
E se non fossi impedito dalla pietra che doma la mia superba cervice, per cui devo tenere lo sguardo basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.57
guarderei costui, che ancora vive e non si nomina, per vedere se lo conosco, e per renderlo compassionevole verso questo mio peso.
Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.60
Io fui italiano, e nato da un grande toscano: Guglielmo Aldobrandeschi fu mio padre; non so se il suo nome vi sia mai giunto.
L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,63
L’antico sangue nobile e le imprese illustri dei miei antenati mi resero così arrogante, che, non pensando alla madre comune,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.66
disprezzai ogni uomo a tal punto, che ne mori’, come sanno i senesi, e come sa ogni abitante di Campagnatico.
Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.69
Io sono Omberto; e la superbia non ha danneggiato solo me, poiché ha trascinato con sé nella rovina tutta la mia famiglia.
E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».72
E qui devo portare questo peso per lei, finché non si sia soddisfatta la giustizia di Dio, poiché non lo feci tra i vivi, lo faccio qui tra i morti”.
Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,75
Ascoltando, chinai il volto verso il basso; e uno di loro, non quello che parlava, si voltò sotto il peso che lo opprime,
e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.78
e mi vide e mi riconobbe e mi chiamava, tenendo gli occhi fissi su di me con fatica, mentre camminavo tutto chino insieme a loro.
«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».81
“Oh!”, gli dissi, “non sei tu Oderisi, l’onore di Gubbio e l’onore di quell’arte che a Parigi si chiama miniatura?”.
«Frate», diss’elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.84
“Fratello”, disse lui, “sorridono di più le pagine dipinte da Franco Bolognese; l’onore ormai è tutto suo, e mio solo in parte.
Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.87
Non sarei stato così generoso mentre ero in vita, per il grande desiderio di eccellenza a cui il mio cuore ambiva.
Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.90
Di tale superbia qui si paga il fio; e non sarei nemmeno qui, se non fosse che, pur potendo ancora peccare, mi rivolsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse!
com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!93
Oh vana gloria delle capacità umane! Come dura poco il verde sulla cima, se non è seguita da epoche più rozze!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:96
Credette Cimabue di dominare il campo della pittura, e ora la fama è di Giotto, tanto che quella di Cimabue si è oscurata:
così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.99
così l’uno ha tolto all’altro Guido la gloria della poesia; e forse è già nato chi caccerà entrambi dal nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.102
Il clamore mondano non è altro che un soffio di vento, che ora viene da una parte ora dall’altra, e cambia nome perché cambia direzione.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il »pappo« e ’l »dindi«,105
Che fama avrai tu di più, se ti separi dalla carne vecchia, rispetto a se fossi morto prima di lasciare i vezzeggiativi infantili,
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.108
prima che passino mille anni? Che è uno spazio più breve, rispetto all’eternità, di un batter di ciglia rispetto al ciclo più lento nel cielo.
Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,111
Colui che cammina davanti a me così lentamente, un tempo il suo nome risuonava in tutta la Toscana; e ora a malapena se ne bisbiglia a Siena,
ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.114
dove era signore quando fu distrutta la rabbia dei Fiorentini, che a quel tempo era superba quanto ora è corrotta.
La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».117
La vostra fama è come il colore dell’erba, che viene e va, e la scolorisce lo stesso sole che la fa spuntare dalla terra ancora acerba”.
E io a lui: «Tu’ vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».120
E io a lui: “Le tue parole vere mi infondono una buona umiltà, e appiattiscono in me un grande orgoglio; ma chi è colui di cui parlavi ora?”.
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.123
“È”, rispose, “Provenzano Salvani; ed è qui perché fu presuntuoso al punto di voler avere tutta Siena nelle sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso».126
È andato così, e continua ad andare, senza riposo, da quando morì; questa è la moneta con cui paga chi fu troppo audace nel mondo”.
E io: «Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,129
E io: “Se quello spirito che aspetta, prima di pentirsi, l’orlo della propria vita, resta quaggù e non sale ancora,
se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?».132
se una buona preghiera non lo aiuta, prima che passi un tempo pari a quello vissuto, come mai gli è stato concesso di salire così presto?”.
«Quando vivea più glorioso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;135
“Quando visse nel momento di massima gloria”, disse, “si presentò liberamente nella piazza di Siena, deposta ogni vergogna;
e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.138
e lì, per liberare il suo amico dalla pena che soffriva nella prigione di Carlo d’Angiò, si ridusse a tremare in ogni vena.
Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.141
Non dirò altro, e so che parlo oscuramente; ma passerà poco tempo, e i tuoi stessi concittadini faranno sì che tu possa comprenderlo da solo:
Quest’opera li tolse quei confini».142
fu quell’azione a togliergli quei confini d’attesa nell’Antipurgatorio”.

Riassunto

Il Canto XI approfondisce il tema della superbia intellettuale e artistica, tra i più sentiti da Dante stesso.

Il Padre Nostro dei superbi

La parafrasi della preghiera, adattata alla condizione delle anime purganti, mostra come anche la preghiera più universale si pieghi ai bisogni specifici di chi la recita, in un dialogo costante tra vivi e morti.

Oderisi e la vanità della fama

Il celebre passo su Cimabue e Giotto, e sui due Guido della poesia, è una delle riflessioni più dirette di Dante sulla propria stessa ambizione letteraria, resa universale attraverso l’immagine del “fiato di vento”.

Provenzano Salvani e l’umiltà estrema

La storia di Salvani, che si umiliò pubblicamente per riscattare un amico, dimostra come un solo, autentico atto di umiltà possa avere un peso decisivo nel cammino di salvezza.