Canto XII

Camminando ormai eretto accanto a Virgilio, Dante osserva sul pavimento della cornice tredici esempi di superbia punita, da Lucifero a Troia distrutta. Un angelo li accoglie con la beatitudine «Beati pauperes spiritu» e cancella la prima delle sette P dalla fronte di Dante, che sente subito la salita farsi più leggera.

Personaggi:

Dante, Virgilio, l’Angelo dell’Umiltà.

Luoghi:

Pavimento della prima cornice (esempi di superbia punita) e scala verso la seconda cornice.

Dante e Virgilio nel Canto XII del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Camminando eretto accanto a Virgilio, Dante osserva scolpiti sul pavimento tredici esempi di superbia punita, da Lucifero e i Giganti fino a Troia distrutta, in un acrostico che compone la parola «UOM» (vv. 1-72). Un angelo splendente li accoglie, li invita a salire e cancella con un colpo d’ala la prima delle sette P dalla fronte di Dante (vv. 73-99). Ascendendo la nuova scalinata, i due poeti odono cantare la beatitudine Beati pauperes spiritu, e Dante si accorge con stupore che la salita è diventata molto più leggera: Virgilio gli spiega che è l’effetto della prima P cancellata (vv. 100-136).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’anima carca,
fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.3
Di pari passo, come buoi aggiogati insieme, camminavo io accanto a quell’anima carica di peso, finché il dolce pedagogo lo permise.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;6
Ma quando disse: “Lascialo e prosegui; perché qui conviene che ciascuno spinga la propria barca con le vele e con i remi, per quanto può”;
dritto sì come andar vuolsi rife’ mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.9
mi rimisi dritto, come si conviene camminare, con il corpo, sebbene i miei pensieri restassero ancora chini e diminuiti.
Io m’era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com’eravam leggeri;12
Mi ero mosso, e seguivo volentieri i passi del mio maestro, ed entrambi mostravamo già quanto fossimo leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue».15
ed egli mi disse: “Volgi lo sguardo in giù: ti sarà utile, per rendere più tranquillo il cammino, vedere il terreno sotto i tuoi piedi”.
Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria,18
Come, perché ne resti memoria, le tombe poste a terra sopra i sepolti portano incisa l’immagine di ciò che essi furono in vita,
onde lì molte volte si ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a’ pii dà de le calcagne;21
per cui spesso si ripiange lì a causa della puntura del ricordo, che spinge alla compassione solo chi è pio;
sì vid’io lì, ma di miglior sembianza
secondo l’artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.24
così vidi lì, ma con fattura ancora migliore per la perfezione dell’arte, scolpito tutto ciò che sporge dal bordo del monte verso l’esterno.
Vedea colui che fu nobil creato
più ch’altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l’un lato.27
Vedevo colui che fu creato più nobile di ogni altra creatura, scendere dal cielo come un fulmine, da un lato;
Vedea Briareo, fitto dal telo
celestiòl, giacer da l’altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.30
vedevo Briareo, trafitto dal dardo celeste, giacere dall’altra parte, appesantito sulla terra dal gelo mortale.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d’i Giganti sparte.33
Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora armati, intorno a Giove loro padre, osservare le membra sparse dei Giganti.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che ’n Sennaar con lui superbi fuoro.36
Vedevo Nembrot ai piedi della sua grande opera, quasi confuso, guardare la gente che con lui fu superba a Sennaar.
O Niobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!39
O Niobe, con quanto dolore ti vedevo raffigurata sulla strada, tra i tuoi quattordici figli uccisi!
O Saùl, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!42
O Saul, come apparivi lì morto sulla tua stessa spada sul monte Gelboe, che poi non sentì più né pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l’opera che mal per te si fé.45
O folle Aracne, così ti vedevo, già mezza trasformata in ragno, triste sui resti dell’opera che ti fu fatale.
O Roboam, già non par che minacci
quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.48
O Roboamo, la tua immagine lì non sembrava più minacciare nessuno; ma, pieno di spavento, lo portava via un carro, senza che nessuno lo inseguisse.
Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.51
Il duro pavimento mostrava ancora come Almeone rese cara a sua madre quella sventurata collana.
Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacheríb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.54
Mostrava come i figli si gettarono sopra Sennacherib dentro il tempio, e come, dopo averlo ucciso, lì lo lasciarono.
Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».57
Mostrava la rovina e il crudele massacro che fece Tamiri, quando disse a Ciro: “Avevi sete di sangue, e io te ne sazio”.
Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.60
Mostrava come fuggirono in rotta gli Assiri, dopo che fu ucciso Oloferne, e anche i resti di quella strage.
Vedea Troia in cenere e in caverne;
o Iliòn, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!63
Vedevo Troia ridotta in cenere e macerie; oh Ilio, come ti mostrava basso e vile quel segno scolpito lì!
Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?66
Quale maestro di pennello o di bulino avrebbe potuto ritrarre le ombre e i tratti che lì avrebbero fatto meravigliare anche un ingegno raffinato?
Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant’io calcai, fin che chinato givi.69
I morti sembravano morti, e i vivi sembravano vivi: chi vide la realtà non la vide meglio di quanto io vedessi ciò che calpestavo, camminando chino.
Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!72
Ora insuperbitevi pure, e andate con lo sguardo altero, figli di Eva, e non chinate il volto, così da non vedere il vostro cattivo sentiero!
Più era già per noi del monte vòlto
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l’animo non sciolto,75
Avevamo ormai percorso più tratto di monte, e consumato più tempo di cammino del sole, di quanto pensasse il mio animo, ancora assorto,
quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.78
quando colui che camminava sempre guardando avanti a sé cominciò: “Alza la testa; non è più tempo di andare così assorto.
Vedi colà un angel che s’appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l’ancella sesta.81
Guarda là un angelo che si prepara a venire verso di noi; guarda che ritorna dal suo servizio quotidiano l’ancella sesta”.
Di reverenza il viso e li atti addorna,
sì che i diletti lo ’nviarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!».84
“Adorna il tuo viso e i tuoi gesti di reverenza, così che gli piaccia indirizzarci verso l’alto; pensa che questo giorno non tornerà mai più!”.
Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, sì che ’n quella
materia non potea parlarmi chiuso.87
Ero ormai abituato al suo ammonimento di non perdere tempo, tanto che su questo argomento non poteva parlarmi in modo oscuro.
A noi venia la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.90
Verso di noi veniva la bella creatura, vestita di bianco, con il volto che sembrava tremolare come una stella del mattino.
Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.93
Aprì le braccia, e poi aprì le ali; disse: “Venite: qui vicino ci sono i gradini, e ormai si sale agevolmente.
A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?».96
A questo invito rispondono in pochi: o genere umano, nato per volare in alto, perché cadi per così poco vento?”.
Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.99
Ci condusse dove la roccia era tagliata; lì mi colpì la fronte con le ali; poi mi promise che il cammino sarebbe stato sicuro.
Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,102
Come, per salire a destra verso il monte dove sorge la chiesa che domina la ben governata città sopra il ponte Rubaconte,
si rompe del montar l’ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;105
si interrompe la ripida salita grazie a scalinate costruite in un’epoca in cui erano sicuri sia i registri che le misure,
così s’allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l’altro girone;
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.108
così si addolcisce la parete che scende, qui, ripida, dall’altro girone; ma da entrambi i lati la roccia alta la sfiora.
Noi volgendo ivi le nostre persone,
«Beati pauperes spiritu!» voci
cantaron sì, che nol diria sermone.111
Mentre volgevamo lì le nostre persone, delle voci cantavano “Beati i poveri di spirito!”, in un modo che nessuna parola potrebbe descrivere.
Ahi quanto son diverse quelle foci
da l’infernali! ché quivi per canti
s’entra, e là giù per lamenti feroci.114
Ah, quanto sono diverse queste porte da quelle infernali! Perché qui si entra tra canti, mentre laggiù tra lamenti feroci.
Già montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.117
Salivamo ormai per i gradini santi, e mi sembrava di essere molto più leggero di quanto mi sembrasse prima, sul piano.
Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve
levata s’ è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?».120
Perciò dissi: “Maestro, dimmi, quale peso mi è stato tolto, che quasi non sento più fatica camminando?”.
Rispuose: «Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com’è l’un, del tutto rasi,123
Rispose: “Quando le P che restano ancora sul tuo volto, quasi cancellate, saranno del tutto scomparse, come già lo è la prima,
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti».126
i tuoi piedi saranno talmente vinti dalla buona volontà, che non solo non sentiranno fatica, ma proveranno piacere nell’essere spinti verso l’alto”.
Allor fec’io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;129
Allora feci come fanno coloro che camminano con qualcosa sulla testa senza saperlo, finché i gesti altrui non li fanno sospettare;
per che la mano ad accertar s’aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;132
per cui la mano si aiuta a verificare, e cerca, e trova, e compie quell’ufficio che la vista da sola non può svolgere;
e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:135
e con le dita della mano destra distese trovai solo sei le lettere che quello dalle chiavi aveva inciso sulla mia fronte:
a che guardando, il mio duca sorrise.136
vedendo ciò, la mia guida sorrise.

Riassunto

Il Canto XII chiude la sezione dei superbi con un contrappunto agli esempi virtuosi del Canto X: qui sono gli esempi di superbia punita ad ammonire i penitenti.

Il pavimento come specchio della caduta

I tredici esempi, da Lucifero a Troia, coprono l’intera storia sacra e profana, mostrando come la superbia sia una colpa costante e universale, non solo umana.

L’acrostico “UOM”

La disposizione delle terzine, che compone la parola “UOM” nelle iniziali dei versi, è un raffinato artificio retorico che sottolinea come la superbia sia la colpa più propriamente umana.

La leggerezza ritrovata

La sensazione fisica di leggerezza dopo la cancellazione della prima P rende concreto, quasi corporeo, il progresso spirituale di Dante: ogni peccato superato alleggerisce realmente il cammino.