personaggio

Messo Celeste

Nel Canto IX dell’Inferno, la prosecuzione del viaggio di Dante e Virgilio rischia di essere bloccata dai demoni a guardia della città di Dite. La svolta avviene con l’intervento del messo celeste, preannunciato già dal poeta mantovano sul finire del Canto VIII come l’unico in grado di spalancare le porte della fortezza infernale.

L’ingresso in scena di questo inviato divino è di grande impatto drammatico: dopo aver invitato i lettori a cogliere il significato nascosto dietro il velo allegorico, Dante ne paragona la furia al passaggio di una bufera implacabile. La creatura cammina sul fango dello Stigio senza nemmeno bagnarsi i piedi, mentre le anime dei dannati si disperdono al suo passaggio. Con un gesto quasi distaccato si scosta dal volto la fitta nebbia della palude, poi gli basta toccare le porte di Dite con una bacchetta per farle spalancare all’istante. Impartita una dura reprimenda ai diavoli per la loro vana resistenza al volere divino, la figura si allontana rapidamente, consentendo ai due viaggiatori di proseguire in totale sicurezza.

L’esatta identità di questa figura è tuttora oggetto di dibattito tra gli studiosi, data l’essenzialità con cui Dante la descrive:

Interpretazione angelica: L’ipotesi più immediata lo vede semplicemente come un angelo (forse Michele o Gabriele), anche se il suo atteggiamento rigido e l’evidente fastidio nel contatto con il pantano infernale paiono insoliti per uno spirito celeste.

  • Lettura mitologica: Diversi critici vi scorgono l’allegoria di un eroe pagano o di una divinità, come Perseo (vincitore della Medusa) o Mercurio (messaggero degli dei).
  • Interpretazione storica: Più debole è l’ipotesi che possa trattarsi di un personaggio dell’epoca contemporanea a Dante.

È assai probabile che l’autore abbia voluto lasciare la figura volutamente indefinita, caratterizzandola prima di tutto come l’incarnazione simbolica della volontà di Dio che travolge ogni ostacolo diabolico.