Canto XXIX

Nel Primo Mobile, Beatrice spiega a Dante la creazione degli angeli: istantanea e fuori dal tempo, contemporanea a quella dell’universo intero, correggendo un errore di san Girolamo sulla presunta anteriorità della creazione angelica. Racconta poi la caduta di Lucifero e dei suoi seguaci, e la natura della conoscenza angelica, prima di lanciarsi in una lunga e durissima invettiva contro i predicatori del proprio tempo, che inventano favole e vendono false indulgenze invece di predicare il vero Vangelo.

Personaggi:

Dante, Beatrice. Vengono nominati san Girolamo (di cui si corregge un errore dottrinale) e il profeta Daniele; l’invettiva finale evoca satiricamente sant’Antonio Abate, il cui nome viene usato dai falsi questuanti per ingrassare il proprio “porco” di elemosine.

Luoghi:

Nono cielo, il Primo Mobile.

Dante e Beatrice nel Canto XXIX del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Beatrice spiega a Dante il momento e il modo della creazione degli angeli: istantanea, fuori dal tempo, contemporanea alla creazione dell’intero universo, correggendo l’opinione di san Girolamo secondo cui gli angeli sarebbero stati creati molto prima (vv. 1-66). Racconta quindi la caduta di Lucifero e dei propri seguaci, e la fedeltà degli angeli rimasti, la cui visione di Dio non necessita mai di essere richiamata alla memoria, a differenza dell’intelletto umano (vv. 67-114).

Il canto si trasforma quindi in una durissima invettiva contro i predicatori contemporanei, che inventano favole (come la falsa leggenda di un’eclissi lunare durante la Passione di Cristo) invece di predicare il vero Vangelo, e contro i questuanti che vendono false indulgenze in nome di sant’Antonio Abate, sfruttando la credulità popolare (vv. 115-174). Il canto si chiude tornando al tema angelico: il numero sterminato ma preciso degli angeli, rivelato dal profeta Daniele, e la diversità con cui ciascuno di essi riceve e riflette la luce divina, pur nell’unità assoluta di quella luce (vv. 175-208).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l’orizzonte insieme zona,3
Quando entrambi i figli di Latona, il Sole e la Luna, coperti rispettivamente dall’Ariete e dalla Bilancia, formano insieme una cintura sull’orizzonte,
quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
cambiando l’emisperio, si dilibra,6
per tutto il tempo che va dal momento in cui lo zenit li bilancia perfettamente, finché entrambi, cambiando emisfero, non si liberano da quella cintura dell’orizzonte,
tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avëa vinto.9
altrettanto a lungo, con il volto dipinto di sorriso, rimase in silenzio Beatrice, guardando fissa quel punto che aveva vinto anche la mia stessa vista.
Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.12
Poi cominciò: «Io ti dico, senza che tu me lo chieda, ciò che desideri sentire, poiché l’ho visto là dove si concentra ogni luogo e ogni tempo.
Non per aver a sé di bene acquisto,
ch’esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,15
Non per acquisire un bene per sé stesso, cosa che non può accadere, ma perché il proprio splendore potesse, risplendendo, dire “Io esisto”,
in sua etternità di tempo fore,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.18
nella propria eternità fuori dal tempo, al di fuori di ogni altra comprensione, come gli piacque, l’amore eterno si aperse in nuovi amori, gli angeli.
Né prima quasi torpente si giacque;
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.21
Né prima di ciò giaceva quasi inerte; poiché né prima né dopo procedette lo scorrere di Dio sopra queste acque della creazione.
Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d’arco tricordo tre saette.24
Forma e materia, unite insieme e pure, uscirono all’esistenza senza alcuna imperfezione, come tre frecce scoccate da un arco a tre corde.
E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,27
E come in un vetro, in un’ambra o in un cristallo un raggio risplende così immediatamente, che dal suo giungere al suo pieno manifestarsi non c’è alcun intervallo,
così ’l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.30
così il triplice effetto del proprio Signore irraggiò insieme, tutto in una volta, nella propria esistenza, senza alcuna distinzione temporale nel proprio cominciare.
Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;33
Insieme alle sostanze create fu creato anche l’ordine e la struttura tra esse; e quelle sostanze, gli angeli, furono la vetta nel mondo in cui fu prodotto il puro atto;
pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.36
la pura potenza, la materia informe, occupò invece la parte più bassa; nel mezzo la potenza fu legata all’atto con un legame così saldo, che non si scioglie mai.
Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che l’altro mondo fosse fatto;39
San Girolamo scrisse che gli angeli furono creati un lungo tratto di secoli prima che il resto del mondo fosse fatto;
ma questo vero è scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n’avvedrai se bene agguati;42
ma questa verità, che io ti dico, è invece scritta in molti passi dagli stessi scrittori ispirati dallo Spirito Santo, e te ne accorgerai se osservi bene;
e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che ’ motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.45
e anche la ragione lo intuisce in parte, poiché non ammetterebbe che le intelligenze motrici dei cieli fossero rimaste così a lungo senza la propria perfezione, cioè senza i cieli da muovere.
Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre ardori.48
Ora sai dove, quando e come questi amori, gli angeli, furono creati: cosicché sono ormai spenti nel tuo desiderio ben tre dubbi.
Né giugneriesi, numerando, al venti
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d’i vostri alimenti.51
Né si arriverebbe a contare fino a venti così in fretta, quanto rapidamente una parte degli angeli turbò il fondamento stesso dei vostri elementi, precipitando.
L’altra rimase, e cominciò quest’ arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circüir non si diparte.54
L’altra parte rimase, e cominciò questa danza che tu percepisci, con un tale diletto, che non si allontana mai dal proprio girare intorno a Dio.
Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.57
Origine della caduta fu il maledetto insuperbirsi di colui, Lucifero, che tu vedesti schiacciato da tutti i pesi del mondo, nel profondo dell’Inferno.
Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:60
Quelli che vedi qui furono invece modesti nel riconoscere sé stessi come dipendenti dalla bontà divina che li aveva resi capaci di una così grande intelligenza:
per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
sì c’hanno ferma e piena volontate;63
per cui le loro capacità visive furono esaltate con la grazia illuminante e con il proprio merito, cosicché hanno una volontà ferma e piena;
e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l’affetto l’è aperto.66
e non voglio che tu dubiti, ma sii certo, che ricevere la grazia è meritorio in proporzione a quanto l’animo vi si apre.
Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.69
Ormai puoi contemplare molto riguardo a questa assemblea angelica, se le mie parole sono state ben comprese, senza bisogno di altro aiuto.
Ma perché ’n terra per le vostre scole
si legge che l’angelica natura
è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,72
Ma poiché sulla terra, nelle vostre scuole, si insegna che la natura angelica è tale da comprendere, ricordare e volere,
ancor dirò, perché tu veggi pura
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.75
dirò ancora qualcosa, affinché tu veda pura la verità che laggiù si confonde, per un equivoco in una tale interpretazione.
Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:78
Queste sostanze, già rese liete dalla visione del volto di Dio, non distolsero mai lo sguardo da esso, dal quale nulla può restare nascosto:
però non hanno vedere interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;81
per cui la loro vista non è mai interrotta da un nuovo oggetto, e perciò non hanno bisogno di ricordare tramite un concetto separato dalla percezione diretta;
sì che là giù, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.84
cosicché laggiù, pur senza dormire, si sogna, quando si crede e non si crede di dire il vero allo stesso tempo; ma in un caso vi è più colpa e più vergogna che nell’altro.
Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!87
Voi mortali non procedete secondo un unico metodo nel filosofare: tanto vi trasporta l’amore per l’apparenza esteriore e il pensiero che ne deriva!
E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.90
E anche questo, quassù, viene tollerato con minore sdegno rispetto a quando la divina Scrittura viene trascurata o distorta.
Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s’accosta.93
Non si considera quanto sangue costi seminarla nel mondo, e quanto piaccia a Dio chi con essa si accosta con umiltà.
Per apparer ciascun s’ingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.96
Per apparire, ciascun predicatore si ingegna e crea proprie invenzioni personali; e queste vengono ampiamente diffuse dai predicanti, mentre il Vangelo stesso viene taciuto.
Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e s’interpuose,
per che ’l lume del sol giù non si porse;99
Uno dice che la luna si ritorse indietro durante la passione di Cristo e si interpose davanti al sole, per cui la luce del sole non giunse fino a terra;
e mente, ché la luce si nascose
da sé: però a li Spani e a l’Indi
come a’ Giudei tale eclissi rispuose.102
e mente, poiché in realtà fu la luce del sole stesso a nascondersi da sé: per cui quella eclissi si manifestò sia agli Spagnoli sia agli Indiani, così come ai Giudei.
Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:105
Non ha Firenze tanti abitanti chiamati Lapo e Bindo, quante favole di questo genere si gridano ogni anno dai pulpiti, di qua e di là:
sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.108
cosicché le povere pecorelle, che non ne sanno nulla, tornano dal pascolo nutrite solo di vento, e non le scusa il fatto di non accorgersi del danno subito.
Non disse Cristo al suo primo convento:
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
ma diede lor verace fondamento;111
Cristo non disse ai propri primi apostoli: ‘Andate, e predicate al mondo chiacchiere vuote’; ma diede loro un fondamento autentico e veritiero;
e quel tanto sonò ne le sue guance,
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance.114
e quel solo fondamento risuonò così tanto sulle loro labbra, che per combattere e accendere la fede usarono come armi solo il Vangelo, come scudo e lance.
Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.117
Ora invece si va a predicare con facezie e con buffonate, e purché si susciti una bella risata, il cappuccio del predicatore si gonfia d’orgoglio, e nient’altro viene richiesto.
Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch’el si confida:120
Ma in quel cappuccio si annida un tale uccello nascosto, che se il popolo lo vedesse, si accorgerebbe di che genere sia davvero l’indulgenza in cui ripone la propria fiducia:
per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova d’alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.123
per colpa della quale è cresciuta sulla terra una tale stoltezza, che, senza alcuna prova o testimonianza, si correrebbe dietro a qualunque promessa.
Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.126
Di questo si ingrassa il porco di sant’Antonio, cioè i falsi questuanti, e molti altri che sono ancora più porci di lui, pagando con moneta falsa, priva di conio autentico.
Ma perché siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.129
Ma poiché ci siamo allontanati abbastanza con questa digressione, rivolgi ormai lo sguardo di nuovo verso la retta via, cosicché il cammino si accorci insieme al tempo che ci resta.
Questa natura sì oltre s’ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;132
Questa natura angelica si moltiplica talmente in numero, che non ci fu mai linguaggio umano né concetto mortale capace di raggiungere una tale quantità;
e se tu guardi quel che si revela
per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
determinato numero si cela.135
e se guardi ciò che viene rivelato dal profeta Daniele, vedrai che nel suo ‘migliaia di migliaia’ si nasconde comunque un numero ben determinato.
La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s’appaia.138
La prima luce divina, che irradia tutte quante, viene ricevuta da ciascun angelo in tanti modi diversi, quanti sono gli splendori a cui essa si accompagna.
Onde, però che a l’atto che concepe
segue l’affetto, d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.141
Per cui, poiché all’atto del comprendere segue necessariamente l’affetto, la dolcezza dell’amare arde diversamente, più o meno intensamente, in ciascuno di essi.
Vedi l’eccelso omai e la larghezza
de l’etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s’ha in che si spezza,144
Vedi ormai quanto sia eccelsa e quanto grande sia la generosità del valore eterno di Dio, dal momento che si è frammentato in così tanti specchi diversi in cui riflettersi,
uno manendo in sé come davanti».145
pur rimanendo, in sé stesso, uno solo, così come lo era prima».

Riassunto

Il Canto XXIX conclude la trattazione angelologica del Primo Mobile con una sorprendente e durissima digressione satirica contro la predicazione corrotta del proprio tempo.

La creazione istantanea e fuori dal tempo

La dottrina della creazione simultanea e istantanea di angeli, cieli e materia, senza alcun intervallo temporale, rappresenta una delle più rigorose sintesi teologiche dantesche sul rapporto tra Dio, eternità e tempo, correggendo esplicitamente un’autorità patristica come san Girolamo.

Un’invettiva a sorpresa contro i predicatori

La brusca digressione contro i predicatori che inventano favole e i questuanti che vendono false indulgenze, inserita al centro di un canto altrimenti dedicato alla più alta angelologia, è uno dei contrasti stilistici più audaci del Paradiso: mostra come per Dante nessun argomento, per quanto elevato, sia mai del tutto separato dalla denuncia della corruzione religiosa contemporanea.

L’infinità numerabile degli angeli

La chiusura del canto, con l’immagine degli angeli come specchi infiniti ma numerabili di un’unica luce che resta indivisa, offre una delle più eleganti soluzioni dantesche al problema filosofico dell’uno e dei molti, coniugando l’infinità apparente con la precisione numerica rivelata dal profeta Daniele.