Canto XIX

Dante sogna una donna deforme che si trasforma in una sirena seducente, subito smascherata da una donna santa; il sogno allegorico rappresenta la falsa attrattiva dei beni terreni. Un angelo cancella la quarta P. Alla quinta cornice, tra le anime degli avari prostrate a terra, Dante incontra Papa Adriano V, che racconta la propria tardiva conversione dall’avarizia.

Personaggi:

Luoghi:

Sogno; quinta cornice del Purgatorio (avari e prodighi).

Dante, Virgilio e Papa Adriano V nel Canto XIX del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante sogna una donna deforme che, sotto il suo sguardo, si trasforma in una sirena ammaliante; una donna santa la smaschera strappandole la veste, rivelandone il ventre puzzolente, allegoria dell’inganno dei falsi beni (vv. 1-33). Un angelo cancella la quarta P dalla fronte di Dante con la beatitudine Qui lugent (vv. 34-51). Giunti alla quinta cornice, quella degli avari e dei prodighi, i due poeti trovano le anime prostrate a terra, recitanti il salmo Adhaesit pavimento anima mea (vv. 52-84). Dante interroga una di esse, che si rivela essere papa Adriano V: racconta la propria tardiva conversione dall’avarizia, avvenuta solo dopo essere stato eletto papa, e corregge Dante che si era inginocchiato davanti a lui, ricordandogli che in cielo non esistono più gerarchie terrene (vv. 85-137).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Ne l’ora che non può ’l calor diurno
intepidar più ’l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno3
Nell’ora in cui il calore del giorno non riesce più a intiepidire il freddo della luna, sopraffatto da quello terrestre, e talvolta da Saturno,
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
surger per via che poco le sta bruna,6
quando gli indovini vedono sorgere ad oriente, prima dell’alba, la loro “Fortuna Maggiore” lungo un percorso che per poco tempo resta ancora oscuro,
mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.9
mi apparve in sogno una donna balbuziente, strabica, con i piedi storti, le mani mozze e di colorito pallido.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta12
Io la osservavo; e come il sole ristora le membra intirizzite oppresse dalla notte, così il mio sguardo le scioglieva
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.15
la lingua, e in poco tempo la raddrizzava tutta, e il volto smarrito, come vuole l’amore, si coloriva.
Poi ch’ell’avea ’l parlar così sciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.18
Non appena ebbe sciolto così il parlare, cominciò a cantare in modo tale che a fatica avrei distolto da lei la mia attenzione.
Io son, cantava, io son dolce serena,
che i marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!21
«Io sono», cantava, «io sono la dolce sirena, che confondo i marinai in mezzo al mare; tanto sono piena di piacere da ascoltare!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!.24
Feci deviare Ulisse dal suo cammino incerto con il mio canto; e chi si abitua a me, raramente se ne allontana: tanto lo appago pienamente!».
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.27
Non si era ancora richiusa la sua bocca, quando apparve una donna santa e pronta al mio fianco, per metterla in imbarazzo.
O Virgilio, Virgilio, chi è questa?,
fieramente dicea; ed el venia
con li occhi fitti pur in quella onesta.30
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», diceva con fermezza; ed egli veniva con gli occhi fissi solo su quella donna virtuosa.
L’altra prendea, e dinanzi l’apria
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.33
Prendeva l’altra, e le apriva la veste sul davanti squarciandola, mostrandomi il ventre; quello mi svegliò per il fetore che ne usciva.
Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: Almen tre
voci t’ho messe!, dicea, Surgi e vieni;
troviam l’aperta per la qual tu entre.36
Mossi gli occhi, e il buon maestro: «Ti ho chiamato almeno tre volte!», diceva, «Alzati e vieni; troviamo il passaggio da cui tu possa entrare».
Su mi levai, e tutti eran già pieni
de l’alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.39
Mi alzai, e tutti i gironi del monte sacro erano ormai pieni della luce del giorno, e camminavamo con il sole nuovo alle spalle.
Seguendo lui, portava la mia fronte
come colui che l’ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di ponte;42
Seguendolo, portavo la fronte come chi è carico di pensieri, che si piega come un mezzo arco di ponte;
quand’io udi’ Venite; qui si varca
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.45
quando udii «Venite; qui si passa» pronunciato in modo così soave e benigno, come non si sente in questa terra mortale.
Con l’ali aperte, che parean di cigno,
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno.48
Con le ali aperte, che sembravano di cigno, colui che ci parlò così ci fece voltare verso l’alto, tra due pareti di dura roccia.
Mosse le penne poi e ventilonne,
Qui lugent affermando esser beati,
ch’avran di consolar l’anime donne.51
Mosse poi le sue penne e ci fece vento, affermando beati coloro che piangono, poiché avranno le loro anime consolate.
Che hai che pur inver’ la terra guati?,
la guida mia mi disse, poco stante
che l’uno e l’altro sù eravam saliti.54
«Cos’hai che guardi sempre verso terra?», mi disse la mia guida, poco dopo che fummo entrambi saliti.
E io: Con tanta sospeccion fa irmi
novella visïone ch’a sé mi piega,
sì ch’io non posso dal pensar partirmi.57
E io: «Una nuova visione mi fa camminare con tanto sospetto, che mi piega su di sé, tanto che non riesco a staccarmi dal pensiero».
Vedesti, disse, quell’antica strega
che sola sovr’a noi omai si piagne;
vedesti come l’uom da lei si slega.60
«Hai visto», disse, «quell’antica strega per cui ormai solo più in alto si piange; hai visto come l’uomo si libera da lei.
Bastiti, e batti a terra le calcagne;
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne.63
Bastiti questo, e batti i talloni a terra; rivolgi gli occhi verso l’esca che fa girare il re eterno con le grandi ruote celesti».
Quale ’l falcon, che prima a’ piè si mira,
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,66
Come il falcone, che prima guarda i propri piedi, poi si volge al richiamo e si protende per il desiderio del cibo che lo attira,
tal mi fec’io; e tal, quanto si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.69
tale mi feci io; e tale, per quanto si apre la roccia per lasciar passare chi sale, avanzai fino al punto in cui inizia il girone.
Com’io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.72
Non appena fui uscito nel quinto girone, vidi gente che piangeva, giacendo a terra tutta rivolta verso il basso.
Adhaesit pavimento anima mea,
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s’intendea.75
«Adhaesit pavimento anima mea» (la mia anima è incollata al suolo) sentivo dire loro con sospiri così profondi, che le parole si capivano a fatica.
O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri.78
«O eletti di Dio, i cui patimenti la giustizia e la speranza rendono meno duri, indicateci la via per le salite più alte».
Se voi venite dal giacer sicuri,
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di fori.81
«Se venite sicuri di non dover più giacere, e volete trovare la via più in fretta, tenete sempre il lato destro verso l’esterno».
Così pregò ’l poeta, e sì rispuose
poco dinanzi a noi: per che ’l parlare
io suppuosi da ciò che ’ncontro fuoro.84
Così pregò il poeta, e così rispose qualcuno poco davanti a noi; per cui intuii da dove venissero quelle parole ascoltate.
Ficcai li occhi ver’ lo spirto disteso,
e cominciai: O anima che pur soli
pianger converti in ciò che io qui chero,87
Fissai lo sguardo su quello spirito disteso, e cominciai: «O anima che converti il pianto in ciò che io stesso qui cerco,
dimmi, per Dio che tu non se’ de’ vuoli,
chi fosti, e perché volti avete i dossi
al sù, se cosa alcuna preghi vuoli.90
dimmi, per Dio, visto che non sei tra i dannati, chi fosti, e perché avete la schiena rivolta verso l’alto, se desideri che io preghi per te».
Ed elli a me: Scias quod ego fui
successor Petri. Intra Sïestri e Chiaveri
s’adima una fiumana bella, e del suo nome93
Ed egli a me: «Sappi che io fui successore di Pietro. Tra Sestri e Chiavari scende un bel fiume, e il titolo nobiliare della mia famiglia prende il nome dalla sua sorgente.
lo titol del mio sangue fa sua cima.
Un mese e poco più prova’ io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,96
Per poco più di un mese sperimentai quanto pesi il grande manto papale a chi lo protegge dal fango, tanto che ogni altro peso sembra piuma al confronto.
che piuma sembran tutte l’altre some.
La mia conversion, ome!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,99
La mia conversione, ahimè, fu tardiva; ma non appena divenni pastore di Roma, scoprii quanto fosse ingannevole quella vita.
così scopri’ la vita menzognera.
Vidi che lì non s’acquetava il core,
né più salir potiesi in quella vita;102
Vidi che lì il cuore non trovava pace, né si poteva salire più in alto in quella condizione terrena; per questo in me si accese l’amore per questa vita ultraterrena.
per che di questa in me s’accese amore.
Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara;105
Fino a quel momento fui un’anima misera e separata da Dio, del tutto avara; ora, come vedi, ne sono punita.
or, come vedi, qui ne son punita.
Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion de l’anime converse;108
Ciò che fa l’avarizia si manifesta qui nella purificazione delle anime convertite; e nessuna pena il monte ha più amara di questa.
e nulla pena il monte ha più amara.
Sì come l’occhio nostro non s’aderse
in alto, fisso a le cose terrene,111
Come il nostro sguardo non si sollevò in alto, restando fisso sulle cose terrene, così la giustizia qui lo tiene schiacciato a terra.
così giustizia qui a terra il merse.
Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdési,114
Come l’avarizia spense in noi l’amore per ogni bene, rendendoci incapaci di agire bene, così la giustizia qui ci tiene stretti, legati e presi ai piedi e alle mani;
così giustizia qui stretti ne tiene,
ne’ piedi e ne le man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,117
e per quanto piacerà al giusto Signore, tanto resteremo immobili e distesi». Io mi ero inginocchiato e volevo parlare;
tanto staremo immobili e distesi.
Io m’era inginocchiato e volea dire;
ma com’io cominciai ed el s’accorse,120
ma non appena cominciai, egli se ne accorse, solo dall’ascoltare, del mio atto di riverenza.
solo ascoltando, del mio reverire,
Che causa, disse, in giù così ti torse?.
E io a lui: Per vostra dignitate123
«Quale motivo», disse, «ti ha fatto piegare così verso il basso?». E io a lui: «Per la vostra dignità, la mia coscienza mi ha punto a comportarmi così».
mia coscienza dritto qui mi morse.
Drizza le gambe, lèvati sù, frate!,
rispuose; non errar: conservo sono126
«Rialzati in piedi, fratello!», rispose; «non sbagliarti: io sono un servo, come te e come gli altri, di un’unica autorità.
teco e con li altri ad una podestate.
Se mai quel santo evangelico suono
che dice Neque nubent intendesti,129
Se mai hai compreso quel santo passo evangelico che dice “Neque nubent”, capirai bene perché parlo così.
ben puoi veder perch’io così ragiono.
Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
ché la tua stanza mio pianger diseta,132
Vattene ormai: non voglio che ti fermi oltre; perché la tua presenza qui interrompe il mio pianto, che fa maturare ciò che hai capito con l’intelletto.
che frutta duolo che ’ntelletto capisti.
Nepote ho io di là che ha nome Alagia,
buona di sé, pur che la nostra casa135
Ho ancora là una nipote che si chiama Alagia, buona di per sé, purché la nostra famiglia non la renda cattiva con il suo esempio;
non faccia lei per essempro malvagia;
e questa sola di là m’è rimasa.137
e lei sola mi è rimasta buona tra i vivi.

Riassunto

Il Canto XIX si apre con uno dei sogni allegorici più celebri della cantica e prosegue nella cornice degli avari.

Il sogno della sirena

La donna deforme che si trasforma in sirena seducente sotto lo sguardo compiacente di Dante, e viene smascherata da una donna santa, rappresenta l’inganno dei beni materiali, che appaiono attraenti solo finché non se ne scopre la vera natura corrotta.

Adriano V e la conversione tardiva

La storia del papa che scopre la vanità del potere solo dopo averlo raggiunto è un monito sulla cecità che l’ambizione terrena può produrre anche nei ruoli più alti.

L’uguaglianza tra le anime

Il rifiuto di Adriano di ricevere l’inchino di Dante, ricordando che tra le anime purganti non esistono più gerarchie terrene, ribadisce un tema caro a Dante: la vanità delle distinzioni mondane di fronte a Dio.