personaggio

Capocchio

Capocchio, falsario di metalli realmente vissuto e, secondo alcuni commentatori antichi, forse un conoscente giovanile dello stesso Dante negli anni degli studi, fu arso vivo a Siena nel 1293 con l’accusa di praticare alchimia. Appare nell’Inferno (Canto XXIX) tra i falsari di metalli, afflitto da una lebbra continua che lo costringe a grattarsi la pelle senza sosta, in compagnia di Griffolino d’Arezzo con cui intrattiene un dialogo dal tono amaro e sarcastico sui costumi delle città toscane. Riconosce Dante con una battuta ironica sulla propria abilità, in vita, di imitare la natura attraverso l’arte, la stessa abilità fraudolenta per cui è ora punito in eterno.