Canto XXX

Dante e Beatrice giungono all’Empireo, il cielo di pura luce oltre il Primo Mobile. Dopo aver contemplato per l’ultima volta la bellezza di Beatrice, ormai indescrivibile, Dante vede un fiume di luce tra due rive fiorite: bevendone, la sua vista si affina fino a percepire la vera forma di quel fiume, la candida Rosa dei beati. Beatrice gli indica un seggio vuoto, già coronato, destinato all’imperatore Arrigo VII, e profetizza la dannazione di papa Bonifacio VIII, che verrà spinto all’Inferno accanto a Simon Mago da un suo stesso successore ancora più corrotto.

Personaggi:

Dante, Beatrice. Vengono nominati l’imperatore Arrigo VII, a cui è destinato un seggio nella Rosa celeste, Simon Mago e papa Bonifacio VIII (“quel d’Alagna”), entrambi evocati come dannati.

Luoghi:

Dal Primo Mobile all’Empireo, il cielo di pura luce, sede della candida Rosa dei beati.

Dante, Beatrice, Arrigo VII e Simon Mago nel Canto XXX del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante contempla per l’ultima volta la bellezza di Beatrice, ormai troppo grande per essere descritta a parole, e dichiara concluso il proprio compito di poeta nel cantarla (vv. 1-45). Beatrice annuncia che sono usciti dal Primo Mobile ed entrati nell’Empireo, il cielo di pura luce intellettuale (vv. 46-63). Una luce improvvisa abbaglia Dante, che poi vede un fiume di luce dorata tra rive fiorite, popolato da scintille vive; Beatrice lo invita a bere di quell’acqua per affinare la propria vista (vv. 64-102).

Dante si china a bagnare gli occhi nel fiume, e la sua vista si trasforma: il fiume si rivela essere circolare, e i fiori e le scintille si mostrano nella loro vera forma, quella della candida Rosa dei beati circondata dalle schiere angeliche (vv. 103-138). Beatrice conduce Dante a contemplare l’intera Rosa, indicandogli un grande seggio vuoto, già coronato, destinato all’anima dell’imperatore Arrigo VII; profetizza quindi la cieca cupidigia che affliggerà l’Italia, e la dannazione futura di papa Bonifacio VIII, che sarà spinto all’Inferno accanto a Simon Mago da un proprio successore ancora più corrotto (vv. 139-208).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,3
Forse a seimila miglia di distanza da qui arde l’ora sesta, e questo nostro mondo terrestre inclina già la propria ombra quasi all’orizzonte piatto,
quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;6
quando il centro del cielo, così profondo sopra di noi, comincia a mutare in modo tale, che qualche stella perde la propria visibilità fin quaggiù;
e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.9
e come procede oltre la chiarissima ancella del sole, l’aurora, così il cielo si chiude, spegnendo una vista dopo l’altra, fino alla più bella tra tutte le stelle.
Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,12
Non diversamente il trionfo di luci che gioca sempre intorno al punto divino che mi aveva vinto, apparendo racchiuso da ciò che esso stesso racchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.15
a poco a poco si affievolı̀ alla mia vista: per cui l’amore mi costrinse a tornare con gli occhi verso Beatrice, senza più vedere nulla d’altro.
Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.18
Se tutto ciò che finora è stato detto di lei fosse racchiuso in un’unica lode, sarebbe comunque poco per assolvere questo compito.
La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.21
La bellezza che vidi supera ogni misura, non solo oltre le nostre capacità, ma credo davvero che solo il suo stesso creatore possa goderne pienamente.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:24
A questo punto mi dichiaro vinto, più di quanto mai un poeta comico o tragico sia stato superato da un passaggio cruciale del proprio tema:
ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.27
poiché, come il sole abbaglia la vista più debole, così il ricordo stesso di quel dolce sorriso priva la mia mente della propria capacità espressiva.
Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso;30
Dal primo giorno in cui vidi il suo viso in questa vita, fino a questa visione attuale, non mi è mai mancato il modo di proseguire il mio canto su di lei;
ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista.33
ma ora conviene che il mio seguirne la bellezza, in poesia, si fermi qui, come ogni artista deve fermarsi davanti al proprio limite estremo.
Cotal qual io lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,36
Tale qual io lascio questo compito a una tromba più potente della mia, che rivolgendosi a un compito ancora più arduo lo condurrà fino alla propria conclusione,
con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:39
con fare e voce di guida sicura Beatrice ricominciò: «Noi siamo usciti ormai dal più grande dei cieli materiali, per entrare nel cielo che è pura luce:
luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.42
luce intellettuale, piena d’amore; amore del vero bene, pieno di letizia; letizia che supera ogni altra dolcezza.
Qui vederai l’una e l’altra milizia
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia».45
Qui vedrai entrambe le schiere del paradiso, gli angeli e le anime beate, e vedrai quest’ultima proprio nell’aspetto in cui la vedrai al giudizio finale».
Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,48
Come un lampo improvviso che disturba gli spiriti visivi, tanto da privare per un momento l’occhio della capacità di percepire oggetti anche più intensi,
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.51
così mi avvolse una luce viva, e mi lasciò avvolto in un tale velo del proprio fulgore, che nulla più mi appariva visibile.
«Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».54
«L’amore che rende quieto questo cielo accoglie sempre in sé con un simile saluto luminoso, per rendere la candela pronta ad accogliere la propria fiamma».
Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;57
Non appena queste brevi parole furono giunte dentro di me, compresi di essermi elevato al di sopra delle mie stesse capacità naturali;
e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;60
e mi si riaccese una vista talmente nuova, che non esiste luce così pura, che i miei occhi non fossero ormai capaci di sostenere;
e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.63
e vidi una luce in forma di fiume, dorato di splendore, tra due rive dipinte di una primavera meravigliosa.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;66
Da quel fiume di luce uscivano scintille vive, che si posavano da ogni parte sui fiori, come rubini incastonati nell’oro;
poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.69
poi, come inebriate dai profumi, si immergevano di nuovo in quel mirabile gorgo di luce, e mentre una vi rientrava, un’altra ne usciva fuori.
«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;72
«L’alto desiderio che ora ti infiamma e ti spinge a voler conoscere meglio ciò che vedi, mi piace tanto di più quanto più cresce in te;
ma di quest’ acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.75
ma conviene che tu beva di quest’acqua prima che una tale sete possa saziarsi in te»: così mi disse il sole dei miei occhi, cioè Beatrice.
Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.78
E aggiunse ancora: «Il fiume e i topazi che vi entrano ed escono, e il sorridere dei fiori sulle sue rive, sono solo pallidi presagi della loro vera realtà.
Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».81
Non che queste cose siano imperfette in sé stesse; ma il difetto sta dalla tua parte, poiché non hai ancora una vista abbastanza elevata da coglierle appieno».
Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,84
Non c’è bambino che si precipiti così improvvisamente col viso verso il latte materno, se si sveglia molto più tardi del proprio solito orario,
come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;87
come feci io, per rendere ancora migliori specchi i miei stessi occhi, chinandomi verso l’onda che scorre proprio per migliorare chi vi si immerge;
e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.90
e non appena il bordo delle mie palpebre bevve di quell’acqua, così mi parve che essa, da lunga forma di fiume, fosse diventata circolare.
Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,93
Poi, come persone che erano state sotto delle maschere, e appaiono diverse da prima non appena si tolgono la sembianza non propria in cui erano nascoste,
così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.96
così mi si trasformarono in una festa ancora più grande i fiori e le scintille, tanto che vidi entrambe le corti del cielo manifestarsi chiaramente: angeli e beati.
O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!99
O splendore di Dio, grazie al quale vidi l’alto trionfo del regno veritiero, dammi la forza necessaria per raccontare come lo vidi!
Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.102
Esiste lassù una luce che rende visibile il Creatore a quella creatura che trova la propria pace solo nel vederlo direttamente.
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.105
Essa si distende in forma circolare, tanto ampia che la sua circonferenza sarebbe una cintura troppo larga persino per il sole.
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.108
Tutto il suo apparire è fatto di un raggio riflesso dalla sommità del Primo Mobile, che da esso trae la propria vita e il proprio movimento.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,111
E come un pendio si specchia nell’acqua ai propri piedi, quasi per ammirare la propria bellezza, quando è ricco di verde e di fiorellini,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.114
così, sovrastando quella luce tutto intorno, vidi specchiarsi in più di mille gradinate tutti coloro tra noi che sono ormai tornati lassù.
E se l’infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!117
E se il gradino più basso raccoglie in sé una luce così grande, quanto sarà mai l’ampiezza di questa rosa celeste nelle sue foglie più esterne!
La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza.120
La mia vista, nell’ampiezza e nell’altezza di questa visione, non si smarriva, ma percepiva interamente la quantità e la qualità di quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.123
Vicino e lontano, lì, non aggiungono e non tolgono nulla: poiché dove Dio governa direttamente, senza intermediari, la legge naturale non ha alcun valore.
Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,126
Nel cuore giallo della rosa eterna, che si allarga in gradini digradanti e diffonde un profumo di lode verso il sole che non tramonta mai,
qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole!129
come chi tace pur volendo parlare, mi trasse Beatrice, e disse: «Guarda quanto è grande l’assemblea delle vesti candide!
Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.132
Vedi quanto si estende la nostra città celeste; guarda i nostri seggi così pieni, che ormai desideriamo che vi giunga ancora poca altra gente.
E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,135
E in quel grande seggio verso cui tieni fisso lo sguardo, per la corona che vi è già posta sopra, prima ancora che tu ceni a queste nozze celesti,
sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.138
sederà l’anima di colui che sarà imperatore quaggiù, dell’illustre Arrigo, che verrà a raddrizzare l’Italia prima che essa sia pronta ad accoglierlo.
La cieca cupidigia che v’ammalia
simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.141
La cieca cupidigia che vi ammalia vi ha resi simili al bambino che muore di fame e intanto scaccia via la propria nutrice.
E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.144
E sarà allora prefetto nel tribunale divino un tale, che pubblicamente e in segreto non camminerà sulla stessa via del futuro imperatore.
Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,147
Ma sarà tollerato da Dio ancora per poco nel sacro ufficio; poiché sarà sospinto là dove si trova Simon Mago per il proprio merito,
e farà quel d’Alagna intrar più giuso».148
e farà sprofondare ancora più in basso quello di Anagni, Bonifacio VIII».

Riassunto

Il Canto XXX segna l’ingresso nell’Empireo, il cielo di pura luce oltre lo spazio e il tempo, e introduce per la prima volta la visione della candida Rosa dei beati.

L’addio poetico a Beatrice

La dichiarazione di Dante secondo cui la bellezza di Beatrice ha ormai superato la capacità espressiva della propria poesia, e il conseguente “congedo” dal compito di descriverla ulteriormente, è uno dei momenti più toccanti dell’intero rapporto tra il poeta e la propria guida, che da questo punto in poi cederà progressivamente il proprio ruolo ad altre figure.

Il fiume di luce e la Rosa celeste

La trasformazione del fiume di luce, che rivela la propria vera forma solo dopo che Dante vi ha bagnato gli occhi, è un’immagine potente della necessità di una purificazione della vista per accedere alla piena visione del divino, e introduce l’immagine culminante della candida Rosa, sede definitiva di tutti i beati.

Il seggio vuoto e la profezia politica

Il seggio già coronato e riservato all’imperatore Arrigo VII, la cui missione di riordinare l’Italia è destinata a fallire per l’impreparazione del paese, insieme alla profezia sulla dannazione di Bonifacio VIII, mantiene vivo fino agli ultimi canti del Paradiso l’impegno civile e politico di Dante, intrecciato alla visione mistica più alta.