Canto III

Ai piedi della montagna, Dante riflette sui limiti della ragione umana di fronte ai misteri divini, osservando l’ombra proiettata dal solo Virgilio, spirito senza corpo. Incontrano poi un gruppo di anime che si è pentito solo in punto di morte dopo essere morto scomunicato: tra loro Manfredi, re di Sicilia, che racconta la propria fine e implora preghiere per abbreviare la lunga attesa imposta a chi muore fuori dalla Chiesa.

Personaggi:

Luoghi:

Ai piedi della montagna del Purgatorio, tra le anime degli scomunicati.

Dante, Virgilio e Manfredi di Sicilia nel Canto III del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Ai piedi del monte, Dante nota che solo la sua figura proietta ombra; Virgilio ne coglie l’occasione per ammonirlo sui limiti della ragione umana di fronte ai misteri divini, come quello della Trinità, ricordando la vana sete di sapere dei grandi filosofi pagani, relegati nel Limbo (vv. 1-45). Giunti ai piedi di una parete scoscesa, i due incontrano un gruppo di anime lente: sono gli scomunicati che si pentirono solo in punto di morte, condannati ad attendere nell’Antipurgatorio trenta volte il tempo della loro contumacia, salvo l’aiuto delle preghiere dei vivi (vv. 46-111). Tra loro Dante riconosce Manfredi, re di Sicilia, che racconta la propria morte in battaglia e la sorte oltraggiosa riservata alle sue ossa, ma ribadisce la potenza infinita della misericordia divina, e prega Dante di portare sue notizie alla figlia Costanza (vv. 112-145).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,3
Sebbene la fuga improvvisa disperdesse quelle anime per la campagna, mentre si voltavano verso il monte dove la ragione le sprona,
i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?6
io mi strinsi vicino alla mia fedele compagnia: e come avrei potuto altrimenti proseguire senza di lui? Chi mi avrebbe guidato su per la montagna?
El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!9
Mi sembrava rimordersi da solo: oh coscienza dignitosa e pura, come ti è amaro anche il più piccolo errore!
Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,12
Quando i suoi piedi abbandonarono la fretta, che priva di dignità ogni azione, la mia mente, che prima era concentrata solo su di lui,
lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ’l viso mio incontr’al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.15
allargò la sua attenzione, quasi vagando, e rivolsi lo sguardo verso il colle che si innalza verso il cielo più di ogni altro.
Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.18
Il sole, che fiammeggiava rosso alle mie spalle, era interrotto davanti a me dalla figura di Virgilio, poiché i suoi raggi si appoggiavano su di me.
Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;21
Mi voltai di lato, impaurito di essere stato abbandonato, quando vidi davanti a me solo la terra scura, senza l’ombra di Virgilio.
e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?24
E il mio conforto: “Perché ancora dubiti?”, cominciò a dirmi voltandosi completamente; “non credi che io sia con te e che ti guidi?
Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ ha, e da Brandizio è tolto.27
È già sera nel luogo dove è sepolto il corpo che un tempo proiettava la mia ombra; lo custodisce Napoli, e da Brindisi fu portato via.
Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.30
Ora, se davanti a me nulla fa ombra, non stupirtene più di quanto ti stupisci che i cieli non facciano ombra l’uno all’altro.
A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.33
La Virtù divina dispone corpi simili, capaci di soffrire tormenti, caldo e freddo, ma non vuole rivelarci come lo faccia.
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.36
È pazzo chi spera che la nostra ragione possa percorrere fino in fondo la via infinita che unisce un’unica sostanza in tre persone: il mistero della Trinità.
State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;39
Accontentatevi, o genere umano, di conoscere il “che” senza indagare il “perché”: se aveste potuto vedere ogni cosa, non ci sarebbe stato bisogno che Maria partorisse.
e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:42
E avete visto desiderare senza frutto coloro il cui desiderio di conoscenza sarebbe stato altrimenti soddisfatto, ma che invece è dato loro in eterno come tormento:
io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.45
parlo di Aristotele, di Platone, e di molti altri (i grandi filosofi pagani nel Limbo); e qui chinò la fronte, e non disse più nulla, rimanendo turbato.
Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.48
Intanto arrivammo ai piedi del monte; lì trovammo la roccia così ripida, che le gambe, per quanto pronte, sarebbero salite invano.
Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.51
Tra Lerici e Turbìa, la scogliera più impervia e franata è una scala facile e aperta al confronto di questa.
«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ala?».54
“Ora, chi sa da quale lato il pendio si fa meno ripido”, disse il mio maestro fermandosi, “tanto che possa salire chi non ha ali?”.
E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,57
E mentre lui, tenendo lo sguardo basso, esaminava mentalmente il cammino, e io guardavo in alto intorno alla roccia,
da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venian lente.60
da sinistra mi apparve un gruppo di anime, che muovevano i piedi verso di noi, ma sembrava che non si muovessero affatto, tanto venivano lente.
«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».63
“Alza gli occhi, maestro”, dissi io, “ecco qui chi potrà darci un consiglio, se tu da solo non riesci ad averlo”.
Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».66
Guardò allora, e con espressione sollevata rispose: “Andiamo verso di loro, poiché vengono con calma; e tu mantieni salda la speranza, dolce figliolo”.
Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,69
Quel gruppo era ancora lontano, dico, dopo che noi avevamo fatto mille passi, quanto un buon lanciatore potrebbe scagliare con la mano,
quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.72
quando tutti si strinsero contro i duri massi dell’alta parete, e rimasero fermi e stretti, come chi si ferma a guardare per dubbio.
«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,75
“O anime giunte a buon fine, o spiriti già eletti”, cominciò Virgilio, “per quella pace che credo attenda tutti voi,
ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».78
diteci dove il monte permette di risalire, così che sia possibile andare verso l’alto; perché perdere tempo dispiace tanto più a chi più ne comprende il valore”.
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ’l muso;81
Come le pecorelle escono dal recinto a una, a due, a tre, mentre le altre restano timide, tenendo gli occhi e il muso bassi;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;84
e ciò che fa la prima, lo fanno anche le altre, accalcandosi su di lei se si ferma, semplici e quiete, senza sapere il perché;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.87
così vidi muoversi verso di noi la parte anteriore di quella schiera fortunata, con il volto pudico e il portamento dignitoso.
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,90
Quando quelli davanti videro interrotta a terra la luce sul mio lato destro, cosicché l’ombra andava da me fino alla parete rocciosa,
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.93
si fermarono, e si tirarono indietro di un poco; e tutti gli altri che venivano dietro, senza saperne il motivo, fecero lo stesso.
«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso.96
“Senza che me lo chiediate, vi confesso che questo è un corpo umano quello che vedete; per questo la luce del sole è interrotta sul terreno.
Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».99
Non stupitevi, ma credete che non senza una forza che viene dal cielo egli cerca di superare questa parete”.
Così ’l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.102
Così disse il maestro; e quella degna gente rispose: “Tornate indietro, ma entrate voi per primi”, facendo cenno con il dorso delle mani.
E un di loro cominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».105
E uno di loro cominciò: “Chiunque tu sia, mentre cammini così, volgi il viso: guarda se mi hai mai visto quando ero in vita”.
Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.108
Mi voltai verso di lui e lo guardai fisso: era biondo, bello, dall’aspetto gentile, ma un colpo gli aveva diviso un sopracciglio.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.111
Quando gli ebbi umilmente negato di averlo mai visto, disse: “Ora guarda”; e mi mostrò una ferita in cima al petto.
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,114
Poi, sorridendo, disse: “Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; ti prego dunque, quando tornerai nel mondo,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.117
di andare da mia figlia, la bella genitrice degli onori di Sicilia e d’Aragona, e di dirle la verità, se altro si racconta.
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.120
Dopo che ebbi il corpo trafitto da due colpi mortali, mi affidai piangendo a Colui che perdona volentieri.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.123
I miei peccati furono orribili; ma la bontà infinita ha braccia così grandi, che accoglie chiunque si rivolga a lei.
Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,126
Se il vescovo di Cosenza, che fu mandato da Papa Clemente a dare la caccia postuma al mio corpo, avesse letto meglio in Dio questo aspetto misericordioso,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.129
le ossa del mio corpo sarebbero ancora in capo al ponte presso Benevento, sotto la protezione del grande mucchio di pietre;
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.132
invece ora la pioggia le bagna e il vento le muove, fuori dal Regno, quasi lungo il fiume Verde, dove il vescovo le fece trasportare a lumi spenti.
Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.135
Per la loro scomunica l’amore eterno di Dio non si perde al punto da non poter più tornare, finché la speranza conserva un filo di verde.
Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,138
È vero però che chi muore scomunicato dalla Chiesa, anche se si pente alla fine, deve restare fuori da questa riva,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.141
per trenta volte il tempo che è rimasto nella sua presunzione, a meno che tale pena non si accorci grazie a preghiere efficaci.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;144
Vedi dunque se puoi farmi felice, rivelando alla mia buona Costanza come mi hai visto, e anche questo divieto d’attesa;
ché qui per quei di là molto s’avanza.145
poiché qui, per merito di quelli di là, si avanza molto, cioè si abbrevia l’attesa.

Riassunto

Il Canto III introduce il tema dei limiti della ragione umana e apre la sezione degli scomunicati pentiti, primo gruppo dell’Antipurgatorio.

I confini della ragione

L’immagine dell’ombra proiettata solo da Dante, corpo vivo, offre a Virgilio lo spunto per ammonire contro la presunzione di voler spiegare razionalmente i misteri della fede, come quello trinitario.

Manfredi e la misericordia infinita

La figura di Manfredi, morto scomunicato ma pentito all’ultimo istante, è l’esempio più alto della fiducia dantesca nella misericordia di Dio, capace di accogliere anche chi la Chiesa terrena ha respinto.

Il valore della preghiera

La lunga attesa imposta agli scomunicati può essere abbreviata dalle preghiere dei vivi: un tema che Dante svilupperà lungo tutto l’Antipurgatorio.