Canto XXXII

Il corteo si sposta verso il misterioso albero spoglio (l’albero della conoscenza), a cui il grifone lega il carro, facendolo rifiorire. Dante si addormenta e, al risveglio, assiste a una serie di visioni allegoriche: un’aquila, una volpe, un drago mutilano e trasformano il carro in un mostro a sette teste, sul quale appare una meretrice affiancata da un gigante.

Personaggi:

Dante, Beatrice, Matelda, Stazio; nella visione: l’aquila, la volpe, il drago, il gigante, la meretrice.

Luoghi:

Il Paradiso Terrestre, presso l’albero della conoscenza.

Dante, Beatrice, Matelda e Stazio nel Canto XXXII del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Il corteo si sposta verso un misterioso albero spoglio, legato da Adamo, a cui il grifone lega il carro senza spezzarne nulla, facendolo rifiorire miracolosamente (vv. 1-60). Cullato da un canto, Dante si addormenta e si risveglia trovando solo Matelda accanto a sé; Beatrice, scesa dal carro, siede sola sotto l’albero, sorvegliata dalle sette ninfe (vv. 61-99). Beatrice invita Dante a osservare attentamente e a riferire in seguito ciò che vedrà: assiste così a una sequenza di violente visioni allegoriche — un’aquila che colpisce il carro, una volpe scacciata, l’aquila che lo ricopre di piume, un drago che ne strappa il fondo — fino alla trasformazione del carro in un mostro a sette teste, sul quale appare una meretrice affiancata da un gigante geloso (vv. 100-160).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m’eran tutti spenti.3
I miei occhi erano così fissi e attenti a saziare la sete di dieci anni, che tutti gli altri sensi mi si erano spenti.
Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler – così lo santo riso
a sé traeli con l’antica rete! –6
Ed essi facevano da ogni lato barriera a qualsiasi altra attenzione – così quel sorriso santo li attraeva a sé con l’antica rete dell’amore! –
quando per forza mi fu vòlto il viso
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
perch’io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;9
quando fui costretto a voltare lo sguardo verso la mia sinistra da quelle dee, poiché udii da loro un «Troppo fisso!»;
e la disposizion ch’a veder èe
ne li occhi pur testo dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.12
e la condizione di chi ha appena guardato il sole mi lasciò per un momento incapace di vedere.
Ma poi ch’al poco il viso riformossi
(e dico «al poco» per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),15
Ma quando la mia vista si riabituò a una luce minore, vidi che il glorioso esercito si era voltato sul fianco destro,
vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
lo glorioso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.18
e tornava indietro con il sole e le sette fiamme di fronte.
Come sotto scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;21
Come una schiera si volta sotto gli scudi per proteggersi, girando insieme all’insegna, prima di potersi voltare tutta insieme;
quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.24
quella milizia del regno celeste che procedeva ci oltrepassò completamente, prima che il carro girasse il primo dei suoi timoni.
Indi a le rote si tornar le donne,
e ’l grifon mosse il benedetto carco,
sì, che però nulla penna crollonne.27
Poi le donne tornarono alle ruote, e il grifone mosse il carico benedetto, senza che ne cadesse nemmeno una piuma.
La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l’orbita sua con minore arco.30
La bella donna che mi aveva condotto attraverso il fiume, e Stazio e io, seguivamo la ruota che descriveva l’arco più piccolo.
Sì passeggiando l’alta selva vòta,
colpa di quella ch’al serpente crese,
temprava i passi un’angelica nota.33
Camminando così per l’alta selva vuota, colpa di colei che credette al serpente, una nota angelica regolava i nostri passi.
Forse in tre voli tanto span prese
saetta pennuta da la corda,
quanto eravam noi lontanati Beatrice scese.36
Forse per la distanza di tre tiri di freccia con l’arco, eravamo avanzati, quando Beatrice scese dal carro.
Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.39
Sentii tutti mormorare «Adamo»; poi circondarono una pianta spoglia di foglie e di ogni altro fogliame su ciascun ramo.
La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata.42
La sua chioma, che si allarga tanto più quanto più si sale, sarebbe ammirata per la sua altezza persino dagli Indiani nelle loro foreste.
«Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi».45
«Beato te, grifone, che non spezzi con il becco questo legno dolce al gusto, poiché poi fa male al ventre chi lo mangia».
Così dintorno a l’albero robusto
gridaron li altri; e l’animal binato:
«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».48
Così gridarono gli altri intorno al robusto albero; e l’animale dalla duplice natura: «Così si conserva il seme di ogni giustizia».
E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.51
E, voltatosi verso il timone che aveva trainato, lo trascinò fino al piede dell’albero vedovo, e lo lasciò legato con quel ramo stesso.
Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,54
Come le nostre piante, quando scende la grande luce mischiata con quella che risplende dietro la costellazione dei Pesci,
turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che ’l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;57
si gonfiano di linfa, e poi ciascuna si rinnova del proprio colore, prima che il sole giunga con i suoi cavalli sotto un’altra costellazione;
men che di rose e più che di viole
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.60
con un colore meno acceso della rosa e più tenue della violetta, si rinnovò la pianta, che prima aveva i rami così spogli.
Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
l’inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.63
Non compresi, né qui si può cantare, l’inno che quella gente intonò allora, né riuscii a sostenere tutta quella melodia.
S’io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;66
Se potessi descrivere come si addormentarono gli occhi spietati al racconto di Siringa, quegli occhi a cui la veglia costò così caro;
come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com’io m’addormentai;
ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.69
come un pittore che dipinge avendo un modello davanti, disegnerei come mi addormentai; ma lasci a chi vuole il compito di rappresentare bene il sonno.
Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».72
Passo dunque al momento in cui mi risvegliai, e dico che uno splendore mi squarciò il velo del sonno, insieme a un richiamo: «Alzati: che fai?».
Quali a veder de’ fioretti del melo
che del suo pomo li angeli fa ghiotti
e perpetue nozze fa nel cielo,75
Come, per vedere i fiori del melo che rende gli angeli desiderosi del suo frutto e celebra nozze perenni in cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,78
Pietro, Giovanni e Giacomo, condotti e sopraffatti dal sonno, tornarono alla parola che spezzò sonni ancora più profondi,
e videro scemata loro scuola
così di Moisè come d’Elia,
e al maestro suo cangiata stola;81
e videro ridotto il proprio gruppo, sia di Mosè che di Elia, e la veste del loro maestro mutata;
tal torna’ io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.84
così tornai in me, e vidi sopra di me quella pia donna che era stata guida dei miei passi lungo il fiume.
E tutto in dubbio dissi: «Ov’è Beatrice?».
Ond’ella: «Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la radice.87
E tutto incerto dissi: «Dov’è Beatrice?». Al che lei: «Guardala sotto il nuovo fogliame, seduta sulla radice.
Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda».90
Guarda la compagnia che la circonda: gli altri se ne vanno in alto dietro il grifone, con un canto più dolce e più profondo».
E se più fu lo suo parlar diffuso,
non so, però che già ne li occhi m’era
quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.93
E se il suo discorso continuò oltre, non lo so, perché ormai i miei occhi erano tutti rivolti a lei, che mi teneva chiuso a ogni altra percezione.
Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.96
Sedeva sola sulla nuda terra, come una guardia lasciata lì a sorvegliare il carro che avevo visto legare alla creatura dalla doppia forma.
In cerchio le facevano claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.99
Le sette ninfe le facevano da recinto in cerchio, con quelle luci in mano che sono al riparo dal vento del nord e da quello del sud.
«Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.102
«Qui resterai per poco tempo come abitante del bosco; e sarai poi con me per sempre cittadino di quella Roma di cui Cristo è cittadino.
Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».105
Perciò, per il bene del mondo che vive male, tieni ora gli occhi fissi sul carro, e ciò che vedi, una volta tornato di là, fa’ che tu lo scriva».
Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ella volle diedi.108
Così disse Beatrice; e io, che ero completamente devoto ai suoi comandamenti, rivolsi la mente e gli occhi dove lei volle.
Non scese mai con sì veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,111
Mai scese con moto così rapido un fulmine da una nube densa, quando piove dalla regione celeste più remota,
com’io vidi calar l’uccel di Giove
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove;114
come vidi scendere l’uccello di Giove giù per l’albero, spezzandone la corteccia, oltre che i fiori e le foglie nuove;
e ferì ’l carro di tutta sua forza;
ond’el piegò come nave in fortuna,
vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.117
e colpì il carro con tutta la sua forza; per cui esso si piegò come una nave in tempesta, sballottata dall’onda, ora a babordo, ora a tribordo.
Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del triunfal veiculo una volpe
che d’ogne pasto buon parea digiuna;120
Poi vidi avventarsi nel corpo del veicolo trionfale una volpe, che sembrava digiuna di ogni buon cibo;
ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l’ossa sanza polpe.123
ma, rimproverandola per le sue vergognose colpe, la mia donna la mise in una fuga tanto rapida quanto le permisero le sue ossa senza polpa.
Poscia per indi ond’era pria venuta,
l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;126
Poi, dallo stesso punto da cui era venuta prima, vidi l’aquila scendere giù nella cassa del carro e lasciarvi le proprie piume;
e qual esce di cor che si rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
«O navicella mia, com’mal se’ carca!».129
e una voce uscì dal cielo, simile a quella che esce da un cuore addolorato, e disse: «O mia piccola nave, come sei mal caricata!».
Poi parve a me che la terra s’aprisse
tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;132
Poi mi parve che la terra si aprisse tra le due ruote, e vidi uscirne un drago che conficcò la coda su per il carro;
e come vespa che ritragge l’ago,
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.135
e come una vespa che ritrae il pungiglione, tirando a sé la coda malefica, ne strappò via parte del fondo, e se ne andò vagando qua e là.
Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,138
Ciò che rimase si ricoprì, come terreno fertile ricoperto d’erba selvatica, delle piume, offerte forse con intenzione sana e benevola,
si ricoperse, e funne ricoperta
e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.141
e ne furono ricoperte sia una che l’altra ruota, e il timone, nel tempo che un sospiro resta con la bocca aperta.
Trasformato così ’l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.144
Trasformato così quel santo edificio, spuntarono teste dalle sue varie parti, tre sopra il timone e una per ciascun angolo.
Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.147
Le prime erano cornute come un bue, ma le altre quattro avevano un solo corno sulla fronte: un mostro simile non si è mai visto.
Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m’apparve con le ciglia intorno pronte;150
Sicura, come una rocca su un alto monte, mi apparve seduta sopra di esso una prostituta discinta, con lo sguardo vigile intorno;
e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e baciavansi insieme alcuna volta.153
e come per impedire che le fosse portata via, vidi al suo fianco ergersi un gigante; e talvolta si baciavano insieme.
Ma perché l’occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce amante
la flagellò dal capo infin le piante;156
Ma poiché lei rivolse verso di me lo sguardo cupido e vagante, quel feroce amante la frustò dalla testa fino ai piedi;
poi, di sospetto pieno e d’ira acerba,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece schermo159
poi, pieno di sospetto e di aspra ira, sciolse il mostro, e lo trascinò per la selva, tanto che mi fece scudo
a la puttana e a la nova belva.160
solo grazie a quello, dalla vista della prostituta e della nuova belva.

Riassunto

Il Canto XXXII è la visione profetica più cupa e violenta dell’intero Purgatorio, dedicata alle vicissitudini storiche della Chiesa.

L’albero e il carro rifiorito

Il legame tra il carro e l’albero che improvvisamente rifiorisce rappresenta l’alleanza tra la Chiesa e la volontà di Dio.

Le persecuzioni e le corruzioni della Chiesa

Gli attacchi successivi — l’aquila, la volpe, il secondo attacco dell’aquila, il drago — compongono una sintesi allegorica della storia della Chiesa fino al tempo di Dante.

La meretrice e il gigante

La trasformazione finale del carro in un mostro cavalcato da una meretrice, sorvegliata gelosamente da un gigante, allude alla cattività avignonese del papato sotto l’influenza della corona francese.