Vanni Fucci
Vanni Fucci, ladro pistoiese di identità storica documentata, appare nell’Inferno (Canti XXIV-XXV) tra i ladri della settima bolgia, dove viene morso da un serpente e si incenerisce per poi riformarsi dalle proprie ceneri come l’araba fenice, punizione ciclica per il furto sacrilego degli arredi della sacrestia di San Iacopo a Pistoia, delitto per cui altri furono ingiustamente accusati. Definendosi «bestia», pronuncia contro Dante una vendicativa profezia politica sulla sconfitta dei guelfi bianchi (la parte dello stesso Dante) a opera dei neri, aiutati da Firenze, con toni di odio compiaciuto. Chiude l’episodio con un gesto osceno di sfida diretto a Dio, il più irriverente di tutto il poema, che gli attira l’immediato attacco di serpenti vendicatori.
