Canto XXXIII

Il canto conclusivo dell’intera Commedia si apre con la celebre preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria, affinché conceda a Dante la grazia di sostenere la visione diretta di Dio. Concessa la grazia, Dante contempla l’essenza divina stessa: un’unica luce in cui si raccoglie legato dall’amore tutto ciò che nell’universo appare disperso, poi tre cerchi di tre colori (la Trinità), e infine, nel secondo cerchio, l’enigma supremo dell’immagine umana che si accorda misteriosamente con la natura divina (l’Incarnazione). All’apice di questa visione, un fulgore improvviso appaga ogni desiderio di Dante, il cui volere si trova ormai perfettamente allineato, come la Commedia stessa si chiude, con «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Personaggi:

Dante, San Bernardo (che pronuncia la preghiera alla Vergine), la Vergine Maria, Beatrice (evocata nella preghiera). Vengono nominati anche la Sibilla e, in una similitudine classica, Nettuno e la nave Argo.

Luoghi:

Empireo: visione diretta di Dio, oltre ogni luogo e ogni tempo.

Dante, San Bernardo, Vergine Maria e Beatrice nel Canto XXXIII del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

San Bernardo rivolge alla Vergine Maria la celebre preghiera che apre il canto, chiedendo la grazia necessaria affinché Dante possa sostenere la visione diretta di Dio e che, dopo di essa, i suoi affetti umani restino integri (vv. 1-54). Maria acconsente con lo sguardo, e Dante, ormai pronto, sente crescere dentro di sé la propria vista fino a superare la capacità stessa del linguaggio e della memoria di renderne conto (vv. 55-90).

Dopo un’invocazione alla luce divina perché sostenga il proprio racconto, Dante descrive la visione suprema: nel profondo della luce eterna vede raccolto e legato dall’amore, in un unico volume, tutto ciò che nell’universo appare disperso in sostanze e accidenti separati (vv. 91-126). Vede quindi tre cerchi di tre colori e di una sola dimensione, immagine della Trinità; nel secondo cerchio, riflesso del primo, scorge con somma meraviglia l’immagine umana, mistero dell’Incarnazione che la propria mente non riesce a comprendere con le sole proprie forze (vv. 127-190). Un fulgore improvviso appaga infine ogni suo desiderio di comprensione, e il canto — e l’intera Commedia — si chiude con il verso conclusivo sull’amore che muove l’intero universo (vv. 191-196).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,3
«Vergine Madre, figlia del proprio figlio, umile e allo stesso tempo più alta di ogni altra creatura, punto fisso stabilito dall’eterno disegno divino,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.6
tu sei colei che ha nobilitato l’umana natura a tal punto, che il suo stesso creatore non disdegnò di diventarne egli stesso creatura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.9
Nel tuo grembo si riaccese l’amore, per il cui calore, nella pace eterna, è germogliato questo fiore, la candida Rosa dei beati.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.12
Qui, per noi, sei come una fiaccola meridiana di carità, e laggiù, tra i mortali, sei fontana viva di speranza.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.15
Donna, sei così grande e vali così tanto, che chi desidera grazia e non ricorre a te, è come se volesse che il proprio desiderio volasse senza ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.18
La tua bontà non solo soccorre chi te lo chiede, ma molte volte previene liberamente la stessa richiesta.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.21
In te si raccolgono la misericordia, in te la pietà, in te la magnificenza, in te si raduna tutta la bontà che può trovarsi in qualunque creatura.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spirituali ad una ad una,24
Ora costui, che dal punto più basso dell’universo fin qui ha visto, una a una, le vite degli spiriti,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.27
ti supplica, per grazia, di concedergli tanta forza, da poter innalzare lo sguardo ancora più in alto, verso l’ultima salvezza.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,30
E io, che mai arsi per il mio proprio vedere più di quanto ora arda per il suo, ti rivolgo tutte le mie preghiere, e prego che non siano insufficienti,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.33
affinché tu dissolva con le tue preghiere ogni nube della sua condizione mortale, cosicché il sommo piacere gli si possa rivelare pienamente.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.36
Ti prego ancora, o regina, che puoi tutto ciò che vuoi, che tu conservi sani i suoi sentimenti, dopo una visione così grande.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».39
Vinca la tua protezione le tentazioni umane: guarda Beatrice, insieme a quanti beati, che uniscono le mani in preghiera insieme a me!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;42
Gli occhi amati e venerati da Dio, fissi su chi pregava, mostrarono quanto le fossero gradite quelle devote preghiere;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.45
poi si volsero verso la luce eterna, nella quale non si deve credere che l’occhio di alcuna creatura possa dirigersi con altrettanta chiarezza.
E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.48
E io, che mi stavo avvicinando alla fine di tutti i miei desideri, così come dovevo fare, portai a compimento in me l’ardore del desiderio stesso.
Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:51
Bernardo mi faceva cenno, sorridendo, perché guardassi verso l’alto; ma io ero già, da me stesso, esattamente come egli voleva:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.54
poiché la mia vista, facendosi sempre più pura, penetrava sempre di più attraverso il raggio di quell’alta luce che è vera per sé stessa.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.57
Da questo punto in poi, la mia visione fu più grande di quanto le parole possano mostrare, tanto che il linguaggio stesso cede davanti a una tale vista, e la memoria cede davanti a un’esperienza così straordinaria.
Qual è coluıi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,60
Come accade a chi sognando vede qualcosa, e dopo il sogno ne resta impressa l’emozione, ma il resto non ritorna più alla mente,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.63
tale sono io ora, poiché quasi tutta la mia visione è svanita, eppure ancora mi stilla nel cuore la dolcezza che da essa è nata.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.66
Così la neve si scioglie al sole; così, al vento, sulle foglie leggere, si perdeva il senso delle profezie della Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,69
O somma luce, che ti innalzi tanto al di sopra dei concetti mortali, ridona un poco alla mia mente di come apparivi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;72
e rendi la mia lingua così potente, che possa lasciare anche una sola scintilla della tua gloria alle generazioni future;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.75
poiché, se torna un poco alla mia memoria e risuona un poco in questi versi, se ne potrà concepire di più della tua vittoria.
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.78
Io credo che, per l’intensità di quel vivo raggio che sopportai, sarei rimasto smarrito, se i miei occhi se ne fossero distolti.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.81
E ricordo che, proprio per questo, divenni più ardito nel sostenerne la vista, tanto che unii il mio sguardo con quel valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!84
Oh grazia abbondante, grazie alla quale osai fissare lo sguardo nella luce eterna, tanto da esaurire in essa tutta la mia capacità visiva!
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:87
Nel suo profondo vidi che si raccoglie, legato insieme dall’amore in un unico volume, tutto ciò che nell’universo appare disperso e separato:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.90
sostanze e accidenti e le loro proprietà, quasi fusi insieme, in un modo tale che quello che dico ora è solo una semplice luce rispetto alla realtà.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.93
Credo di aver visto la forma universale di questo nodo, poiché, dicendo questo, sento dentro di me una gioia sempre più grande.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.96
Un solo istante mi porta a un oblio maggiore di quello che venticinque secoli hanno portato sull’impresa che fece meravigliare Nettuno davanti all’ombra della nave Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.99
Così la mia mente, del tutto sospesa, contemplava fissa, immobile e attenta, e si accendeva sempre di più nel contemplare.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;102
Davanti a quella luce si diventa tali, che è impossibile acconsentire mai a distogliersene per rivolgersi a un’altra visione;
però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.105
poiché il bene, che è l’oggetto proprio della volontà, si raccoglie tutto in essa, e fuori di essa è difettoso ciò che lì è invece perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.108
Ormai il mio linguaggio sarà più breve, anche rispetto a quel poco che ricordo, di quanto lo sia il balbettio di un infante che ancora bagna la lingua al seno materno.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;111
Non perché nella viva luce che contemplavo vi fosse più di un semplice aspetto, poiché essa è sempre uguale a come era prima;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.114
ma perché la mia stessa vista, guardando, si rafforzava sempre di più in me, cosicché quell’unica apparenza, mentre io stesso mutavo, mi si trasformava davanti.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;117
Nella profonda e chiara sostanza di quella luce suprema mi apparvero tre cerchi, di tre colori e di una sola dimensione;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.120
e l’uno sembrava riflesso dall’altro, come arcobaleno da arcobaleno, mentre il terzo sembrava un fuoco che si irradiasse ugualmente dall’uno e dall’altro.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.123
Oh, quanto è povero il linguaggio, e quanto debole rispetto al mio stesso pensiero! E questo pensiero, rispetto a quello che vidi realmente, è così poca cosa, che non basta nemmeno definirlo ‘poco’.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!126
O luce eterna, che sussisti soltanto in te stessa, che comprendi solo te stessa, e che, da te compresa e comprendente, ami e sorridi a te stessa!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,129
Quella circolazione che mi era sembrata generarsi in te come una luce riflessa, osservata un poco più a fondo dai miei stessi occhi,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.132
mi apparve dipinta, al proprio interno e con il proprio identico colore, della nostra stessa immagine umana: per cui il mio sguardo si fissò interamente su di essa.
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,135
Come il geometra che si applica interamente per misurare la circonferenza di un cerchio, e non riesce a trovare, per quanto pensi, il principio di cui ha bisogno,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;138
tale ero io davanti a quella visione nuova: volevo capire come l’immagine umana si accordasse con il cerchio divino, e come vi trovasse posto;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.141
ma le mie sole capacità non erano sufficienti per questo: se non che la mia mente fu colpita da un fulgore improvviso, in cui si compì finalmente il proprio desiderio.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,144
Qui mancò la forza alla mia alta immaginazione; ma il mio desiderio e la mia volontà erano ormai mossi, come una ruota mossa in modo uniforme,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.145
dall’amore che muove il sole e le altre stelle.

Riassunto

Il Canto XXXIII è il coronamento dell’intera Commedia, contenente due dei passi più celebri di tutta la letteratura italiana: la preghiera alla Vergine e la visione finale di Dio.

La preghiera alla Vergine

La preghiera di san Bernardo a Maria, costruita su una fitta rete di antitesi («Vergine Madre, figlia del tuo figlio») e di immagini di luce e generosità, è universalmente considerata una delle vette assolute della poesia religiosa occidentale, capace di sintetizzare in poche terzine l’intera teologia mariana medievale.

La visione dei tre cerchi

La visione finale di Dio come tre cerchi di uguale dimensione ma colori diversi, uno riflesso dell’altro e il terzo simile a un fuoco che si irradia da entrambi, è la più alta rappresentazione poetica della Trinità mai tentata, resa ancora più potente dalla dichiarata insufficienza del linguaggio umano a renderne conto.

Il mistero dell’Incarnazione e l’amore che muove l’universo

La scoperta dell’immagine umana riflessa nel secondo cerchio — l’enigma dell’Incarnazione, che la sola ragione di Dante non riesce a penetrare finché un fulgore improvviso non gliene concede l’intuizione — prepara il verso finale della Commedia, in cui il desiderio e la volontà del poeta si trovano perfettamente allineati con «l’amor che move il sole e l’altre stelle»: la chiusura più celebre di tutta la letteratura italiana, che risolve nell’armonia cosmica dell’amore divino l’intero cammino del poema.