Canto XXXI

Beatrice costringe Dante a confessare pubblicamente le proprie colpe. Sopraffatto dal rimorso, sviene; al risveglio Matelda lo immerge nel Lete, cancellando il ricordo del peccato. Le quattro virtù cardinali lo conducono davanti a Beatrice svelata, il cui volto riflette la duplice natura del grifone.

Personaggi:

Dante, Beatrice, Matelda, le quattro virtù cardinali, le tre virtù teologali.

Luoghi:

Riva del fiume Lete, poi davanti al grifone.

Dante, Beatrice e Matelda nel Canto XXXI del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Beatrice costringe Dante a confessare pubblicamente di essersi allontanato da lei dopo la sua morte, sedotto da beni falsi (vv. 1-63). Sopraffatto dal rimorso, Dante sviene; al risveglio, Matelda lo immerge fino alla gola nel fiume Lete, cancellando in lui il ricordo del peccato (vv. 64-105). Le quattro virtù cardinali, in forma di ninfe danzanti, lo conducono davanti al grifone, dove Beatrice, ancora velata, rivolge lo sguardo alla creatura, la cui duplice natura si riflette nei suoi occhi (vv. 106-126). Le tre virtù teologali intercedono infine perché Beatrice sveli a Dante anche la bocca, la sua «seconda bellezza» (vv. 127-145).

Testo e Parafrasi

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«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m’era paruto acro,3
«O tu che stai al di là del fiume sacro», rivolgendo il suo dire verso di me a punta, che già mi era parso tagliente,
ricominciò, seguendo sanza cunta,
«dì, dì se questo è vero; a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta».6
ricominciò, senza indugio, «dimmi, dimmi se questo è vero; a un’accusa così grave deve seguire la tua confessione».
Era la mia virtù tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.9
La mia forza era così sconvolta, che la voce si mise in moto, ma si spense prima ancora di uscire dagli organi della parola.
Poco sofferò; poi disse: «Che pense?
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da l’acqua offense».12
Lei attese poco; poi disse: «A cosa pensi? Rispondimi; perché i tristi ricordi in te non sono ancora stati cancellati dall’acqua».
Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.15
Confusione e paura mischiate insieme mi spinsero fuori dalla bocca un tale «si», che per capirlo ci sarebbe voluto lo sguardo.
Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
e con men foga l’asta il segno tocca,18
Come una balestra si spezza, quando scocca con troppa tensione, sia la corda che l’arco, e la freccia colpisce il bersaglio con meno forza,
sì scoppia’ io sott’esso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.21
così scoppiai io sotto quel grave peso, versando fuori lacrime e sospiri, e la voce si affievolì nell’uscire.
Ond’ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s’aspiri,24
Al che lei: «Attraverso i miei desideri, che ti conducevano ad amare quel bene oltre il quale non c’è nulla da desiderare,
quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?27
quali fossati attraversati o quali catene trovasti, per cui dovessi così privarti della speranza di proseguire?
E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?».30
E quali vantaggi o quali attrattive si mostrarono sul volto degli altri beni, per cui dovessi corteggiarli?».
Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.33
Dopo aver tirato un sospiro amaro, a stento trovai la voce per rispondere, e le labbra a fatica riuscirono a formarla.
Piangendo dissi: «Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che ’l vostro viso si nascose».36
Piangendo dissi: «Le cose presenti, con il loro falso piacere, sviarono i miei passi, non appena il vostro volto si nascose».
Ed ella: «Se tacessi o se negassi
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!39
E lei: «Se avessi taciuto o negato ciò che confessi, la tua colpa non sarebbe meno nota: la conosce già un simile giudice!
Ma quando scoppia de la propria gota
l’accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra ’l taglio la rota.42
Ma quando l’accusa del peccato scoppia dalla propria bocca, nella nostra corte la ruota si volge contro il taglio.
Tuttavia, perché mo vergogna porte
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte,45
Tuttavia, perché tu ora provi vergogna del tuo errore, e perché un’altra volta, sentendo le sirene, tu sia più forte,
pon giù il seme del piangere e ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.48
deponi il seme del pianto e ascolta: così udrai come la mia carne sepolta avrebbe dovuto muoverti in direzione opposta.
Mai non t’appresentò natura o arte
piacer, quanto le belle membra in ch’io
rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;51
Mai natura o arte ti presentarono un piacere pari alle belle membra in cui fui rinchiusa, e che ora sono sparse nella terra;
e se ’l sommo piacer sì ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?54
e se il sommo piacere ti venne a mancare per la mia morte, quale cosa mortale doveva poi attirarti nel suo desiderio?
Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.57
Avresti dovuto, al primo colpo delle cose ingannevoli, alzarti verso l’alto dietro di me, che non ero più tale.
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve uso.60
Non dovevi appesantire le tue ali verso il basso, aspettando altri colpi, sia da una fanciulla che da altra novità di così breve durata.
Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta».63
Un uccellino appena nato aspetta due o tre colpi; ma davanti agli occhi degli uccelli adulti si tende invano una rete o si scaglia una freccia».
Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,66
Come i bambini, vergognandosi, restano muti con gli occhi a terra, ascoltando, riconoscendo il proprio errore e pentendosi,
tal mi stav’io; ed ella disse: «Quando
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando».69
così stavo io; ed ella disse: «Se sei addolorato per quello che ascolti, alza la barba, e proverai più dolore guardando».
Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,72
Con minor resistenza si sradica una robusta quercia, sia per il nostro vento sia per quello della terra di Iarba,
ch’io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento.75
di quanta ne opposi io ad alzare il mento al suo comando; e quando, tramite la barba, chiese il mio viso, riconobbi bene il veleno di quell’allusione.
E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersion l’occhio comprese;78
E non appena il mio volto si distese verso l’alto, i miei occhi si accorsero che quelle prime creature avevano interrotto la pioggia di fiori;
e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch’è sola una persona in due nature.81
e i miei occhi, ancora poco sicuri, videro Beatrice rivolta verso la fiera che è un’unica persona in due nature.
Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l’altre qui, quand’ella c’era.84
Sotto il suo velo, e al di là del fiume, mi sembrava superasse ancora sé stessa di un tempo, più di quanto superasse le altre donne, quando era in vita.
Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.87
L’ortica del pentimento mi punse allora così forte, che quanto più altre cose mi avevano attirato nel loro amore, tanto più mi divennero nemiche.
Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.90
Un tale rimorso mi morse il cuore, che caddi svenuto; e ciò che feci allora lo sa colei che ne fu la causa.
Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».93
Poi, quando il cuore mi restituì le forze esterne, vidi sopra di me la donna che avevo trovata sola, e diceva: «Tienimi, tienimi!».
Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l’acqua lieve come scola.96
Mi aveva tratto nel fiume fino alla gola, e tirandomi dietro di sé procedeva sull’acqua leggera come una spola.
Quando fui presso a la beata riva,
«Asperges me» sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.99
Quando fui vicino alla riva beata, udii un «Asperges me» così dolce, che non riesco a ricordarlo, tanto meno a scriverlo.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.102
La bella donna aprì le braccia; mi abbracciò la testa e mi immerse, dove fu necessario che ingoiassi l’acqua.
Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.105
Poi mi tirò fuori, e, ancora bagnato, mi condusse dentro la danza delle quattro belle donne; e ciascuna mi coprì con il proprio braccio.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.108
«Noi siamo qui ninfe, e in cielo siamo stelle; prima che Beatrice scendesse al mondo, fummo destinate a lei come sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».111
Ti condurremo ai suoi occhi; ma nella gioiosa luce che è dentro di essi, le tre di là, che vedono più a fondo, affineranno la tua vista».
Così cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.114
Così cominciarono cantando; e poi mi condussero con loro fino al petto del grifone, dove Beatrice stava rivolta verso di noi.
Disser: «Fa che le viste non risparmi;
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
ond’Amor già ti trasse le sue armi».117
Dissero: «Fa’ che il tuo sguardo non si risparmi; ti abbiamo posto davanti agli smeraldi da cui Amore un tempo trasse le sue frecce contro di te».
Mille disiri più che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra ’l grifone stavan saldi.120
Mille desideri più caldi di una fiamma mi tennero gli occhi fissi a quegli occhi splendenti, che restavano fissi solo sul grifone.
Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.123
Come il sole in uno specchio, non diversamente la duplice creatura vi si rifletteva dentro, ora con l’una, ora con l’altra delle sue nature.
Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.126
Pensa, lettore, se mi meravigliavo, quando vedevo la cosa restare immobile in sé stessa, mentre nella sua immagine riflessa si trasformava.
Mentre che piena di stupore e gioia,
l’anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,129
Mentre, piena di stupore e gioia, la mia anima gustava quel cibo che, pur saziando, fa venire ancora più sete di sé stesso,
sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.132
mostrandosi di rango più alto nei gesti, le altre tre virtù si fecero avanti, danzando al ritmo della loro melodia angelica.
«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!135
«Volgi, Beatrice, volgi i tuoi occhi santi», era il loro canto, «verso il tuo fedele, che per vederti ha percorso tanta strada!
Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele».138
Per grazia, fa’ a noi la grazia di svelargli la tua bocca, così che possa scorgere la seconda bellezza che tu nascondi».
O isplendor di viva luce etterna,
chi pàlido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,141
O splendore di luce viva ed eterna, chi mai, per quanto impallidito sotto l’ombra del Parnaso, o abbia bevuto alla sua fonte,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,144
non sembrerebbe avere la mente confusa, nel tentativo di descriverti come apparisti, là dove il cielo armonioso ti faceva da sfondo,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?145
quando ti svelasti all’aria aperta?

Riassunto

Il Canto XXXI porta a compimento il rituale di purificazione di Dante, tra confessione, immersione e visione.

La confessione pubblica

Il dialogo serrato tra Beatrice e Dante rappresenta il sacramento della confessione reso in forma narrativa e drammatica.

Il battesimo nel Lete

L’immersione nel fiume, che cancella il ricordo del peccato ma non la consapevolezza di averlo commesso, richiama esplicitamente il sacramento del battesimo.

Il grifone negli occhi di Beatrice

L’immagine del grifone che si riflette, mutando aspetto, negli occhi di Beatrice è una delle metafore teologiche più raffinate della cantica: la doppia natura di Cristo contemplata attraverso lo sguardo della sapienza rivelata.