Canto XVI

Dante, incoraggiato dall’affetto del proprio trisavolo, gli si rivolge finalmente con il “voi” di rispetto e gli chiede di raccontare della Firenze antica: chi furono i suoi antenati e come si presentava la città ai suoi tempi. Cacciaguida risponde con un lungo, appassionato elenco delle famiglie nobili fiorentine di un tempo, molte delle quali già scomparse o decadute al tempo di Dante, concludendo con l’episodio di Buondelmonte, causa scatenante delle lotte tra guelfi e ghibellini.

Personaggi:

Dante, Beatrice, Cacciaguida. Il racconto di Cacciaguida elenca decine di antiche famiglie fiorentine (tra cui i Ravignani, da cui discese il conte Guido; i Cerchi; gli Uberti; gli Adimari; i Donati) e culmina nella vicenda di Buondelmonte, il cui mancato matrimonio con una Amidei diede origine alle fazioni guelfa e ghibellina a Firenze.

Luoghi:

Quinto cielo, quello di Marte. Nel racconto di Cacciaguida viene descritta l’antica Firenze, con i suoi confini, le sue porte e i suoi quartieri.

Dante, Beatrice, Buondelmonte e Firenze nel Canto XVI del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante, ormai pieno di fiducia, si rivolge per la prima volta a Cacciaguida con il “voi” di rispetto, notando con un sorriso lo scherzo di Beatrice su questa novità linguistica (vv. 1-27). Chiede quindi al trisavolo di raccontargli i propri antenati e la Firenze dei suoi tempi (vv. 28-39).

Cacciaguida risponde collocando la propria nascita a circa cinquecentottanta ritorni di Marte nel segno del Leone dopo l’Annunciazione (databile intorno al 1091), e descrive con nostalgia una Firenze antica, piccola e pura nella propria composizione sociale, contrapposta a quella corrotta dall’afflusso di gente dal contado (vv. 40-96). Segue un lunghissimo elenco delle famiglie nobili dell’epoca, molte già scomparse o decadute, che occupa la maggior parte del canto (vv. 97-192).

Il racconto culmina con l’episodio di Buondelmonte, il cui rifiuto delle nozze promesse con una fanciulla della famiglia Amidei, per sposarne invece una dei Donati, scatenò la faida che diede origine alle fazioni guelfa e ghibellina, ponendo fine alla pace della città (vv. 136-208).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

O poca nostra nobiltà di sangue,
se glorïar di te la gente fai
qua giù dove l’affetto nostro langue,3
Oh nostra povera cosa, la nobiltà di sangue: se fai sì che la gente si vanti di te quaggiù, dove il nostro affetto per le cose giuste langue,
mirabil cosa non mi sarà mai:
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.6
non mi sarà mai una cosa sorprendente: poiché là dove il desiderio non si distorce, cioè in cielo, anch’io me ne vantai un tempo.
Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s’appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.9
Sei davvero un mantello che si accorcia in fretta: cosicché, se non vi si aggiunge continuamente nuovo panno, il tempo lo consuma tutt’intorno con le proprie forbici.
Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;12
Dal ‘voi’ di rispetto, usato per la prima volta a Roma, anche se la sua famiglia, i romani, ormai lo usa meno, ricominciarono le mie parole;
onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.15
per cui Beatrice, che stava un poco in disparte, sorridendo, sembrò quella dama che tossì alla prima colpa scritta di Ginevra e Lancillotto.
Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.18
Io cominciai: «Voi siete il padre mio; voi mi date piena sicurezza nel parlare; voi mi innalzate così tanto, che io sono più di quel che ero.
Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza.21
Per tanti canali si riempie di allegrezza la mia mente, che gioisce di sé stessa perché riesce a sostenere tanta gioia senza spezzarsi.
Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra püerizia;24
Ditemi dunque, cara mia origine, chi furono i vostri antenati e quali furono gli anni che si segnalarono nella vostra infanzia;
ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni».27
ditemi del gregge di San Giovanni, cioè di Firenze, quanto era grande allora, e chi erano le famiglie degne dei posti più elevati al suo interno».
Come s’avviva a lo spirar d’i venti
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti;30
Come si ravviva al soffio dei venti un carbone in fiamma, così vidi io quella luce risplendere alle mie parole affettuose;
e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,33
e come divenne più bella ai miei occhi, così mi parlò con voce più dolce e soave, ma non con questa lingua moderna,
dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’allevïò di me ond’ era grave,36
dicendomi: «Da quel giorno in cui fu detto ‘Ave’ dall’angelo a Maria fino al parto in cui mia madre, che ora è santa, si alleggerì di me di cui era gravida,
al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fïate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.39
questo pianeta, Marte, tornò ad infiammarsi sotto la costellazione del Leone cinquecentottanta volte.
Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.42
I miei antenati e io nascemmo nel luogo dove si trova per primo l’ultimo sestiere di chi corre la vostra corsa annuale del palio.
Basti d’i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.45
Basti sapere questo dei miei antenati: chi fossero e da dove vennero qui, è più onesto tacerlo che parlarne.
Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e ’l Batista,
eran il quinto di quei ch’or son vivi.48
Tutti coloro che a quel tempo erano lì, in grado di portare armi tra il Battistero e Marte, erano un quinto di quelli che oggi sono vivi.
Ma la cittadinanza, ch’è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista.51
Ma la cittadinanza, che ora è mescolata con gente venuta da Campi, da Certaldo e da Figline, si vedeva allora pura fino all’ultimo artigiano.
Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,54
Oh quanto sarebbe stato meglio avere come vicini quelle genti di cui parlo, e avere il proprio confine al Galluzzo e a Trespiano,
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!57
piuttosto che averle dentro le mura e sopportare il puzzo del villano d’Aguglione, o di quello da Signa, che già ha l’occhio ben allenato ai loro traffici disonesti!
Se la gente ch’al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,60
Se la gente, che al mondo più di ogni altra degenera dal proprio dovere, non fosse stata matrigna verso Cesare invece che madre benigna verso il proprio figlio,
tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l’avolo a la cerca;63
tal tizio che oggi fa il fiorentino e si dedica al commercio, si sarebbe invece rivolto a Simifonti, là dove il proprio nonno andava a mendicare;
sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.66
Montemurlo apparterrebbe ancora ai Conti Guidi; i Cerchi sarebbero ancora nel piviere di Acone, e forse i Buondelmonti sarebbero rimasti in Val di Greve.
Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone;69
Sempre la mescolanza confusa delle popolazioni fu l’origine del male della città, così come per il vostro corpo lo è il cibo accumulato in eccesso;
e cieco toro più avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.72
e un toro cieco cade più rapidamente di un agnello cieco; e spesso una sola spada taglia meglio di cinque insieme.
Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,75
Se consideri come sono decadute Luni e Urbisaglia, e come le seguono in questo declino anche Chiusi e Senigallia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.78
udire come si estinguono le stirpi non ti sembrerà cosa nuova né sorprendente, dal momento che perfino le città hanno un termine.
Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.81
Tutte le vostre cose hanno una propria fine, così come voi stessi; ma in alcune essa si nasconde perché dura più a lungo delle vostre vite brevi.
E come ’l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:84
E come il volgere del cielo della luna copre e scopre senza sosta le rive del mare con le maree, così fa la Fortuna con Firenze:
per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.87
per cui non deve sembrarti cosa sorprendente quello che dirò riguardo agli antichi Fiorentini illustri, la cui fama è ormai nascosta dal tempo.
Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri cittadini;90
Io vidi gli Ughi e vidi i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, già in declino ai miei tempi, ma allora illustri cittadini;
e vidi così grandi come antichi,
con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.93
e vidi famiglie tanto grandi quanto antiche, come quella della Sannella, quella dell’Arca, e i Soldanieri, gli Ardinghi e i Bostichi.
Sovra la porta ch’al presente è carca
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,96
Sopra la porta che oggi è gravata da un nuovo tradimento così pesante che presto sarà causa di naufragio per la barca della città,
erano i Ravignani, ond’ è disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l’alto Bellincione ha poscia preso.99
c’erano i Ravignani, da cui discese il conte Guido e chiunque abbia poi preso il nome dall’illustre Bellincione.
Quel de la Pressa sapeva già come
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.102
Quello della famiglia della Pressa sapeva già come si governa, e Galigaio aveva già in casa propria l’elsa e il pomo della spada dorati, segno di cavalleria.
Grand’ era già la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.105
Già era grande il casato della Colonna del Vaio, insieme ai Sacchetti, ai Giuochi, ai Fifanti e ai Barucci, e ai Galli e a quelli che arrossiscono ancora per lo staio truccato usato dal proprio antenato.
Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.108
Il ceppo da cui nacquero i Calfucci era già grande, e già erano stati eletti alle alte cariche i Sizii e gli Arrigucci.
Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l’oro
fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.111
Oh quali io vidi coloro che oggi sono distrutti per la propria superbia! E le palle d’oro degli Uberti facevano fiorire Firenze in tutte le sue grandi imprese.
Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.114
Così facevano anche i padri di coloro che, ogni volta che la vostra sede vescovile resta vacante, si arricchiscono restando riuniti in concistoro.
L’oltracotata schiatta che s’indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
o ver la borsa, com’ agnel si placa,117
La tracotante famiglia degli Adimari, che si infuria come un drago contro chi fugge, e invece si placa come un agnello davanti a chi mostra i denti o il portafoglio,
già venìa sù, ma di picciola gente;
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poï il suocero il fé lor parente.120
già cominciava a salire in importanza, ma era ancora gente di poco conto; tanto che non piacque a Ubertino Donati che il proprio suocero, Bellincione Berti, lo rendesse loro parente per matrimonio.
Già era ’l Caponsacco nel mercato
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e Infangato.123
Già era sceso da Fiesole al mercato il Caponsacco, e già erano buoni cittadini i Giuda e gli Infangati.
Io dirò cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s’entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.126
Dirò una cosa incredibile eppure vera: nella piccola cerchia di mura si entrava per una porta che prendeva nome dalla famiglia della Pera.
Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,129
Ognuno che porta il bel simbolo araldico del grande barone, Ugo di Toscana, il cui nome e il cui merito si celebrano ancora nella festa di san Tommaso,
da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.132
da lui ricevette il titolo di cavaliere e il relativo privilegio; anche se oggi si unisce al popolo colui che porta quello stemma con la propria fascia decorativa.
Già eran Gualterotti e Importuni;
e ancor saria Borgo più quïeto,
se di novi vicin fosser digiuni.135
Già c’erano i Gualterotti e gli Importuni; e il quartiere di Borgo sarebbe ancora più tranquillo, se fosse rimasto digiuno di nuovi vicini come loro.
La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v’ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,138
La casata da cui nacque il vostro pianto, per il giusto sdegno che vi ha portato tante morti e ha posto fine alla vostra vita lieta,
era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!141
era onorata, insieme ai propri consorti: oh Buondelmonte, quanto facesti male a fuggire quelle nozze per i consigli altrui!
Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t’avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch’a città venisti.144
Molti sarebbero oggi felici, che invece sono tristi, se Dio ti avesse concesso di annegare nel fiume Ema la prima volta che venisti in città.
Ma conveniesi a quella pietra scema
che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.147
Ma era necessario che a quella statua mutilata, che sorveglia il ponte, Firenze offrisse una vittima proprio nell’ultimo periodo della propria pace.
Con queste genti, e con altre con esse,
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.150
Con queste famiglie, e con altre insieme a esse, vidi io Firenze in una condizione di riposo così fatta, che non aveva alcuna ragione per piangere.
Con queste genti vid’io glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,153
Con queste famiglie vidi io il proprio popolo glorioso e giusto, tanto che il giglio, simbolo della città, non era mai posto capovolto sull’asta in segno di sconfitta,
né per divisïon fatto vermiglio».154
né reso rosso di sangue a causa delle divisioni interne».

Riassunto

Il Canto XVI prosegue il racconto di Cacciaguida con un vasto affresco storico della Firenze del XII secolo, tra i più densi di riferimenti storici ed erudizione locale dell’intera Commedia.

La nobiltà di sangue come vanto effimero

L’apertura del canto, con la celebre riflessione sulla “poca nostra nobiltà di sangue” paragonata a un mantello che il tempo accorcia, introduce con tono moraleggiante il lungo elenco genealogico che segue, avvertendo il lettore che la nobiltà di sangue, di per sé, non è un merito duraturo.

Un catalogo delle famiglie fiorentine scomparse

L’elenco delle decine di famiglie nobili già decadute al tempo di Dante, alcune delle quali sopravvissute solo nel ricordo di questo stesso canto, costituisce una fonte storica preziosa sulla Firenze duecentesca, e sviluppa il tema, caro a Dante, della decadenza morale della città dovuta all’eccessiva ed eterogenea crescita demografica.

Buondelmonte e l’origine delle fazioni

La chiusura del canto sull’episodio di Buondelmonte, tradizionalmente considerato la scintilla che accese il conflitto tra guelfi e ghibellini a Firenze, collega il racconto genealogico al tema politico centrale della biografia di Dante: l’esilio del poeta, causato proprio dalle lotte di fazione nate da quell’episodio, verrà affrontato esplicitamente nel canto successivo.