Canto XXXI

Il Canto XXXI segna il passaggio dall’ottava all’ultima regione dell’Inferno: il pozzo centrale, custodito da giganti mitologici che Dante scambia inizialmente per torri. Vi incontra Nembrotte, che parla una lingua incomprensibile, Efialte, incatenato per aver sfidato gli dei, e infine Anteo, che, non incatenato, cala i due poeti con le proprie mani sul fondo ghiacciato dell’Inferno.

Personaggi:

Luoghi:

Il pozzo centrale dell’Inferno, bordo del Nono Cerchio.

Dante, Nembrotte, Efialte e Anteo nel Canto XXXI dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Dopo il rimprovero del canto precedente, Virgilio conforta Dante e i due si dirigono verso il centro dell’Inferno, guidati da un suono di corno terrificante (vv. 1-27). Avvicinandosi, ciò che sembravano torri si rivela essere una fila di giganti, immersi nel pozzo dall’ombelico in giù, a guardia dell’ultimo cerchio (vv. 28-57).

Il primo gigante incontrato è Nembrotte, punito per aver voluto costruire la Torre di Babele, condannato a un linguaggio incomprensibile a chiunque, incluso lui stesso (vv. 58-81). Segue Efialte, incatenato per aver combattuto contro gli dei nella Gigantomachia (vv. 82-108). Infine i poeti raggiungono Anteo, l’unico gigante non incatenato poiché non partecipò a quella battaglia: Virgilio lo persuade con parole lusinghiere a calarli con le proprie mani sul fondo dell’Inferno, dove si trova il Cocito ghiacciato (vv. 109-145).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Una medesma lingua pria mi morse,
si che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;3
La stessa lingua che prima mi feri, tanto da farmi arrossire entrambe le guance, poi mi porse anche la medicina;
cosi od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.6
cosi ho sentito dire che la lancia di Achille e di suo padre era causa prima di una ferita dolorosa e poi di una guarigione benefica.
Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ‘l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.9
Voltammo le spalle a quella misera valle, risalendo lungo l’argine che la circonda tutt’intorno, attraversandolo senza parlare.
Quiv’era men che notte e men che giorno,
si che ‘l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,12
Li non era ne notte piena ne giorno pieno, tanto che la mia vista poteva spingersi poco avanti; ma sentii suonare un corno potente,
tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra se la sua via seguitando,
dirizzo li occhi miei tutti ad un loco.15
tanto forte da rendere fioco qualsiasi tuono, che, facendomi seguire la direzione da cui proveniva, mi fece rivolgere tutti gli occhi verso un solo punto.
Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perde la santa gesta,
non sono si terribilmente Orlando.18
Dopo la dolorosa sconfitta, quando Carlomagno perse la sacra battaglia, Orlando non suono con un richiamo cosi terribile.
Poco portai in la volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, di, che terra e questa?”.21
Avevo appena girato un poco la testa in quella direzione, che mi sembro di vedere molte alte torri; per cui dissi: “Maestro, dimmi, che terra e questa?”.
Ed elli a me: “Pero che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.24
Ed egli a me: “Poiche osservi attraverso le tenebre da troppo lontano, capita poi che tu ti sbagli nell’immaginare.
Tu vedrai ben, se tu la ti congiungi,
quanto ‘l senso s’inganna di lontano;
pero alquanto piu te stesso pungi”.27
Vedrai bene, quando ti sarai avvicinato, quanto la vista inganni da lontano; percio affrettati un poco di piu”.
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: “Pria che noi siam piu avanti,
accio che ‘l fatto men ti paia strano,30
Poi mi prese affettuosamente per mano, e disse: “Prima che siamo piu avanti, affinche il fatto ti sembri meno strano,
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.33
sappi che non sono torri, ma giganti, e si trovano nel pozzo lungo l’argine, tutti quanti, dall’ombelico in giu”.
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
cio che cela ‘l vapor che l’aere stipa,36
Come quando la nebbia si dissolve, lo sguardo a poco a poco distingue cio che nasconde il vapore che riempie l’aria,
cosi forando l’aura grossa e scura,
piu e piu appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;39
cosi, penetrando quell’aria densa e scura, avvicinandomi sempre di piu verso il bordo, l’illusione svaniva e la paura cresceva;
pero che come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
cosi la proda che ‘l pozzo circonda42
perche come sulla cinta circolare Montereggioni si corona di torri, cosi l’argine che circonda il pozzo
torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tona.45
era sormontato, dalla vita in su, dagli orribili giganti, che Giove ancora minaccia dal cielo quando tuona.
E io scorgeva gia d’alcun la faccia,
le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giu ambo le braccia.48
E io gia distinguevo il volto di alcuni, le spalle, il petto e gran parte del ventre, e lungo i fianchi entrambe le braccia.
Natura certo, quando lascio l’arte
di si fatti animali, assai fe bene
per torre tali essecutori a Marte.51
La natura fece certamente bene, quando smise di creare simili esseri, togliendo a Marte tali potenziali esecutori.
E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
piu giusta e piu discreta la ne tene;54
E se non si pente di aver creato elefanti e balene, chi osserva attentamente la considera per questo ancora piu giusta e saggia;
che dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi puo far la gente.57
perche dove la capacita dell’intelletto si unisce alla cattiva volonta e alla forza, nessuna difesa puo proteggere gli uomini.
La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altr’ossa;60
Il suo volto mi sembrava lungo e grosso quanto la pigna di bronzo di San Pietro a Roma, e proporzionate a quella erano le altre ossa;
si che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giu, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma63
tanto che l’argine, che gli copriva come un perizoma dalla vita in giu, ne mostrava comunque abbastanza sopra, che per raggiungere i capelli
tre Frison s’avrien dato mal vanto;
pero ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giu dov’omo affibbia ‘l manto.66
tre uomini frisoni si sarebbero vantati invano di riuscirci; poiche ne vedevo trenta grandi palmi dal punto in cui si allaccia il mantello in giu.
“Raphel mai amecche zabi almi”,
comincio a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia piu dolci salmi.69
“Raphel mai amecche zabi almi”, comincio a gridare quella bocca feroce, a cui non si addicevano salmi piu dolci.
E ‘l duca mio ver’ lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passion ti tocca!72
E la mia guida verso di lui: “Anima stolta, tieniti al tuo corno, e sfogati con quello quando ti coglie l’ira o un’altra passione!
Cercati al collo, e troverai la soga
che ‘l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ‘l gran petto ti doga”.75
Cercati al collo, e troverai la cinghia che ti tiene legato, o anima confusa, e guarda come ti cinge il grande petto”.
Poi disse a me: “Elli stessi s’accusa;
questi e Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.78
Poi mi disse: “Egli stesso si accusa da solo; questo e Nembrotte, a causa del cui folle progetto un unico linguaggio non si usa piu nel mondo.
Lasciamlo stare e non parliamo a voto;
che cosi e a lui ciascun linguaggio
come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo e noto”.81
Lasciamolo stare e non parliamo invano; perche per lui ogni nostro linguaggio e incomprensibile, come il suo lo e per gli altri, poiche a nessuno e noto”.
Facemmo adunque piu lungo viaggio,
volti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai piu fiero e maggio.84
Facemmo dunque un cammino piu lungo, voltati a sinistra; e alla distanza di un tiro di balestra trovammo un altro gigante ancora piu feroce e grande.
A cinger lui qual che fosse ‘l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro87
Chi fosse stato il maestro capace di incatenarlo, non saprei dirlo, ma egli teneva legato davanti il braccio sinistro e dietro il braccio destro
d’una catena che ‘l tenea avvinto
dal collo in giu, si che ‘n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto.90
con una catena che lo avvinceva dal collo in giu, tanto che sulla parte scoperta si avvolgeva fino al quinto giro.
“Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ‘l sommo Giove”,
disse ‘l mio duca, “ond’elli ha cotal merto.93
“Questo superbo volle mettere alla prova la propria potenza contro il sommo Giove”, disse la mia guida, “per cui riceve questo merito.
Fialte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dei;
le braccia ch’el meno, gia mai non move”.96
Si chiama Efialte, e compi le grandi imprese quando i giganti fecero paura agli dei; le braccia che allora mosse, non le muove piu”.
E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei”.99
E io a lui: “Se fosse possibile, vorrei che i miei occhi avessero esperienza dello smisurato Briareo”.
Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed e disciolto,
che ne porra nel fondo d’ogne reo.102
Al che rispose: “Vedrai Anteo qui vicino, che parla ed e sciolto dalle catene, che ci porra sul fondo di ogni colpa.
Quel che tu vuo’ veder, piu la e molto
ed e legato e fatto come questo,
salvo che piu feroce par nel volto”.105
Quello che tu vuoi vedere e molto piu lontano, ed e legato e fatto come questo, tranne che sembra ancora piu feroce nel volto”.
Non fu tremoto gia tanto rubesto,
che scotesse una torre cosi forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.108
Non ci fu mai terremoto cosi violento, da scuotere una torre cosi forte, come velocemente si mosse Efialte scuotendosi.
Allor temett’io piu che mai la morte,
e non v’era mestier piu che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.111
Allora temetti piu che mai la morte, e non ci sarebbe stato bisogno di altro che di quella paura, se non avessi visto le catene che lo trattenevano.
Noi procedemmo piu avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.114
Procedemmo allora piu avanti, e giungemmo ad Anteo, che, senza contare la testa, usciva dalla grotta per ben cinque metri.
“O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipion di gloria reda,
quand’Anibal co’ suoi diede le spalle,117
“O tu che nella valle fortunata che rese Scipione erede di gloria, quando Annibale con i suoi soldati diede le spalle in fuga,
recasti gia mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda120
portasti un tempo mille leoni come preda, e che, se fossi stato presente alla grande guerra dei tuoi fratelli giganti, si crede ancora
ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giu, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.123
che i figli della Terra avrebbero vinto: mettici giu, e non ti faccia ribrezzo, dove il Cocito rinchiude tutto nel gelo.
Non ci far ire a Tizio ne a Tifo:
questi puo dar di quel che qui si brama;
pero ti china, e non torcer lo grifo.126
Non farci andare da Tizio o da Tifeo: costui puo darti cio che qui si desidera; percio chinati, e non storcere il muso.
Ancor ti puo nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta,
se ‘nnanzi tempo grazia a se non chiama”.129
Puo ancora renderti fama nel mondo, perche e vivo, e si aspetta ancora una lunga vita, se la grazia divina non lo richiama a se prima del tempo”.
Cosi disse ‘l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ‘l duca mio,
ond’Ercule senti gia grande stretta.132
Cosi disse il maestro; e quello in fretta stese le mani, e afferro la mia guida, quelle mani che gia Ercole senti stringersi con grande forza.
Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: “Fatti qua, si ch’io ti prenda”;
poi fece si ch’un fascio era elli e io.135
Virgilio, quando si senti afferrare, mi disse: “Vieni qui, cosi che ti prenda anch’io”; poi fece in modo che lui e io fossimo un unico fascio.
Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovra essa si, ched ella incontro penda:138
Come appare, guardandola dal basso, la torre Garisenda inclinata, quando una nuvola le passa sopra in modo che sembri pendere verso di essa:
tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.141
cosi mi apparve Anteo, mentre aspettavo di vederlo chinarsi, e fu un momento in cui avrei voluto percorrere un’altra strada.
Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposo;
ne, si chinato, li fece dimora,144
Ma ci depose delicatamente sul fondo che divora Lucifero insieme a Giuda; e non si tratenne li, chinato,
e come albero in nave si levo.145
ma si rialzo come l’albero di una nave.

Riassunto

Il Canto XXXI funge da soglia solenne verso il centro assoluto del male, con un cambio di scala e di registro rispetto alle bolge appena lasciate.

I giganti come guardiani della ragione tradita

I giganti, esseri di forza smisurata ma privi di vera intelligenza, rappresentano l’estremo della violenza priva di senno: guardiani appropriati per l’accesso al tradimento, colpa che unisce intelligenza pervertita e mancanza assoluta di virtù.

Nembrotte e la confusione delle lingue

Nembrotte, costruttore mitico della Torre di Babele, è punito con l’incomunicabilità assoluta: un contrapasso perfetto per chi tentò con la superbia di unificare l’umanità contro Dio, ottenendo invece la dispersione linguistica.

Anteo e la retorica della persuasione

Il discorso di Virgilio ad Anteo, costruito con abile retorica classica, mostra la Ragione capace di piegare anche la forza bruta attraverso la parola, in un ultimo trionfo dell’arte oratoria prima dell’ingresso nel silenzio ghiacciato del Cocito.