Canto XXXII

Il Canto XXXII apre il Nono Cerchio, il Cocito, il lago ghiacciato al centro dell’Inferno dove sono puniti i traditori. Nella prima zona, Caina, sono immersi i traditori dei parenti, tra cui i fratelli Alessandro e Napoleone degli Alberti; nella seconda, Antenora, i traditori della patria, tra cui Bocca degli Abati. Il canto si chiude con la scena atroce di un dannato che rode il cranio di un altro.

Personaggi:

Luoghi:

Nono Cerchio, il Cocito ghiacciato: prima zona (Caina) e seconda zona (Antenora).

Dante, Camicion de’ Pazzi, Bocca degli Abati e Tesauro dei Beccheria nel Canto XXXII dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Dante, dichiarando l’inadeguatezza del proprio linguaggio a descrivere l’orrore del fondo dell’Inferno, si affaccia sul Cocito, un lago completamente ghiacciato (vv. 1-39). Nella prima zona, Caina, dedicata ai traditori dei parenti, incontra due fratelli conficcati insieme nel ghiaccio, poi Camicion de’ Pazzi, che elenca altri traditori familiari (vv. 40-69).

Proseguendo nella seconda zona, Antenora, dedicata ai traditori della patria, Dante colpisce accidentalmente il volto di un dannato, che si rivela essere Bocca degli Abati, traditore fiorentino a Montaperti; questi, dopo essersi rifiutato di rivelare il proprio nome, viene identificato con la forza da Dante, che gli strappa i capelli (vv. 70-123). Il canto si chiude con la visione agghiacciante di un’anima che rode senza sosta il cranio di un’altra: sarà identificata nel canto successivo come il conte Ugolino (vv. 124-139).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

S’io avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,3
Se avessi rime aspre e stridenti, come si addirebbe a quel triste buco sul quale gravano tutte le altre rocce dell’Inferno,
io premerei di mio concetto il suco
piu pienamente; ma perch’io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;6
spremerei piu pienamente il succo del mio pensiero; ma poiche non le ho, non senza timore mi accingo a parlare;
che non e impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’universo,
ne da lingua che chiami mamma o babbo.9
perche non e impresa da prendere alla leggera descrivere il fondo di tutto l’universo, ne adatta a una lingua che ancora balbetta come un bambino.
Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
si che dal fatto il dir non sia diverso.12
Ma mi aiutino nel mio canto quelle Muse che aiutarono Anfione a costruire le mura di Tebe, cosi che il racconto non sia diverso dal fatto reale.
Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare e duro,
mei foste state qui pecore o zebe!15
Oh plebe creata peggio di tutte le altre, che stai in un luogo dove e difficile persino parlare, sarebbe stato meglio per voi essere state pecore o capre!
Come noi fummo giu nel pozzo scuro
sotto i pie del gigante assai piu bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,18
Quando fummo giu nel pozzo scuro, molto piu in basso dei piedi del gigante, e io guardavo ancora l’alta parete rocciosa,
dicere udi’mi: “Guarda come passi:
va si, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”.21
mi sentii dire: “Guarda come cammini: fa’ in modo di non calpestare con i piedi le teste dei fratelli miseri e stanchi”.
Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.24
Per cui mi voltai, e vidi davanti a me e sotto i piedi un lago che per il gelo aveva l’aspetto del vetro anziche dell’acqua.
Non fece al corso suo si grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
ne Tanai la sotto ‘l freddo cielo,27
Non fece mai un velo di ghiaccio cosi spesso sul proprio corso, d’inverno, il Danubio in Austria, ne il Don, sotto il freddo cielo,
come qui fer, se Tambernicchi
vi fosse su caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.30
come quello che si formava li: se anche il monte Tambura o le Alpi Apuane fossero cadute sopra, non avrebbero fatto nemmeno scricchiolare l’orlo.
E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,33
E come la rana sta a gracidare con il muso fuori dall’acqua, quando la contadina sogna spesso di raccogliere le spighe,
livide, insin la dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.36
cosi, livide fino a dove appare la vergogna, erano le ombre dolenti nella ghiaccia, facendo battere i denti come il verso della cicogna.
Ognuna in giu tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.39
Ognuna teneva il volto rivolto verso il basso; dalla bocca testimoniavano il freddo, e dagli occhi il cuore triste, a conferma reciproca.
Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due si stretti,
che ‘l pel del capo avieno insieme misto.42
Dopo essermi guardato un poco intorno, mi voltai verso i piedi, e vidi due dannati cosi stretti, che i capelli delle loro teste erano mescolati insieme.
“Ditemi, voi che si strignete i petti”,
diss’io, “chi siete?”. E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,45
“Ditemi, voi che stringete cosi i petti”, dissi, “chi siete?”. E quelli piegarono il collo; e dopo aver rivolto verso di me i volti,
li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.48
i loro occhi, che prima erano solo umidi dentro, gocciolarono lungo le labbra, e il gelo strinse le lacrime tra di essi, richiudendole.
Con legno legno spranga mai non cinse
forte cosi; ond’ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.51
Mai una sbarra di legno uni cosi saldamente due pezzi di legno; per cui quei due, come due caproni, si scontrarono l’uno contro l’altro, tanta era la rabbia che li vinceva.
E un ch’avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giue,
disse: “Perche cotanto in noi ti specchi?54
E uno che aveva perso entrambe le orecchie per il freddo, sempre con il viso rivolto in basso, disse: “Perche continui a specchiarti cosi in noi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.57
Se vuoi sapere chi sono questi due, la valle da cui scende il fiume Bisenzio apparteneva al loro padre Alberto e a loro.
D’un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna piu d’esser fitta in gelatina;60
Uscirono dallo stesso corpo; e potrai cercare in tutta la Caina, senza trovare un’ombra piu degna di essere conficcata nel ghiaccio;
non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
con esso un colpo per la man d’Artu;
non Focaccia; non questi che m’ingombra63
nemmeno quello a cui furono spezzati il petto e l’ombra con un solo colpo dalla mano di Artu; non Focaccia; non questo che mi copre
col capo si, ch’i’ non veggio oltre piu,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.66
cosi tanto con la testa, che non riesco a vedere oltre, e che fu chiamato Sassol Mascheroni; se sei toscano, ormai sai bene chi fu.
E perche non mi metti in piu sermoni,
sappi ch’i’ fu’ il Camicion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni”.69
E perche tu non mi costringa a dire altro, sappi che io fui Camicion de’ Pazzi; e aspetto Carlino, che mi renda meno colpevole al confronto”.
Poscia vid’io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verra sempre, de’ gelati guazzi.72
Poi vidi mille volti resi come quelli dei cani per il freddo; per cui mi viene ancora, e mi verra sempre, un brivido al pensiero di quelle acque ghiacciate.
E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;75
E mentre camminavamo verso il centro, verso cui converge ogni peso, e io tremavo in quell’eterno freddo;
se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ‘l pie nel viso ad una.78
se fu volonta, destino o caso, non so; ma, camminando tra quelle teste, colpii forte con il piede il volto di una di esse.
Piangendo mi sgrido: “Perche mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perche mi moleste?”.81
Piangendo mi grido contro: “Perche mi calpesti? Se non vieni ad aumentare la vendetta di Montaperti, perche mi tormenti?”.
E io: “Maestro mio, or qui m’aspetta,
si ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta”.84
E io: “Maestro mio, aspettami qui, cosi che io mi liberi di un dubbio riguardo a costui; poi mi farai fretta quanto vorrai”.
Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
“Qual se’ tu che cosi rampogni altrui?”.87
La mia guida si fermo, e io dissi a quello che continuava a bestemmiare duramente: “Chi sei tu, che rimproveri cosi gli altri?”.
“Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo”, rispuose, “altrui le gote,
si che, se fossi vivo, troppo fora?”.90
“E tu chi sei, che vai per l’Antenora colpendo le guance altrui”, rispose, “in un modo che sarebbe eccessivo persino se fossi vivo?”.
“Vivo son io, e caro esser ti puote”,
fu mia risposta, “se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note”.93
“Vivo sono io, e ti puo essere utile”, fu la mia risposta, “se desideri fama, che io metta il tuo nome tra i miei altri ricordi scritti”.
Ed elli a me: “Del contrario ho io brama.
Levati quinci e non mi dar piu lagna,
che mal sai lusingar per questa lama!”.96
Ed egli a me: “Desidero proprio il contrario. Vattene da qui e non darmi piu fastidio, perche sai lusingare male in questa valle ghiacciata!”.
Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: “El convera che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimagna”.99
Allora lo afferrai per la nuca e dissi: “Sara necessario che tu mi dica il tuo nome, oppure non ti restera piu un capello qui sopra”.
Ond’elli a me: “Perche tu mi dischiomi,
ne ti diro ch’i’ sia, ne mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi”.102
Al che lui mi rispose: “Anche se mi strappi tutti i capelli, non ti diro chi sono, ne te lo mostrero, anche se mi colpissi la testa mille volte”.
Io avea gia i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea piu d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giu raccolti,105
Avevo gia i capelli avvolti nella mano, e gliene avevo strappata piu di una ciocca, mentre lui abbaiava con gli occhi bassi,
quand’un altro grido: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.108
quando un altro grido: “Cos’hai, Bocca? Non ti basta far rumore con le mascelle per il freddo, che devi anche abbaiare? Quale diavolo ti possiede?”.
“Omai”, diss’io, “non vo’ che piu favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io portero di te vere novelle”.111
“Ormai”, dissi, “non voglio piu che tu parli, malvagio traditore; perche a tua vergogna portero di te notizie vere nel mondo”.
“Va via”, rispuose, “e cio che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or cosi la lingua pronta.114
“Vattene”, rispose, “e racconta cio che vuoi; ma non tacere, se esci da qui, di colui che ebbe poco fa la lingua cosi pronta a parlare.
El piange qui l’argento de’ Franceschi:
‘Io vidi’, potrai dir, ‘quel da Duera
la dove i peccatori stanno freschi’.117
Costui piange qui l’argento ricevuto dai francesi: potrai dire ‘Ho visto quello di Duera, la dove i peccatori stanno al fresco’.
Se fossi domandato ‘Altri chi v’era?’,
tu hai da lato quel di Beccheria
di cui sego Fiorenza la gorgiera.120
Se ti fosse chiesto ‘Chi altri c’era?’, hai al tuo fianco quello di Beccheria, a cui Firenze taglio la gola.
Gianni de’ Soldanier credo che sia
piu la con Ganellone e Tebaldello,
ch’apri Faenza quando si dormia”.123
Credo che Gianni de’ Soldanieri sia piu in la, insieme a Gano di Maganza e a Tebaldello, che apri le porte di Faenza mentre tutti dormivano”.
Noi eravam partiti gia da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
si che l’un capo a l’altro era cappello;126
Ci eravamo gia allontanati da lui, quando vidi due dannati ghiacciati in una stessa buca, tanto che la testa dell’uno faceva da cappello all’altro;
e come ‘l pan per fame si manduca,
cosi ‘l sovran li denti a l’altro pose
la ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:129
e come si mangia il pane per fame, cosi quello sopra affondava i denti nell’altro, proprio nel punto in cui il cervello si unisce alla nuca:
non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei facea il teschio e l’altre cose.132
non diversamente Tideo rosicchio le tempie di Menalippo per disprezzo, di quanto quello facesse con il cranio e il resto.
“O tu che mostri per si bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ‘l perche”, diss’io, “per tal convegno,135
“O tu che mostri con un segno cosi bestiale l’odio verso colui che stai divorando, dimmi il perche”, dissi, “a questo patto:
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,138
che se hai ragione di lamentarti di lui, sapendo chi siete entrambi e la sua colpa, potro ricompensarti nel mondo di sopra ancora,
se quella con ch’io parlo non si secca”.139
se la lingua con cui ti parlo non si secca prima”.

Riassunto

Il Canto XXXII segna l’ingresso nell’ultima e più grave categoria di peccato, il tradimento, con un cambiamento radicale di ambientazione e tono.

Il ghiaccio come immagine morale del tradimento

Il Cocito ghiacciato, agli antipodi del fuoco che ha dominato gran parte dell’Inferno, rappresenta l’assenza totale di calore affettivo: il tradimento, colpa fredda e calcolata contro chi si fida, trova nella staticità e nel gelo la propria immagine perfetta.

Caina e Antenora: la gerarchia dei legami traditi

La divisione in zone secondo il tipo di legame tradito riflette una gerarchia crescente di gravità: più stretto e naturale è il vincolo tradito, più profonda è la collocazione nell’Inferno.

La violenza di Dante verso Bocca degli Abati

L’aggressività fisica di Dante-personaggio verso Bocca, insolita rispetto al resto del poema, riflette l’orrore particolare che Dante prova per il tradimento politico, colpa che ha causato direttamente la sconfitta di Montaperti e le sue conseguenze sulla storia di Dante stesso.