Canto VI

Il Canto VI introduce Dante nel Terzo Cerchio, dove sono puniti i Golosi. L’atmosfera è dominata dal fango, dalla pioggia gelida e incessante, e dalla presenza del mostruoso custode Cerbero. In questo cerchio Dante incontra il concittadino fiorentino Ciacco, il quale pronuncia la prima di tre profezie sulla politica di Firenze.

Personaggi:

Luoghi:

Terzo Cerchio, Firenze.

Dante, Cerbero e Ciacco nel Canto VI dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il Canto si apre con il risveglio di Dante (dopo lo svenimento nel Canto V), ora nel Terzo Cerchio, immerso in una pena orribile: una pioggia eterna, fredda e greve (etterna, maladetta e fredda e greve, v. 9) che si riversa su una terra fangosa. Le anime dei golosi giacciono nella melma come cani, ululando invano e subendo la furia del cielo.

Il custode del Cerchio è Cerbero, il mostro mitologico a tre teste, che latra con tre fauci sui dannati, simboleggiando la voracità insaziabile dei golosi (vv. 13-33). Virgilio lo ammansisce abilmente gettandogli manciate di terra (v. 27), ricordando l’episodio mitologico in cui Ercole lo vinse.

Tra i dannati, uno si solleva e si rivolge a Dante: è Ciacco (vv. 34-93), un fiorentino noto in vita per la sua golosità. Dante, che prova ancora una certa compassione, chiede a Ciacco notizie sul destino di Firenze. Ciacco pronuncia la sua profezia, la prima delle tre vaticinationes (profezie) del poema:

  1. La parte dei Bianchi (i forestieri o parte selvaggia) vincerà, cacciando l’altra (i Neri) con l’aiuto di un uom che testé piaggia (forse Papa Bonifacio VIII o Corso Donati, v. 69).

  2. La parte sconfitta, quella dei Neri, trionferà entro tre anni e dominerà la città con l’aiuto della parte straniera (Carlo di Valois).

  3. Solo due uomini onesti (due son giusti, e non vi sono intesi, v. 73) si trovano a Firenze, ma le lotte interne, superbia, invidia e avarizia (v. 74), hanno incendiato i cuori dei fiorentini.

Dante chiede poi dove siano finiti i grandi uomini del passato fiorentino, come Farinata e Tegghiaio, e Ciacco risponde che sono tra i dannati, collocati tra l’anime più nere (v. 85), in fondo all’Inferno, per i loro gravi peccati.

Dopo il discorso, Ciacco ricade nel fango. Virgilio e Dante si allontanano, e la Guida spiega il destino delle anime dopo il Giudizio Universale (vv. 103-115): la pena sarà aggravata dopo la resurrezione del corpo, perché, con la ricongiunzione della carne e dello spirito, la perfezione della dannazione sarà raggiunta (la lor perfezion fia più, e più dolorosa, v. 107).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,3
Riprendendo coscienza, persa
poco prima a causa del pianto tanto doloroso dei due amanti,
che mi fece abbandonare alla tristezza,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.6
nuovi tormenti e nuove anime tormentate
mi vidi intorno, ovunque mi muovessi
e mi volgessi, ed ovunque guardassi.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.9
Mi trovavo nel terzo cerchio, della pioggia
eterna, maledetta, gelida e violenta;
con ritmo e contenuto mai mutato.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.12
Grossa grandine, acqua torbida e neve
si riversavano sui dannati attraverso quell’aria cupa;
facendo puzzare la terra che ne è imbevuta.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.15
Cerbero, bestia crudele e di forme mostruose,
abbaia in modo rabbioso, come un cane, attraverso le sue tre teste,
sopra le anime dannate immerse in quel fango.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.18
Ha gli occhi rosso sangue, la barba unta e nera,
il ventre largo e le man armate di artigli;
graffia le anime dannate, scuoiandole e squartandole.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.21
La pioggia fa urlare i peccatori come fossero dei cani;
si mettono di lato per proteggere un lato del loro corpo, sacrificando l’altro;
i poveri profani si girano quindi spesso per cercare di attenuare il dolore.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.24
Quando ci vide, Cerbero, demone dell’ingordigia,
aprì le sue tre bocche mostrandoci le zanne;
il suo urlo era tanto rabbioso che ogni parte del suo corpo vibrava.
E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.27
Virgilio allora si chinò con le mani aperte,
prese del fango, riempiendosi i pugni,
e lo gettò dentro a quelle avide gole.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,30
Come un cane che, abbaiando, desidera avidamente il pasto
e dopo averlo avuto si tranquillizza,
pensando solo a divorarlo, e si affatica nel farlo,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.33
allo stesso modo fecero quelle tre gole sporche
del demonio Cerbero, con le quali stordisce le anime
tanto che esse vorrebbero essere sorde per non sentirlo.
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.36
Passammo sopra quelle anime indebolite
dalla estenuante pioggia, e ponemmo le piante dei piedi
sopra quei loro corpi artificiosi che li facevano sembrare persone in carne ed ossa.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.39
Erano tutte quante distese per terra,
ad eccezione di una, che si alzò a sedere non appena
ci vide passare davanti.
“O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
mi disse, “riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.42
“O tu, che viene condotto lungo questo inferno,”
mi disse, “prova a riconoscermi, se riesci:
tu sei nato prima che io morissi.”
E io a lui: “L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.45
Ed io gli risposi: “La pena alla quale sei sottoposto
forse ti sfigura tanto che non riesco a richiamarti alla memoria,
così che non mi sembra di averti mai visto.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.48
Dimmi allora tu chi sei, tu che in un luogo tanto dolente
sei stato recluso, e sei sottoposto ad una punizione tale
che, anche se ce ne fosse di peggiori, nessuna sarebbe comunque più disgustosa.
Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.51
E lui a me: “La tua città, Firenze, che è tanto piena
d’invidia da non riuscire a trovare più posto dove metterla,
mi accolse quando fui in vita.
Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.54
Voi cittadini mi deste il nome di Ciacco (porco):
ed a causa di quel mio dannoso vizio di gola,
sono stato messo qui, come puoi vedere, indebolito dall’incessante pioggia.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa”. E più non fé parola.57
E non sono l’unica anima triste ad essere in questa condizione,
poiché tutte queste che vedi, sono sottoposte ad una simile
punizione per una simile colpa.” Rimase poi in silenzio.
Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno60
Io gli risposi: “Ciacco, la tua sofferenza
mi intristisce tanto da spingermi al pianto;
ma dimmi, se lo sai, a quale destino andranno incontro
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita”.63
i cittadini di Firenze, città divisa in fazioni, con le loro contese;
dimmi se esistono ancora persone corrette; e dimmi il motivo
per cui si trova in così tanta discordia.”
E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.66
E lui mi rispose: “Dopo una lunga situazione di tensione verbale,
inizierà un sanguinoso scontro fisico, e la fazione selvaggia,
i Bianchi, caccerà l’altra, i Neri, con molte perdite.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.69
In seguito i Bianchi dovranno cadere,
entro tre anni, ed i Neri avranno la meglio
con l’aiuto di un principe che ora giunge per mare.
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.72
I Neri potranno tenere alte le fronti per lungo tempo,
opprimendo i Bianchi con pesi difficili da sostenere,
per quanto questi piangano e si reputino offesi.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.75
Di persone corrette ce ne sono due di numero, pochissime, ma non vengono ascoltate;
la superbia, l’invidia e l’avarizia sono le
tre scintille che hanno infiammato gli animi dei fiorentini.”
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.78
Così Ciacco terminò le sue dolorose dichiarazioni.
Ed io ripresi a parlargli: “Voglio ancora altre informazioni da te
e che quindi tu mi faccia dono di altra parole.
Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,81
Farinata ed il Tegghiaio, che furono persone tanto meritevoli,
Giacomo Rusticucci, Enrico ed il Mosca ed anche gli altri
che misero il loro ingegno al servizio della patria,
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.84
dimmi dove posso trovarli e fammeli conoscere:
perché ho un grande desiderio di sapere
se gustano la dolcezza del paradiso o soffrono per l’amaro inferno.
E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.87
E Ciacco disse: “Loro sono tra le anime peggiori;
peccati di diversa natura li opprimono giù nel profondo inferno:
se scendi tanto in fondo, potrai incontrarli e vederli.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo”.90
In cambio del mio parlare, quando sarai tornato nel dolce
mondo, ti prego di ricordarmi ai vivi:
non ti dirò altro né ti risponderò oltre.”
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.93
Detto ciò si mise sul fianco, guardandomi di lato;
mi osservò ancora un poco e poi chinò la testa:
cadde quindi a terra come gli altri compagni accecati dal fango.
E ’l duca disse a me: “Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:96
La mia guida mi disse: “Non si solleverà più dal fango
fino a che l’angelo della resurrezione non suonerà la sua tromba,
quando arriverà il Giudice supremo, nemico dei malvagi:
ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba”.99
ognuno rivedrà allora la sua triste tomba,
riprenderà il proprio corpo e la propria immagine,
ascolterà il verdetto del Giudice supremo, valido per l’eternità.”
Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;102
Attraversammo quella sporca mistura
di anime e di pioggia, a passi lenti,
ragionando un poco circa la vita futura.
per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?”.105
Domandai quindi a Virgilio: “Maestro, questi tormenti, queste
pene, aumenteranno dopo la sentenza del Giudice,
verranno ridotte o saranno di eguale intensità?”
Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.108
Mi rispose: “Domandalo alla tua scienza preferita, la filosofia,
che dice che quanto più l’essere è perfetto,
tanto più è sensibile al bene come al male.
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta”.111
Perciò, sebbene queste anime maledette
non raggiungeranno mai una vera perfezione,
si aspettano di averne di più dopo il giudizio estremo: dopo soffriranno pertanto di più.”
Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:114
Proseguimmo intorno al terzo cerchio,
parlando più di quanto sto riportando;
giungemmo infine al punto dove si scendeva al quarto cerchio:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.115
lì incontrammo Pluto, demonio della ricchezza, grande nemico del genere umano.

Riassunto

Il Canto VI è cruciale per l’evoluzione di Dante: in esso si consuma la fine della pietà umana e si espone il tema politico di Firenze.

Cerbero e il Contrapasso della Golosità

Il mostro Cerbero è la materializzazione della golosità. Le sue tre teste, la bava che gli cola dalla barba e il modo in cui scuoia i dannati sono un’immagine grottesca che riflette la bestialità di chi, in vita, si è concentrato solo sulla soddisfazione della pancia. Il suo urlo e la sua fame incessante sono lo specchio della voracità insaziabile del goloso. Cerbero viene sconfitto con il fango, il cibo meno nobile possibile, un’altra forma di disprezzo per il vizio.

Ciacco e la Profezia Politica

L’incontro con Ciacco (il nome significa “porco” o, forse, “ghiottone”) introduce il tema del destino politico di Firenze, un elemento ricorrente nell’Inferno.

La sua profezia, sebbene sia la meno complessa, è importante perché stabilisce la corruzione e la lotta incessante che tormentano la città, identificandone la causa in tre vizi capitali specifici: superbia, invidia e avarizia. Dante, attraverso Ciacco, usa l’Inferno per fare un’amara critica della sua città. Il fatto che Dante, mosso da pietà (v. 52), chieda a Ciacco degli uomini onesti come Farinata o Tegghiaio, e apprenda che sono tutti dannati, rafforza in lui la convinzione che la Giustizia Divina sia superiore a qualsiasi reputazione terrena.

L’Immortalità della Pena

La conversazione finale tra Dante e Virgilio sul destino delle anime dopo il Giudizio Universale è un’importante nota teologica. Dante chiarisce che il corpo e l’anima, separati, sono imperfetti. Solo con la resurrezione finale, quando si riuniranno, la condanna (e la beatitudine) sarà completa e perfetta. La punizione non sarà diminuita, ma amplificata, poiché la sensibilità del corpo si aggiungerà al tormento spirituale. Questa riflessione aiuta Dante a distaccarsi definitivamente dalla sua iniziale e peccaminosa pietà verso i dannati.