Canto XX

Tra le anime degli avari, Dante ascolta esempi di povertà virtuosa (Maria, Fabrizio, San Nicola), poi incontra Ugo Ciappetta, capostipite della dinastia capetingia, che pronuncia una durissima invettiva contro l’avidità dei suoi discendenti, culminante nella profezia dello schiaffo di Anagni a Bonifacio VIII. Un violento terremoto scuote improvvisamente il monte.

Personaggi:

Luoghi:

Quinta cornice del Purgatorio, tra avari e prodighi.

Dante, Virgilio e Ugo Ciappetta nel Canto XX del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Tra le anime prostrate degli avari, Dante ascolta voci che gridano esempi di povertà virtuosa: Maria a Betlemme, Fabrizio, la generosità di San Nicola (vv. 1-33). Si avvicina quindi a Ugo Ciappetta, capostipite della dinastia capetingia, che pronuncia una durissima invettiva contro l’avidità dei propri discendenti, culminante nella celebre profezia dello schiaffo di Anagni subito da Bonifacio VIII e della soppressione dei Templari per bramosia di ricchezze (vv. 34-123). Mentre proseguono, un violento terremoto scuote improvvisamente il monte, accompagnato da un grido corale di «Gloria in excelsis Deo» (vv. 124-151).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna.3
Una volontà peggiore lotta male contro una volontà migliore; perciò, contro il mio piacere, per soddisfare il suo,
Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli;6
tirai fuori dall’acqua la spugna non sazia, cioè interruppi un discorso non ancora concluso.
ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.9
Mi mossi; e la mia guida si mosse lungo i tratti liberi accanto alla roccia, come si cammina su un muro stretto vicino ai merli;
Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!12
perché la gente che scioglie goccia a goccia, attraverso gli occhi, il male che occupa tutto il mondo, si avvicinava troppo dall’altro lato.
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?15
Maledetta sii tu, antica lupa, che hai più prede di tutte le altre bestie per la tua fame senza fondo e senza fine!
Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;18
O cielo, nel cui movimento si crede che si trasformino le condizioni quaggiù, quando verrà colui per cui questa lupa se ne andrà?
e per ventura udi’ Dolce Maria!
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;21
Camminavamo con passi lenti e misurati, e io attento alle ombre, che sentivo piangere e lamentarsi pietosamente;
e seguitar: Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo.24
e per caso sentii gridare piangendo davanti a noi «Dolce Maria!», come fa una donna che sta per partorire;
Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio.27
e continuare: «Fosti così povera, quanto si può vedere da quel rifugio dove deponesti il tuo santo figlio».
Queste parole m’eran sì piaciute,
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.30
Successivamente sentii: «O buon Fabrizio, preferisti possedere virtù nella povertà piuttosto che grande ricchezza col vizio».
Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.33
Queste parole mi erano piaciute così tanto, che mi avvicinai per scoprire chi fosse lo spirito da cui sembravano provenire.
O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti, dissi, e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.36
Parlava ancora della generosità di san Nicola verso le fanciulle, per condurre la loro giovinezza verso l’onore.
Non fia sanza mercé la tua parola,
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola.39
«O anima che parli con tanta virtù, dimmi chi fosti», dissi, «e perché tu sola rinnovi queste degne lodi.
Ed elli: Io ti dirò, non per conforto
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.42
Non resterà senza ricompensa la tua parola, se torno a completare il breve cammino di questa vita che vola verso il suo termine».
Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.45
Ed egli: «Te lo dirò, non per conforto che io attenda dai vivi, ma perché tanta grazia risplende in te prima ancora della morte.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.48
Io fui la radice della mala pianta che opprime tutta la terra cristiana, tanto che raramente se ne raccoglie buon frutto.
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.51
Ma se Douai, Lilla, Gand e Bruges potessero, presto ne farebbero vendetta; e io la chiedo a Colui che giudica ogni cosa.
Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, for ch’un renduto in panni bigi,54
Fui chiamato in vita Ugo Ciappetta; da me nacquero i Filippi e i Luigi da cui la Francia è ora governata.
trova’ mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,57
Fui figlio di un macellaio di Parigi: quando vennero meno tutti i re antichi, tranne uno ridottosi a monaco in abiti grigi,
ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.60
mi trovai stretto in mano il freno del governo del regno, e tanto potere di nuova conquista, e così pieno di alleati,
Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.63
che alla corona ormai vedova fu promossa la testa di mio figlio, dal quale cominciarono queste ossa sacre.
Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Ponti e Normandia prese e Guascogna.66
Finché la grande dote provenzale non tolse al mio sangue la vergogna, valeva poco, ma almeno non faceva danno.
Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.69
Lì cominciò con la forza e con l’inganno la sua rapina; e poi, come ammenda, prese Ponthieu, Normandia e Guascogna.
Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.72
Carlo d’Angiò venne in Italia e, come ammenda, fece vittima Corradino; e poi rimandò Tommaso d’Aquino in cielo, come ammenda.
Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.75
Vedo un tempo, non molto lontano da oggi, in cui un altro Carlo esce dalla Francia, per far conoscere meglio sé e i suoi.
Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.78
Esce senza armi, e solo con la lancia con cui giostrò Giuda, e la punta così a fondo, da far scoppiare il ventre a Firenze.
L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave.81
Da questo non guadagnerà terra, ma peccato e vergogna, tanto più gravi per lui quanto più leggeri li considererà.
O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?84
L’altro, che già uscì prigioniero da una nave, vedo che vende sua figlia e ne tratta il prezzo, come fanno i corsari con le altre schiave.
Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.87
O avarizia, cosa puoi fare di peggio, dopo aver reso il mio sangue tanto succube a te, che non si cura più della propria carne?
Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra novi ladroni esser anciso.90
Perché il male futuro appaia minore rispetto a quello già commesso, vedo il giglio di Francia entrare in Anagni, e Cristo essere catturato nel suo vicario.
Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel tempio le cupide vele.93
Lo vedo un’altra volta deriso; vedo rinnovarsi l’aceto e il fiele, e venire ucciso tra nuovi ladroni.
O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?96
Vedo il nuovo Pilato così crudele, che ciò non lo sazia, ma senza alcun decreto legale porta le sue avide vele nel tempio.
Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,99
O Signore mio, quando sarò lieto di vedere la vendetta che, nascosa, rende dolce la tua ira nel tuo segreto disegno?
tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto ’l dì dura; ma com’el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.102
Ciò che dicevo su quell’unica sposa dello Spirito Santo, e che ti fece rivolgere a me per qualche spiegazione,
Noi repetiam Pigmaliòn allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;105
è la risposta che diamo a tutte le nostre preghiere durante il giorno; ma quando si fa notte, intoniamo invece un suono contrario.
e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.108
Allora ripetiamo il nome di Pigmalione, che il suo desiderio ingordo di oro rese traditore, ladro e uccisore del proprio parente;
Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosuè qui par ch’ancor lo morda.111
e la miseria dell’avaro Mida, che seguì alla sua avida richiesta, per cui si deve sempre ridere.
Indi accusiam col marito Safira;
lodiamo i calci ch’ebbe Eliodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira114
Del folle Acan ciascuno poi si ricorda, di come rubò il bottino, tanto che l’ira di Giosuè sembra ancora morderlo qui.
Polinestor ch’ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?.117
Poi accusiamo Saffira insieme al marito; lodiamo i calci che ricevette Eliodoro; e tutto il monte grida infamando
Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:120
Polinestore che uccise Polidoro; per ultimo si grida qui: «Crasso, diccelo, tu lo sai: che sapore ha l’oro?».
però al ben che ’l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol, ma qui presso
non alzava la voce altra persona.123
A volte uno parla forte e l’altro piano, a seconda dell’emozione che ci spinge ora a un passo più ampio, ora più piccolo:
Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso,126
perciò, nel bene di cui si parla di giorno, poco fa non ero solo io, ma qui vicino nessun altro alzava la voce».
quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.129
Ci eravamo già allontanati da lui, e ci sforzavamo di superare il cammino quanto più le nostre forze ce lo permettevano,
Certo non si scotea sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.132
quando sentii, come una cosa che crolla, tremare il monte; per cui mi prese un gelo simile a quello di chi sta per morire.
Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: Non dubbiar, mentr’io ti guido.135
Certamente non tremava così forte Delo, prima che Latona vi facesse il nido per partorire i due occhi del cielo.
Gloria in excelsis tutti Deo
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.138
Poi cominciò da ogni parte un grido tale, che il maestro si voltò verso di me, dicendo: «Non temere, finché io ti guido».
No’ istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési.141
«Gloria in excelsis Deo» dicevano tutti, per quanto compresi da coloro vicini a noi, da cui si poteva capire il grido, e restavamo immobili e in sospeso, come i pastori che per primi udirono quel canto, finché il tremore cessò e il canto finì.
Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto.144
Poi riprendemmo il nostro santo cammino, guardando le ombre che giacevano a terra, tornate già al loro consueto pianto.
Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,147
Nessuna ignoranza mi rese mai così desideroso, con tanta insistenza, di sapere, se la mia memoria non mi inganna in questo,
quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er’oso,
né per me lì potea cosa vedere:150
quanto mi sembrava di provarne allora, riflettendo; né osavo chiedere per la fretta, né potevo vedere nulla da lì da solo:
così m’andava timido e pensoso.151
così camminavo timido e pensieroso.

Riassunto

Il Canto XX prosegue l’invettiva politica dantesca, questa volta contro la dinastia dei Capetingi di Francia.

Ugo Ciappetta e la dinastia predatrice

La rassegna dei crimini dei discendenti di Ugo Ciappetta, fino alla profezia dello schiaffo di Anagni, è tra le invettive politiche più dirette e attuali dell’intera Commedia.

Il canto notturno degli esempi negativi

La rivelazione che di notte le anime degli avari gridano esempi negativi (Pigmalione, Mida, Acan) in alternanza con quelli positivi del giorno completa la struttura pedagogica già vista nelle cornici precedenti.

Il terremoto e il Gloria

Il terremoto improvviso, accompagnato dal canto liturgico, introduce un mistero che verrà risolto solo nel canto successivo: un evento gioioso, non catastrofico, lega il monte alla liberazione di un’anima.