Canto XXVIII

Nella foresta del Paradiso Terrestre, Dante incontra una misteriosa donna solitaria che coglie fiori cantando sull’altra riva di un ruscello. Ella gli spiega l’origine del vento perpetuo del giardino e la natura dei due fiumi, Lete ed Eunoe, che cancellano o restituiscono la memoria del bene e del male.

Personaggi:

Luoghi:

Il Paradiso Terrestre, la foresta divina, il fiume Lete.

Dante, Virgilio, Stazio e Paradiso Terrestre nel Canto XXVIII del Purgatorio - Divina Commedia

Argomento del canto

Esplorando la foresta del Paradiso Terrestre, Dante incontra sull’altra riva di un ruscello una donna solitaria intenta a cogliere fiori cantando: sarà poi rivelata come Matelda (vv. 1-51). Alla richiesta di Dante, la donna spiega l’origine del vento perpetuo che anima la foresta — generato dal moto stesso dei cieli, non da fenomeni atmosferici terreni, poiché la montagna si eleva oltre la loro portata (vv. 52-120). Spiega infine la natura dei due fiumi del giardino: il Lete, che cancella il ricordo del peccato, e l’Eunoe, che restituisce il ricordo del bene compiuto, indicando questo luogo come l’origine del mito classico dell’età dell’oro (vv. 121-148).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,3
Desideroso ormai di esplorare dentro e intorno la divina foresta, fitta e rigogliosa, che attenuava agli occhi la nuova luce del giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.6
senza aspettare oltre, lasciai la riva, inoltrandomi lentamente nella campagna, sul terreno che profumava da ogni lato.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;9
Una dolce brezza, senza alcuna variazione, mi colpiva la fronte, non più intensa di un soffio leggero;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;12
per cui le fronde, tremolando, si piegavano tutte prontamente verso il lato dove il santo monte proietta la sua prima ombra;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;15
senza però discostarsi tanto dalla loro posizione naturale, da impedire agli uccellini sulle cime di continuare a esercitare la loro arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,18
ma con piena letizia accoglievano cantando le prime ore del giorno, tra le foglie, che facevano da basso continuo alle loro melodie,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Eolo scilocco fuor discioglie.21
proprio come si raccoglie di ramo in ramo nella pineta sul litorale di Classe, quando Eolo libera lo scirocco.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;24
I miei passi lenti mi avevano già portato dentro l’antica selva a tal punto, che non riuscivo più a vedere da dove fossi entrato;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscio.27
ed ecco che un ruscello mi impedì di proseguire, che con le sue piccole onde piegava verso sinistra l’erba che cresceva sulla sua riva.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,30
Tutte le acque più pure di quaggiù sembrerebbero contenere qualche impurità, a confronto di quella, che non nasconde nulla,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetua, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.33
sebbene scorra scurissima sotto l’ombra perenne, che non lascia mai filtrare né il sole né la luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran variazion d’i freschi mai;36
Mi fermai con i piedi, ma passai con lo sguardo oltre il ruscello, per osservare la grande varietà dei freschi germogli;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,39
e lì mi apparve, come appare improvvisamente qualcosa che distoglie per la meraviglia da ogni altro pensiero,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.42
una donna sola, che camminava cantando e scegliendo fiore dopo fiore, di cui era tutta dipinta la via che percorreva.
«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,45
«Deh, bella donna, che ti scaldi ai raggi dell’amore, se voglio credere all’aspetto, che di solito testimonia ciò che c’è nel cuore,
vegnati in voglia di trarreti avanti»,
diss’io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.48
ti venga voglia di avvicinarti», le dissi, «verso questo fiumicello, tanto che io possa capire cosa canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».51
Tu mi fai ricordare dove e come fosse Proserpina, nel momento in cui la madre la perse, e lei perse la primavera».
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,54
Come si volta, con i piedi vicini tra loro e stretti a terra, una donna che balla, muovendo un piede appena davanti all’altro,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;57
così si voltò sui fiori rossi e gialli verso di me, non diversamente da una vergine che abbassa gli occhi pudichi;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.60
e soddisfece le mie preghiere, avvicinandosi tanto, che il dolce suono del suo canto arrivava a me insieme al suo significato.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.63
Non appena fu dove l’erba è già bagnata dalle onde del bel fiume, mi fece il dono di alzare gli occhi verso di me.
Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.66
Non credo che risplendesse tanta luce sotto le ciglia di Venere, quando fu ferita dal figlio, contro ogni sua abitudine.
Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.69
Lei rideva dritta sull’altra riva, intrecciando vari colori con le sue mani, quei fiori che l’alta terra produce senza bisogno di seme.
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,72
Il fiume ci teneva distanti solo tre passi; ma l’Ellesponto, dove passò Serse, ancora oggi freno a ogni orgoglio umano,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’allor non s’aperse.75
non sopportò più odio da parte di Leandro, per il suo agitarsi tra Sesto e Abido, di quanto ne provassi io per quel fiume, perché non si apriva per farmi passare.
«Voi siete nuovi, e forse perch’io rido»,
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,78
«Siete nuovi qui, e forse perché sorrido», cominciò lei, «in questo luogo scelto come nido per la natura umana,
maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.81
restate con qualche sospetto, meravigliandovi; ma il salmo “Mi hai rallegrato” dà luce che può schiarire il vostro intelletto.
E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti».84
E tu che sei davanti e mi hai pregato, dimmi se vuoi sentire altro; sono venuta pronta a rispondere a ogni tua domanda quanto basta».
«L’acqua», diss’io, «e ’l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa».87
«L’acqua», dissi, «e il suono della foresta contraddicono dentro di me una nuova convinzione, rispetto a ciò che avevo sentito dire il contrario».
Ond’ella: «Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.90
Al che lei: «Ti spiegherò come deriva, per la sua causa, ciò che ti fa meravigliare, e purificherò la nebbia che ti confonde.
Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’ a lui d’etterna pace.93
Il sommo Bene, che piace solo a sé stesso, creò l’uomo buono e per il bene, e diede a lui questo luogo come garanzia di pace eterna.
Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.96
Per colpa propria vi restò poco tempo; per colpa propria cambiò l’onesto riso e il dolce gioco in pianto e affanno.
Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,99
Perché il turbamento che generano sotto di sé le esalazioni dell’acqua e della terra, che seguono per quanto possono il calore,
a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salì verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.102
non recasse all’uomo alcun disturbo, questo monte si innalzò così tanto verso il cielo, ed è libero da esse a partire da dove inizia la porta del Purgatorio.
Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,105
Ora, poiché tutta l’aria ruota in circolo seguendo il primo movimento celeste, a meno che il suo cerchio non sia interrotto da qualche parte,
in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’è folta;108
a questa altezza, che è completamente libera, immersa nell’aria pura, tale movimento colpisce e fa risuonare la selva, perché è fitta;
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;111
e la pianta colpita ha tanto potere, che impregna l’aria della propria virtù, e questa poi, girando, la scuote tutt’intorno;
e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.114
e l’altra terra, a seconda di quanto è predisposta di per sé e dal proprio clima, concepisce e genera piante di diverse virtù.
Non parrebbe di là poi maraviglia
udendo questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.117
Non sembrerebbe allora una meraviglia, sentendo questo, se laggiù qualche pianta attecchisce senza un seme visibile.
E saper dei che la campagna santa
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.120
E devi sapere che questa campagna santa dove ti trovi è piena di ogni seme, e contiene frutti che altrove non crescono.
L’acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;123
L’acqua che vedi non sgorga da una vena che si rinnova dal vapore condensato, come un fiume che aumenta e diminuisce di forza;
ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ella versa da due parti aperta.126
ma esce da una fonte stabile e sicura, che riprende tanta acqua dalla volontà di Dio quanta ne versa, aperta su due lati.
Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.129
Da questo lato scende con la virtù di togliere il ricordo del peccato; dall’altro restituisce il ricordo di ogni buona azione compiuta.
Quinci Letè; così da l’altro lato
Eunoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:132
Da qui si chiama Lete; dall’altro lato si chiama Eunoe, e non fa effetto se non viene prima assaggiato da entrambi i lati:
a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’io più non ti scuopra,135
il suo sapore supera ogni altro sapore. E anche se la tua sete potrebbe già essere ben saziata senza che io ti riveli altro,
darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.138
ti darò comunque un’aggiunta come favore; e non credo che le mie parole ti saranno meno gradite, anche se vanno oltre quanto promesso.
Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.141
Coloro che anticamente cantarono in poesia l’età dell’oro e il suo stato felice, forse sognarono sul Parnaso proprio questo luogo.
Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».144
Qui la stirpe umana fu innocente alle origini; qui è sempre primavera e ogni frutto matura; questo è il nettare di cui tutti parlano».
Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avèan l’ultimo costrutto;147
Allora mi voltai completamente indietro verso i miei due poeti, e vidi che avevano ascoltato con un sorriso quest’ultima spiegazione;
poi a la bella donna torna’ il viso.148
poi rivolsi di nuovo lo sguardo verso la bella donna.

Riassunto

Il Canto XXVIII apre la sezione del Paradiso Terrestre con la descrizione di un locus amoenus perfetto, sintesi di mito classico e teologia cristiana.

La foresta e il vento perpetuo

La spiegazione scientifica del vento, generato dal moto dei cieli e non da fenomeni meteorologici terreni, conferma che il Paradiso Terrestre è sospeso al di sopra delle turbolenze del mondo corrotto.

Matelda, l’età dell’oro reale

La donna che raccoglie fiori, non ancora nominata, incarna la felicità naturale dell’uomo prima del peccato originale, rivelando che il mito pagano dell’età dell’oro non era invenzione poetica ma ricordo autentico dell’Eden.

Lete ed Eunoe

I due fiumi, che cancellano il peccato e restituiscono il ricordo del bene, anticipano il rituale di purificazione finale che Dante attraverserà al termine della cantica.