Canto VIII

Il Canto VIII descrive l’attraversamento della palude Stigia sulla barca del demone Flegiàs. Durante il tragitto, Dante ha un violento scontro con l’anima di Filippo Argenti, un arrogante fiorentino. Il canto si conclude davanti alle mura della Città di Dite, dove i due poeti incontrano una forte resistenza da parte dei diavoli che impediscono loro l’ingresso nel Basso Inferno.

Personaggi:

Luoghi:

Palude Stigia, Mura della città di Dite, Torri di Dite.

Dante, Flegiàs e Filippo Argenti nel Canto VIII dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto riprende con un segnale luminoso scambiato tra due torri, a cui risponde un terzo segnale in lontananza. Poco dopo, giunge velocemente una piccola imbarcazione guidata da Flegiàs, il demone traghettatore della palude (vv. 13-24). Nonostante le sue proteste, è costretto a far salire i due poeti per volere divino.

Durante la traversata della melma nera della Stige, un’anima carica di fango emerge e sfida Dante chiedendogli chi sia. È Filippo Argenti, membro della famiglia degli Adimari, noto a Firenze per la sua prepotenza e arroganza. A differenza degli incontri precedenti (come con Francesca o Ciacco), Dante reagisce con durissima ostilità: «Con piangere e con lutto, / spirito maladetto, ti rimani» (vv. 37-38). Virgilio approva con entusiasmo la reazione di Dante, abbracciandolo e definendolo «alma sdegnosa» (v. 44). Poco dopo, le altre anime degli iracondi si avventano sull’Argenti, dilaniandolo tra le grida dei dannati.

La barca giunge infine sotto le alte mura ferrigne della Città di Dite, che emette un cupo bagliore rosso a causa del fuoco eterno che arde al suo interno. Sulle porte si accalcano migliaia di diavoli che rifiutano categoricamente l’ingresso a Dante, permettendo solo a Virgilio di avanzare per parlamentare. Virgilio torna turbato e pallido: i diavoli hanno chiuso le porte in faccia alla sua autorità razionale. Il Canto si chiude in uno stato di angosciosa attesa per l’arrivo di qualcuno (il Messo Celeste) che possa forzare l’entrata (vv. 121-130).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima3
Devo dire, continuando nel racconto, che molto prima
di giungere ai piedi dell’alta torre,
i nostri sguardi caddero sulla sua cima
per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.6
attratti da due fiammelle che vedemmo essere accese lì,
alle quali rispose un’altra fiamma da molto lontano,
tanto che l’occhio riusciva a malapena a scorgerla.
E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.9
Mi rivolsi quindi a Virgilio, mare di tutto il sapere;
gli chiesi: “Cosa sta a significare tutto ciò? Che cosa gli ha
risposto quell’altro fuoco? E chi lo ha acceso?”
Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.12
Mi rispose lui: “Spingendo lo sguardo sino a sopra le onde
fangose, puoi riuscire già a vedere che cosa è atteso, a meno
che le nebbie esalate dal pantano non te lo nascondano.”
Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta15
Nessuna corda d’arco spinse mai una freccia
a volare tanto veloce per l’aria,
quanto era veloce la piccola nave che io vidi
venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.18
venire in quel momento verso noi sull’acqua,
governata da un solo barcaiolo,
che gridava: “Ora verrai catturata, anima ribelle!”
“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.21
“Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vuoto, inutilmente, questa volta:”,
gli disse la mia guida, “ci avrai con te
solo fintanto che non attraverseremo la palude.”
Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.24
Come colui che viene a sapere di aver commesso
un grande errore e quindi se ne dispiace,
allo stesso modo Flegiàs si mutò in volto e depose l’ira.
Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.27
La mia guida scese dalla riva nella barca,
poi fece scendere anche me dietro a lui;
e solo quando ci fui entrato io, la barca si mostrò carica.
Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.30
Non appena Virgilio ed io fummo sulla barca,
l’antica prora riprese il largo verso l’altra riva fendendo
l’acqua molto più di quanto facesse con gli altri suoi ospiti.
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33
Mentre stavamo attraversando quello stagno morto,
si presentò dinnanzi a me una di quelle anime infangate
e mi chiese: “Chi sei tu, che viene qui prima di essere morto?”
E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36
Gli risposi io: “Se io ci vengo, comunque non ci rimango;
chi sei invece tu, che sei così imbruttito dal fango?”
Rispose il dannato: “Puoi vedere bene che sono uno che paga per le sue colpe.”
E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39
Ed io a lui: “Resta pure con le tue lacrime e con il tuo dolore
spirito maledetto; perché che ti ho riconosciuto,
sebbene tu sia completamente sporco (è Filippo Argenti).”
Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42
Allora lo spirito allungò entrambe le mani verso l’imbarcazione;
ma il mio maestro lo respinse prontamente
dicendogli: “Vattene via di qua, torna con gli altri cani!”
Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45
Virgilio mi cinse poi il collo con le sue braccia; mi baciò
il volto e mi disse: “Anima sprezzante di ogni ingiustizia,
sia benedetta colei che ti partorì!
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48
Al mondo quel dannato fu una persona molto orgogliosa;
non ha lasciato cosa degna di memoria che gli dia onore:
per questo motivo la sua anima e quaggiù tanto furiosa.
Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51
Quanti sono quelli che in terra si ritengono dei gran signori
e che poi qui dovranno stare nel fango come porci,
dopo aver lasciato tra gli uomini orribili motivi di disprezzo per la loro persona!”
E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54
Ed io a lui:”Maestro, avrei proprio voglia di vedere
quello spirito completamente immerso in questo fango
prima che usciamo da questa palude.”
Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57
Ed egli a me: “Prima di poter scorgere l’altra riva,
tu verrai accontentato: e giusto
che tu goda per l’appagamento di questo tuo desiderio.”
Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60
Vidi infatti poco dopo lo strazio che fecero di questo spirito
le altre anime dannate ricoperte di fango,
strazio tale che ancora oggi mi fa lodare e ringraziare Dio.
Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.63
Gridavano tutti: “Dagli a Filippo Argenti!”;
e quel capriccioso spirito fiorentino
affondava i denti per la gran rabbia nella propria carne.
Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.66
Lo lasciammo là nello Stige, e non racconto altro di lui; il mio
orecchio fu nel frattempo percosso da un doloroso suono,
e sbarrai perciò i miei occhi dinnanzi a me per cercare di capire da dove provenisse.
Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.69
Il mio buon maestro mi disse: “Figliolo, si avvicina ormai
a noi quella città chiamata Dite, con i suoi spiriti
carichi di pena e con la sua numerosa schiera di demoni.”
E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite72
Ed io dissi: “Maestro, riesco già a distinguere le sue torri,
laggiù nella valle oltre la palude,
arrossate come se fossero uscite dal fuoco.
fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.75
Mi disse allora lui: “Il fuoco eterno
che le rende roventi dal loro interno le mostra poi così rosse,
come puoi vedere da questo basso inferno.”
Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.78
Giungemmo infine con l’imbarcazione dentro alle profonde
fosse che circondano quella città sconsolata, come per difesa:
le mura di Dite mi sembravo realizzate in ferro.
Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.81
Solo dopo aver percorso un lungo tratto intorno alle mura,
giungemmo ad un punto dove il traghettatore gridò forte:
“Uscite dalla barca, qui è l’ingresso della città.”
Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte84
Vidi sulle porte di Dite più di mille demoni,
angeli ribelli precipitati dal cielo, che con ira
dicevano tra loro: “Chi è costui che, ancora in vita,
va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.87
va attraverso il regno dei morti?”
Ed il mio saggio maestro accennò loro
di volergli parlare privatamente.
Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.90
I demoni frenarono allora un poco la loro indignazione
e dissero: “Vieni pure, ma da solo, e quell’altro se ne vada,
che fu tanto audace da entrare in questo regno.
Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.93
Ritorni da solo in terra, seguendo la strada percorsa per
venire temerariamente qui: ci provi, se riesce; perché
rimarrai invece qui con noi tu che gli hai mostrato questi regni bui.”
Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.96
Pensa, lettore, a quanta paura provai
al suono di quelle parole maledette, perché
provai proprio il terrore di non poter tornare più in terra.
“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,99
“Cara guida mia, che già molte
volte mi hai dato sicurezza, togliendomi
dai gravi pericoli che si paravano di fronte a me,
non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.102
non mi lasciare”, dissi io a Virgilio, “senza alcuna difesa;
e se ci viene proprio negato di procedere oltre nel nostro
viaggio, ritorniamo allora subito insieme sui nostri passi.”
E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.105
Quell’uomo generoso, che mi aveva guidato fin lì,
mi disse allora: “Non temere; perché il nostro passaggio
nessuno lo può impedire: essendo voluto da Dio.
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.108
Aspettami però qui, e nel frattempo conforta e nutri
di buona speranza il tuo spirito stanco, perché
io non ti abbandonerà mai in questo mondo infernale.”
Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.111
Detto questo se ne va e mi lascia lì da solo
quel dolce padre, ed io rimango in dubbio, con la mente
combattuta tra il buon esito o meno della sua impresa.
Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.114
Non potei ascoltare ciò che Virgilio disse loro;
ma non stette a lungo insieme a loro, prima che
ciascun demone, a gara, tornò correndo dentro la città.
Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.117
Quei nostri avversari chiusero le porte
in faccia a Virgilio, che restò quindi fuori dalle mura
e tornò da me a passi lenti.
Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”.120
Teneva gli occhi fissi a terra ed aveva lo sguardo privo
di ogni spavalderia, e diceva tra sé sospirando: “Ma guarda
chi mi ha negato l’accesso in questa dimora del dolore!”
E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.123
Disse poi a me: “Non spaventarti se mi mostro indispettito,
perché vincerò comunque questa prova, chiunque sia
che si ponga a guardia là dentro per impedirci l’ingresso.
Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.126
Questa loro arroganza non è cosa nuova; la usarono già
alla prima porta dell’inferno, più in superficie di questa, che,
aperta da Gesù, vincitore, si trova ora ancora spalancata.
Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,129
Sopra quella porta hai potuto vedere la scritta che minaccia
la morte: e, dopo averla attraversata, sta già ora scendendo
il pendio infernale, attraversando senza guida i diversi cerchi,
tal che per lui ne fia la terra aperta”.130
un personaggio che ci farà avere la via libera in questa terra.

Riassunto

Il Canto VIII è fondamentale per comprendere l’evoluzione morale di Dante e il cambiamento della struttura infernale.

Lo “Sdegno” di Dante e Filippo Argenti

L’episodio di Filippo Argenti segna una svolta: per la prima volta Dante non prova pietà, ma sdegno. Questo non è un peccato di ira, ma quella che la teologia medievale chiamava “buona ira” o “indignazione virtuosa”. Disprezzare il male e chi lo ha compiuto con arroganza è un segno di progresso spirituale. Virgilio, lodando Dante, usa parole che richiamano la beatitudine evangelica riservata a chi è puro di cuore. L’Argenti rappresenta la violenza prepotente che non si pente, e la sua punizione (essere sbranato dai suoi simili) riflette perfettamente il caos sociale prodotto dagli iracondi in vita.

Le Mura di Dite e il Passaggio al Basso Inferno

Le mura di Dite segnano il confine tra l’Alto Inferno (dove sono puniti i peccati di “Incontinenza”, cioè la mancanza di controllo sugli istinti) e il Basso Inferno (dove risiedono i peccatori di “Malizia” e “Matta Bestialitade”, ovvero violenti e fraudolenti). Il fatto che i diavoli resistano a Virgilio suggerisce che la sola Ragione Umana, rappresentata dal poeta latino, non è più sufficiente per affrontare i peccati più gravi e complessi. Qui la Ragione vacilla e si rende necessario l’intervento diretto della Grazia Divina.