Canto XVII

Il Canto XVII rivela l’identità della misteriosa figura vista emergere alla fine del canto precedente: è Gerione, mostro dal volto d’uomo giusto e corpo di serpente, personificazione della Frode. Dopo una breve visita agli usurai, seduti sotto la pioggia di fuoco con borse araldiche al collo, Dante e Virgilio scendono in volo sul dorso del mostro fino al fondo dell’Ottavo Cerchio, le Malebolge.

Personaggi:

Gerione (con menzione di Vitaliano del Dente e altri usurai anonimi identificati per stemma).

Luoghi:

Bordo del Settimo Cerchio (usurai) e discesa in volo verso l’Ottavo Cerchio, le Malebolge.

Dante, Gerione, Vitaliano del Dente e usurai nel Canto XVII dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Virgilio richiama Gerione, il mostro dalla coda velenosa che incarna la Frode: volto umano e rassicurante, corpo di serpente variopinto (vv. 1-27). Mentre Virgilio negozia il trasporto con la bestia, Dante si reca da solo a osservare gli usurai, ultimi dannati del Settimo Cerchio, seduti sulla sabbia rovente con il collo gravato da borse ornate degli stemmi delle loro famiglie, sulle quali fissano lo sguardo bramoso proprio come in vita fissavano il denaro (vv. 28-78). Uno di loro, un padovano, si rivolge sprezzante a Dante prima di lasciarlo andare.

Dante torna quindi da Virgilio, che è già salito sul dorso di Gerione, e con timore lo raggiunge (vv. 79-99). Il volo verso il basso, attraverso l’aria buia, è descritto con similitudini classiche, Fetonte e Icaro, che ne sottolineano il terrore vertiginoso (vv. 100-126). Il canto si chiude con l’atterraggio sul fondo dell’Ottavo Cerchio e la sparizione fulminea di Gerione (vv. 127-136).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!”.3
“Ecco la fiera dalla coda aguzza, che attraversa i monti e distrugge muri e armi! Ecco colei che appesta il mondo intero!”.
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.6
Così cominciò a parlarmi la mia guida; e le fece segno di avvicinarsi a riva, vicino alla fine del sentiero di marmo che avevamo percorso.
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.9
E quella sozza immagine della frode si avvicinò, e fece toccare terra a testa e busto, ma non tirò la coda sulla riva.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;12
Il suo volto era il volto di un uomo giusto, tanto era benigno l’aspetto esteriore della pelle, mentre tutto il resto del corpo era di serpente;
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.15
aveva due zampe pelose fino alle ascelle; il dorso, il petto ed entrambi i fianchi erano dipinti di nodi e piccoli cerchi.
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.18
Con più colori intrecciati e sovrapposti non fecero mai drappi né Tartari né Turchi, né furono mai tessute tali tele da Aracne.
Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi21
Come talvolta le barche stanno ormeggiate a riva, in parte in acqua e in parte sulla terra, e come tra i voraci Tedeschi
lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.24
il castoro si posiziona per fare la sua guerra ai pesci, così quella pessima fiera si trovava sull’orlo di pietra che delimita la sabbia.
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.27
Nel vuoto tutta la sua coda si agitava, torcendo verso l’alto la punta velenosa, armata come quella di uno scorpione.
Lo duca disse: “Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca”.30
Il maestro disse: “Ora conviene deviare un poco il nostro cammino, fino a raggiungere quella bestia malvagia che si trova là”.
Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.33
Scendemmo quindi sul lato destro, e facemmo dieci passi sull’orlo estremo, per evitare bene la sabbia e le fiammelle.
E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.36
E quando fummo giunti vicino a lei, vidi poco più avanti, sulla sabbia, gente seduta vicino a quel vuoto, l’orlo del precipizio.
Quivi ’l maestro “Acciò che tutta piena
esperienza d’esto giron porti”,
mi disse, “va, e vedi la lor mena.39
Qui il maestro mi disse: “Affinché tu porti con te un’esperienza completa di questo girone, vai a vedere la loro condizione.
Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti”.42
I tuoi discorsi con loro siano brevi; nel frattempo io parlerò con questa fiera, per ottenere che ci offra le sue spalle robuste”.
Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.45
Così, ancora da solo, camminai lungo l’estremo bordo di quel settimo cerchio, fino a dove sedeva quella gente afflitta.
Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:48
Dai loro occhi scoppiava il dolore; da una parte e dall’altra si aiutavano con le mani, ora contro i vapori infuocati, ora contro il suolo rovente:
non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.51
non diversamente da come fanno i cani d’estate, con il muso o con la zampa, quando sono morsi da pulci, mosche o tafani.
Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi54
Dopo aver posato gli occhi sul volto di alcuni, sui quali cadeva quel doloroso fuoco, non ne riconobbi nessuno; ma mi accorsi
che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.57
che dal collo di ciascuno pendeva una borsa con un colore e uno stemma particolare, e sembrava che il loro sguardo si nutrisse proprio di quello.
E com’io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.60
E mentre osservavo tra di loro, vidi su una borsa gialla una figura azzurra che aveva il volto e l’aspetto di un leone.
Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.63
Poi, continuando a guardare, ne vidi un’altra rossa come sangue, che mostrava un’oca bianca più candida del burro.
E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: “Che fai tu in questa fossa?66
E uno, che aveva sul sacchetto bianco il disegno di una scrofa azzurra e grassa, mi disse: “Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ’l mio vicin Vitaliano
sederà qui dal mio sinistro fianco.69
Vattene ora; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio vicino Vitaliano siederà qui, al mio fianco sinistro.
Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi ’ntronan li orecchi
gridando: ‘Vegna ’l cavalier sovrano,72
Tra questi fiorentini io, padovano, mi trovo: spesso mi assordano le orecchie gridando: ‘Venga il cavaliere sovrano,
che recherà la tasca con tre becchi!’”.
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.75
che porterà la borsa con tre becchi!’”. Qui storse la bocca e tirò fuori la lingua, come un bue che si lecca il naso.
E io, temendo no ’l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.78
E io, temendo che restare più a lungo lo irritasse, lui che mi aveva avvertito di non trattenermi troppo, tornai indietro dalle anime stanche.
Trovai lo duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: “Or sie forte e ardito.81
Trovai il mio maestro che era già salito sul dorso della feroce bestia, e mi disse: “Ora sii forte e coraggioso.
Omai si scende per sì fatte scale:
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male”.84
D’ora in poi si scende per scale di questo tipo: sali davanti, ché voglio stare in mezzo, così che la coda non possa farti del male”.
Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,87
Come chi sente avvicinarsi il brivido della febbre quartana, con le unghie già pallide, e trema tutto al solo vedere l’ombra,
tal divenn’io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.90
tale divenni io a quelle parole; ma la vergogna mi infuse quel coraggio che rende forte il servo davanti a un buon signore.
I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’io credetti: “Fa che tu m’abbracce”.93
Mi sistemai su quelle grandi spalle; volli dire, ma la voce non uscì come credevo: “Fa’ che tu mi tenga stretto”.
Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;96
Ma lui, che altre volte mi era venuto in soccorso in altre difficoltà, non appena montai mi avvinse con le braccia e mi sostenne;
e disse: “Gerion, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai”.99
e disse: “Gerione, muoviti ormai: fai ampi giri, e scendi lentamente; pensa al nuovo carico che porti”.
Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si senti a gioco,102
Come la barca esce lentamente dal proprio ormeggio, all’indietro, così si staccò da lì; e quando si sentì del tutto libero nell’aria,
là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.105
voltò la coda verso il punto dove prima era il petto, e la distese muovendola come un’anguilla, raccogliendo l’aria con le zampe.
Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;108
Non credo che ci fosse maggiore paura quando Fetonte abbandonò le redini del carro solare, tanto che il cielo, come ancora si vede, ne fu bruciato;
né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui “Mala via tieni!”,111
né quando il misero Icaro sentì spennarsi i fianchi per la cera sciolta dal calore, mentre il padre gli gridava: “Stai andando per una cattiva via!”,
che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.114
di quanta ne provai io, quando mi accorsi di essere nell’aria da ogni lato, e vidi svanire ogni cosa visibile tranne la fiera stessa.
Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.117
Essa se ne andava nuotando lentamente; girava e scendeva, ma me ne accorgevo solo dal vento che mi colpiva il viso e da sotto.
Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.120
Sentivo già, sulla destra, un orribile scroscio provenire da un gorgo sotto di noi, per cui sporsi lo sguardo verso il basso.
Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’io tremando tutto mi raccoscio.123
Allora ebbi ancora più paura di precipitare, perché vidi fuochi e sentii pianti; per cui, tremando, mi raccolsi tutto su me stesso.
E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.126
E vidi allora, cosa che prima non vedevo, lo scendere e il girare attorno a grandi tormenti che si avvicinavano da ogni lato.
Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”,129
Come il falco che è rimasto a lungo in volo, e che senza vedere richiamo o preda fa dire al falconiere “Ahimè, stai scendendo!”,
discende lasso onde si mosse isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;132
scende stanco, molto più lentamente di come si era alzato, per cento giri, e si posa lontano dal proprio addestratore, sdegnoso e ostile;
così ne puose al fondo Gerione
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,135
così Gerione ci depose sul fondo, proprio ai piedi della parete scoscesa,
sé dileguò come da corda cocca.136
e, liberatici dal nostro peso, sparì come una freccia scoccata dalla corda dell’arco.

Riassunto

Il Canto XVII segna una cerniera strutturale fondamentale: chiude la sezione dei violenti e apre, con l’immagine di Gerione, l’intera sezione della frode.

Gerione: l’iconografia perfetta della frode

Il mostro, con volto onesto e corpo mostruoso nascosto, è l’emblema perfetto dell’inganno: ciò che appare, la faccia d’uomo giusto, non corrisponde a ciò che è realmente, il corpo di serpente velenoso. Questa discrepanza tra apparenza e sostanza sarà il filo conduttore di tutte le bolge successive, ciascuna dedicata a una diversa forma di frode.

Gli usurai: l’ultima forma di violenza

Gli usurai, pur collocati ancora nel Settimo Cerchio tra i violenti contro l’arte, cioè il lavoro, sono caratterizzati da un dettaglio quasi comico e desolante: le borse araldiche a cui non possono staccare lo sguardo, ultima traccia della loro ossessione per il denaro, ora ridotta a un tormento vuoto e ripetitivo.

Il volo come discesa nell’ignoto

Il viaggio sul dorso di Gerione, con le sue similitudini mitologiche di volo fallimentare, segna simbolicamente il passaggio verso una regione dell’Inferno concettualmente più oscura e complessa: la frode, peccato specificamente umano e per questo più grave, richiede un mezzo di trasporto altrettanto ambiguo e ingannevole.