Canto XXXIII

Il Canto XXXIII contiene uno degli episodi più celebri e strazianti dell’intera Commedia: il racconto del conte Ugolino della Gherardesca, rinchiuso a morire di fame insieme ai figli nella torre della Fame per volere dell’arcivescovo Ruggieri, di cui ora rode eternamente il cranio. Il canto prosegue nella Tolomea, terza zona del Cocito, dedicata ai traditori degli ospiti, con l’incontro di frate Alberigo, la cui anima è già dannata mentre il corpo vive ancora sulla terra, abitato da un demonio.

Personaggi:

Luoghi:

Nono Cerchio, il Cocito: seconda zona (Antenora, conclusione) e terza zona (Tolomea).

Dante, Ugolino della Gherardesca, Ruggieri degli Ubaldini e Alberigo nel Canto XXXIII dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Il conte Ugolino, sorpreso mentre rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri, racconta la propria tragica fine: imprigionato con i figli e nipoti nella torre della Fame a Pisa per tradimento politico, vi morì di stenti dopo aver assistito, impotente, alla morte dei propri cari, che lo implorarono persino di nutrirsi delle loro carni (vv. 1-90). Dante interrompe la narrazione con una durissima invettiva contro Pisa, colpevole di aver punito anche i figli innocenti per la colpa del padre.

I due poeti proseguono nella Tolomea, dove i traditori degli ospiti giacciono supini, con il pianto stesso congelato sugli occhi (vv. 91-108). Un dannato, frate Alberigo, chiede a Dante di liberargli gli occhi dal ghiaccio in cambio del proprio nome, rivelando un’ulteriore, terribile pena: le anime di alcuni traditori precipitano in questa zona ancora prima della morte fisica, mentre il corpo, abitato da un demonio, continua a vivere sulla terra. Cita come esempio Branca Doria (vv. 109-157). Dante, inorridito, non mantiene la promessa di sciogliere il ghiaccio, e chiude il canto con un’invettiva contro i genovesi.

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

La bocca sollevo dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.3
Quel peccatore sollevo la bocca dal feroce pasto, ripulendola sui capelli della testa che aveva rovinato alle spalle.
Poi comincio: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ‘l cor mi preme
gia pur pensando, pria ch’io ne favelli.6
Poi comincio: “Vuoi che io rinnovi un dolore disperato che mi opprime il cuore gia solo al pensiero, prima ancora di parlarne.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.9
Ma se le mie parole devono essere seme che produca infamia per il traditore che sto rodendo, vedrai che parlero e piangero allo stesso tempo.
Io non so chi tu se’ ne per che modo
venuto se’ qua giu; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.12
Non so chi tu sia ne in che modo sei arrivato quaggiu; ma mi sembri veramente fiorentino, sentendoti parlare.
Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi e l’arcivescovo Ruggieri:
or ti diro perche i son tal vicino.15
Devi sapere che io fui il conte Ugolino, e questo e l’arcivescovo Ruggieri: ora ti diro perche sono suo vicino in questo modo.
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non e mestieri;18
Non c’e bisogno che ti dica che, a causa dei suoi tradimenti, fidandomi di lui fui catturato e poi ucciso;
pero quel che non puoi avere inteso,
cioe come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.21
pero quello che non puoi aver saputo, cioe quanto crudele fu la mia morte, lo sentirai, e capirai se lui mi ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ‘l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,24
Un piccolo pertugio dentro la torre chiamata Muda, che per causa mia porta ormai il nome di torre della Fame, e che dovra rinchiudere ancora altri prigionieri,
m’avea mostrato per lo suo forame
piu lune gia, quand’io feci ‘l mal sonno
che del futuro mi squarcio ‘l velame.27
mi aveva mostrato attraverso la sua fessura gia molte lune, quando feci quel sogno malvagio che mi squarcio il velo del futuro.
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.30
Questi mi sembrava maestro e signore, che cacciava il lupo e i lupacchiotti verso il monte che impedisce ai Pisani di vedere Lucca.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.33
Con cagne magre, addestrate ed esperte, aveva schierato davanti a se i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.36
Dopo una breve corsa mi sembravano stanchi il padre e i figli, e mi sembrava di vedere le zanne affilate squarciare loro i fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.39
Quando mi svegliai prima dell’alba, sentii i miei figli piangere nel sonno, quelli che erano con me, e chiedere del pane.
Ben se’ crudel, se tu gia non ti duoli
pensando cio che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?42
Sei davvero crudele, se gia non ti addolori pensando a cio che il mio cuore presentiva; e se non piangi, per cosa sei solito piangere?
Gia eran desti, e l’ora s’appressava
che ‘l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;45
Erano ormai svegli, e si avvicinava l’ora in cui di solito ci veniva portato il cibo, e per il proprio sogno ciascuno era in ansia;
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.48
e io sentii inchiodare la porta in fondo all’orribile torre; per cui guardai in faccia i miei figli senza dire una parola.
Io non piangea, si dentro impetrai.
Piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: ‘Tu guardi si, padre! che hai?’.51
Io non piangevo, tanto ero pietrificato dentro. Piangevano loro; e il mio piccolo Anselmuccio disse: ‘Guardi cosi, padre! Cos’hai?’.
Percio non lagrimai ne rispuos’io
tutto quel giorno ne la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.54
Per questo non piansi ne risposi per tutto quel giorno ne la notte seguente, finche non sorse di nuovo il sole nel mondo.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,57
Non appena un piccolo raggio si fece strada nella dolorosa prigione, e io scorsi nei quattro volti il riflesso del mio stesso aspetto,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi60
mi morsi entrambe le mani per il dolore; e loro, pensando che lo facessi per il desiderio di mangiare, si alzarono all’improvviso
e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia’.63
e dissero: ‘Padre, ci fara molto meno male se mangi di noi: tu ci hai vestito di queste misere carni, e tu puoi spogliarcene’.
Queta’mi allor per non farli piu tristi;
quel di e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perche non t’apristi?66
Mi calmai allora per non renderli ancora piu tristi; quel giorno e il successivo restammo tutti in silenzio; ahi dura terra, perche non ti aprivi per inghiottirci?
Poscia che fummo al quarto di venuti,
Gaddo mi si gitto disteso a’ piedi,
dicendo: ‘Padre mio, che non m’aiuti?’.69
Dopo che arrivammo al quarto giorno, Gaddo mi si getto disteso ai piedi, dicendo: ‘Padre mio, perche non mi aiuti?’.
Quivi mori; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto di e ‘l sesto; ond’io mi diedi,72
Li mori; e come tu mi vedi ora, vidi cadere gli altri tre uno a uno tra il quinto e il sesto giorno; per cui io mi misi,
gia cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due di li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, piu che ‘l dolor, pote ‘l digiuno”.75
ormai cieco, a brancolare sopra ciascuno di loro, e per due giorni li chiamai, dopo che erano gia morti. Poi, piu del dolore, pote la fame”.
Quand’ebbe detto cio, con li occhi torti
riprese ‘l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.78
Quando ebbe detto questo, con gli occhi stravolti riprese a mordere il misero cranio con i denti, forti sull’osso come quelli di un cane.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese la dove ‘l si suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,81
Ahi Pisa, vergogna delle genti del bel paese dove risuona il si, dato che i tuoi vicini sono lenti a punirti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
si ch’elli annieghi in te ogne persona!84
si muovano le isole di Capraia e Gorgona, e formino una diga alla foce dell’Arno, cosi che annighi ogni tuo abitante!
Che se ‘l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figli porre a tal croce.87
Perche se il conte Ugolino aveva fama di aver tradito te consegnando i tuoi castelli, non dovevi tu mettere i suoi figli a una simile croce.
Innocenti facea l’eta novella,
novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata
e li altri due che ‘l canto suso appella.90
La loro giovane eta li rendeva innocenti, o novella Tebe, Uguccione e il Brigata e gli altri due che il canto ha nominato sopra.
Noi passammo oltre, la ‘ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giu, ma tutta riversata.93
Proseguimmo oltre, la dove il ghiaccio avvolge ruvidamente un’altra schiera di anime, non rivolte verso il basso, ma completamente rovesciate all’indietro.
Lo pianto stesso li piangere non lascia,
e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;96
Li il pianto stesso non riesce a sfogarsi, e il dolore che trova ostacolo agli occhi si rivolge verso l’interno, aumentando l’angoscia;
che le lagrime prime fanno groppo,
e si come visiere di cristallo,
riempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo.99
perche le prime lacrime si raggrumano, e come visiere di cristallo riempiono tutta la cavita sotto le sopracciglia.
E avvegna che, si come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,102
E sebbene, come per un callo, il freddo avesse fatto perdere ogni sensibilita al mio viso,
gia mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: “Maestro mio, questo chi move?
non e qua giu ogne vapore spento?”.105
mi sembrava gia di percepire un poco di vento; per cui dissi: “Maestro mio, cosa lo muove? Non e forse ogni vapore spento quaggiu?”.
Ond’elli a me: “Avaccio sarai dove
di cio ti fara l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ‘l fiato piove”.108
Al che mi rispose: “Presto sarai dove i tuoi stessi occhi ti daranno la risposta a questo, vedendo la causa da cui piove quel soffio”.
E un de’ tristi de la fredda crosta
grido a noi: “O anime crudeli
tanto che data v’e l’ultima posta,111
E uno dei dannati nella crosta fredda ci grido: “O anime cosi crudeli, al punto che vi e stato assegnato l’ultimo posto dell’Inferno,
levatemi dal viso i duri veli,
si ch’io sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna,
un poco, pria che ‘l pianto si raggeli”.114
toglietemi dal volto questi duri veli di ghiaccio, cosi che possa sfogare un poco il dolore che mi opprime il cuore, prima che il pianto si geli di nuovo”.
Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.117
Per cui gli dissi: “Se vuoi che ti aiuti, dimmi chi sei, e se non ti libero, che io debba andare in fondo al ghiaccio”.
Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.120
Rispose dunque: “Io sono frate Alberigo; sono quello dei frutti del giardino malvagio, che qui ricevo un dattero in cambio di un fico”.
“Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come ‘l mio corpo stea
nel mondo su, nulla scienza porto.123
“Oh”, gli dissi, “sei dunque gia morto?”. Ed egli a me: “Di come stia il mio corpo lassu nel mondo, non ho alcuna notizia.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropos mossa le dea.126
Questo vantaggio ha la Tolomea, che spesso l’anima vi cade prima ancora che Atropo le dia la spinta finale.
E perche tu piu volentier mi rade
le ‘nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade129
E perche tu tolga piu volentieri le lacrime ghiacciate dal mio volto, sappi che, non appena un’anima tradisce
come fec’io, il corpo suo l’e tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ‘l tempo suo tutto sia volto.132
come feci io, il suo corpo le viene tolto da un demonio, che poi lo governa finche non sia compiuto il tempo a lui assegnato in vita.
Ella ruina in si fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.135
L’anima precipita in questa cisterna ghiacciata; e forse e ancora visibile lassu il corpo dell’ombra che sverna qui dietro di me.
Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli e ser Branca Doria, e son piu anni
poscia passati ch’el fu si racchiuso”.138
Tu lo dovresti sapere, se sei sceso qui da poco: e ser Branca Doria, e sono gia passati diversi anni da quando fu cosi rinchiuso qui”.
“Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni;
che Branca Doria non mori unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.141
“Credo”, gli dissi, “che tu mi stia ingannando; perche Branca Doria non e mai morto, e mangia, beve, dorme e indossa vestiti”.
“Nel fosso su”, diss’el, “de’ Malebranche,
la dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,144
“Nel fossato di Malebranche la sopra”, disse, “dove bolle la tenace pece, non era ancora arrivato Michele Zanche,
che questi lascio il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ‘l tradimento insieme con lui fece.147
che questi lascio un diavolo al proprio posto nel suo corpo, insieme a un suo parente che commise il tradimento insieme a lui.
Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.150
Ma ora stendi qui la mano; aprimi gli occhi”. E io non glieli aprii; e fu cortesia essere villano con lui.
Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perche non siete voi del mondo spersi?153
Ahi Genovesi, uomini diversi da ogni buon costume e pieni di ogni corruzione, perche non siete stati cancellati dal mondo?
Che col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito gia si bagna,156
Perche insieme all’anima peggiore della Romagna trovai uno dei vostri, tale che per la sua azione l’anima si bagna gia nel Cocito,
e in corpo par vivo ancor di sopra.157
mentre il corpo sembra ancora vivo lassu sulla terra.

Riassunto

Il Canto XXXIII è universalmente considerato uno dei vertici poetici ed emotivi dell’intera Commedia.

Ugolino: tra colpa e straziante umanità

Sebbene dannato per tradimento, Ugolino è ritratto con una carica di pathos che complica il giudizio morale: il racconto della sua agonia paterna trasforma il traditore in vittima, in uno dei più potenti esempi dell’umanità complessa dei dannati danteschi.

Il contrapasso del Cocito: l’assenza di calore e movimento

Il ghiaccio, capace di congelare persino le lacrime impedendone lo sfogo, rappresenta l’apice del contrapasso freddo: il tradimento, colpa dell’intelletto calcolatore priva di ogni calore affettivo, trova nella staticità glaciale la propria immagine più coerente.

La Tolomea e l’anima anticipata: un unicum teologico

Il concetto secondo cui l’anima di un traditore degli ospiti può precipitare all’Inferno prima della morte del corpo, lasciato sulla terra sotto il controllo di un demonio, è un’invenzione dantesca senza precedenti dottrinali diretti, e rappresenta la forma più estrema di condanna anticipata concepibile nel sistema morale del poema.