Canto XXXIV

Il Canto XXXIV, ultimo dell’Inferno, culmina nell’incontro con Lucifero stesso, conficcato al centro della Terra nella Giudecca, quarta e ultima zona del Cocito, riservata ai traditori dei benefattori. Con le sue tre bocche, il sovrano dell’Inferno stritola in eterno Giuda, Bruto e Cassio. Scendendo lungo il corpo del gigante e attraversando il centro della Terra, Dante e Virgilio risalgono infine verso la superficie, concludendo la cantica con il celebre verso “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Personaggi:

Luoghi:

Nono Cerchio, il Cocito: quarta zona (Giudecca) e centro della Terra.

Dante, Lucifero, Giuda Iscariota e Bruto nel Canto XXXIV dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Avvicinandosi al centro dell’Inferno, i poeti scorgono in lontananza la sagoma di Lucifero, conficcato dal petto in giù nel ghiaccio (vv. 1-45). Il sovrano infernale ha tre facce di colori diversi e sei ali simili a quelle di un pipistrello, il cui battito genera il vento che ghiaccia il Cocito; con ciascuna delle tre bocche stritola in eterno un traditore: Giuda Iscariota, che tradì Cristo, e Bruto e Cassio, che tradirono Cesare (vv. 46-69).

Virgilio, aggrappandosi al pelo del corpo di Lucifero, scende con Dante fino al centro esatto della Terra, per poi risalire capovolgendo la direzione del moto: superato il centro di gravità universale, i due si ritrovano nell’emisfero opposto (vv. 70-126). Virgilio spiega a Dante la geografia cosmologica dell’Inferno: la caduta di Lucifero dal cielo creò la voragine infernale, mentre la terra, per sfuggirgli, si ritirò formando la montagna del Purgatorio nell’altro emisfero (vv. 127-139). I due poeti risalgono infine lungo uno stretto cunicolo naturale, uscendo a rivedere le stelle.

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

“Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; pero dinanzi mira”,
disse ‘l maestro mio, “se tu ‘l discerni”.3
“I vessilli del re dell’Inferno avanzano verso di noi; percio guarda avanti”, disse la mia guida, “se riesci a distinguerlo”.
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ‘l vento gira,6
Come quando soffia una fitta nebbia, o quando cala la notte nel nostro emisfero, si vede in lontananza un mulino che il vento fa girare,
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, che non li era altra grotta.9
mi sembro di vedere allora una simile struttura; poi, per il vento, mi strinsi dietro la mia guida, poiche non c’era altro riparo.
Gia era, e con paura il metto in metro,
la dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.12
Ero gia arrivato, e lo scrivo con paura, la dove tutte le ombre erano completamente coperte dal ghiaccio, e si intravedevano come una pagliuzza dentro il vetro.
Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ pie rinverte.15
Alcune giacciono distese; altre stanno erette, una con la testa in su e l’altra con i piedi; un’altra ancora, come un arco, piega il volto verso i piedi.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,18
Quando fummo arrivati abbastanza avanti, che alla mia guida piacque mostrarmi la creatura che un tempo ebbe un bell’aspetto,
d’innanzi mi si tolse e fe restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.21
si sposto da davanti a me e mi fece fermare, dicendo: “Ecco Dite, ed ecco il luogo dove conviene armarsi di coraggio”.
Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
pero che ogne parlar sarebbe poco.24
Come divenni allora gelato e senza voce, non chiedermelo, lettore, perche non lo scrivo, poiche ogni parola sarebbe insufficiente.
Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.27
Non morii e non rimasi vivo; pensa tu ora, se hai un minimo di intelligenza, cosa divenni, privato di entrambe le condizioni.
Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e piu con un gigante io mi convegno,30
L’imperatore del doloroso regno usciva dal ghiaccio a partire da meta del petto; e io mi avvicino di piu a un gigante,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a cosi fatta parte si confaccia.33
di quanto i giganti si avvicinino alle sue braccia: pensa ora quanto debba essere grande il tutto, che corrisponde a una parte cosi enorme.
S’el fu si bel com’elli e ora brutto,
e contra ‘l suo fattore alzo le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.36
Se fu bello quanto ora e brutto, e oso alzare le ciglia contro il proprio creatore, ben si comprende che da lui derivi ogni male.
Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;39
Oh, quanto mi sembro grande meraviglia quando vidi tre facce sulla sua testa! Una davanti, ed era di colore rosso vermiglio;
l’altr’eran due, che s’aggiungieno a questa
sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,
e se giugnieno al loco de la cresta:42
le altre due si univano a questa sopra il centro di ciascuna spalla, e si congiungevano nel punto della cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di la onde ‘l Nilo s’avvalla.45
quella destra sembrava di colore tra il bianco e il giallo; quella sinistra, a vederla, era simile a quelle genti che vengono da dove scende il Nilo.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.48
Sotto ciascuna faccia uscivano due grandi ali, adeguate a un uccello cosi enorme: non ho mai visto vele di nave cosi grandi.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
si che tre venti si movean da ello.51
Non avevano piume, ma erano fatte come quelle di un pipistrello; e le agitava, tanto che da esse si generavano tre venti,
Quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.54
per cui tutto il Cocito si ghiacciava. Piangeva con sei occhi, e da tre menti gocciolavano lacrime e bava sanguinolenta.
Da ogne bocca dirompea coi denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
si che tre ne facea cosi dolenti.57
Con ciascuna bocca stritolava con i denti un peccatore, come una macina, tanto da tormentarne tre in questo modo.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.60
Per quello davanti, il morso non era nulla in confronto ai graffi, tanto che a volte la schiena rimaneva completamente priva di pelle.
“Quell’anima la su c’ha maggior pena”,
disse ‘l maestro, “e Giuda Sciariotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.63
“Quell’anima lassu che soffre la pena maggiore”, disse la mia guida, “e Giuda Iscariota, che ha la testa dentro la bocca e agita fuori le gambe.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo e Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;66
Degli altri due che hanno la testa in giu, quello che pende dalla bocca nera e Bruto: guarda come si contorce, e non dice una parola!
e l’altro e Cassio, che par si membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
e da partir, che tutto avem veduto”.69
E l’altro e Cassio, che sembra cosi muscoloso. Ma la notte sta tornando, e ormai e tempo di andarcene, perche abbiamo visto tutto”.
Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,72
Come volle lui, mi avvinghiai al suo collo; e lui scelse il momento e il punto adatti, e quando le ali furono abbastanza aperte,
appiglio se a le vellute coste;
di vello in vello giu discese poscia
tra ‘l folto pelo e le gelate croste.75
si aggrappo al pelo villoso dei fianchi; scese poi di ciuffo in ciuffo tra il pelo folto e le croste ghiacciate.
Quando noi fummo la dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,78
Quando fummo arrivati la dove la coscia si volta, proprio all’altezza dell’anca, la mia guida, con fatica e angoscia,
volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
si che ‘n inferno i’ credea tornar anche.81
volto la testa verso il punto dove prima teneva le gambe, e si aggrappo al pelo come chi sale, tanto che io credevo di stare tornando di nuovo all’Inferno.
“Attienti ben, che per cotali scale”,
disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.84
“Tieniti ben stretto, perche per una scala come questa”, disse il maestro, ansimando come uomo affaticato, “conviene allontanarsi da tanto male”.
Poi usci fuor per lo foro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.87
Poi usci attraverso l’apertura di una roccia, e mi mise a sedere sull’orlo; poi mi raggiunse con passo attento.
Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in su tenere;90
Alzai gli occhi e credetti di vedere Lucifero come l’avevo lasciato, e invece lo vidi con le gambe rivolte in su;
e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual e quel punto ch’io avea passato.93
e se allora rimasi turbato, lo pensi pure la gente semplice, che non capisce quale punto avessi appena attraversato.
“Levati su”, disse ‘l maestro, “in piede:
la via e lunga e ‘l cammino e malvagio,
e gia il sole a mezza terza riede”.96
“Alzati in piedi”, disse il maestro, “la via e lunga e il cammino e difficile, e gia il sole e a meta mattina”.
Non era camminata di palagio
la ‘v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.99
Non era un corridoio di palazzo quello in cui ci trovavamo, ma una caverna naturale, con suolo accidentato e poca luce.
“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:102
“Prima che io mi allontani dall’abisso, maestro mio”, dissi quando fui in piedi, “parlami un poco per togliermi da un errore:
ov’e la ghiaccia? e questi com’e fitto
si sottosopra? e come, in si poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.105
dov’e finito il ghiaccio? E come mai costui e conficcato cosi capovolto? E come, in cosi poco tempo, il sole e passato dalla sera al mattino?”.
Ed elli a me: “Tu imagini ancora
d’esser di la dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ‘l mondo fora.108
Ed egli a me: “Tu immagini ancora di essere dall’altra parte del centro della Terra, dove mi aggrappai al pelo del verme malvagio che perfora il mondo.
Di la fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ‘l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.111
Ti sei trovato di la finche io scendevo; quando mi sono voltato, tu hai oltrepassato il punto verso cui convergono tutti i pesi da ogni direzione.
E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’e contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ‘l cui colmo consunto114
E ora sei arrivato sotto l’emisfero opposto a quello che copre le terre emerse, e sotto il cui apice culminante
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca:
tu hai i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.117
mori l’uomo che nacque e visse senza peccato: tu hai i piedi su una piccola sfera che forma l’altra faccia della Giudecca.
Qui e da man, quando di la e sera;
e questi, che ne fe scala col pelo,
fitto e ancora si come prim’era.120
Qui e mattina, quando dall’altra parte e sera; e questo essere, che ci fece da scala con il proprio pelo, e ancora conficcato come lo era prima.
Da questa parte cadde giu dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fe del mar velo,123
Da questa parte cadde giu dal cielo; e la terra, che prima sporgeva qui, per paura di lui si nascose sotto il mare,
e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lascio qui loco voto
quella ch’appar di qua, e su ricorse”.126
e passo nel nostro emisfero; e forse, per fuggirlo, quella terra che appare da questa parte lascio qui uno spazio vuoto e risali verso l’alto”.
Luogo e la giu da Belzebu remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono e noto129
C’e un luogo laggiu, lontano da Belzebu quanto si estende la sua tomba, che non si conosce per vista, ma per il suono
d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.132
di un piccolo ruscello che scende li attraverso il foro di una roccia, che ha eroso con il proprio corso a spirale, e ha una pendenza minima.
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,135
La mia guida ed io entrammo per quel cammino nascosto, per tornare nel mondo illuminato; e senza preoccuparci di riposare,
salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo;138
salimmo su, lui per primo e io secondo, finche non vidi, attraverso un’apertura circolare, alcune delle bellezze che il cielo porta con se;
e quindi uscimmo a riveder le stelle.139
e da li uscimmo a rivedere le stelle.

Riassunto

Il Canto XXXIV chiude l’Inferno con un rovesciamento strutturale e simbolico che prepara l’ascesa del Purgatorio.

Lucifero: la parodia rovesciata della Trinità

Le tre facce di Lucifero, di colori diversi, costituiscono una parodia blasfema della Santissima Trinità: dove Dio è unità perfetta in tre persone, Lucifero è disgregazione e mostruosità triplicata, incapace persino di parola articolata, ridotto a pura macchina di distruzione senza intelligenza.

Giuda, Bruto e Cassio: il tradimento dei benefattori supremi

La scelta di collocare insieme il traditore di Cristo e i due traditori di Cesare riflette la teoria politica di Dante, per cui il tradimento contro le due fondamentali istituzioni universali, Chiesa e Impero, costituisce il peccato più grave in assoluto.

Il capovolgimento fisico e il significato cosmologico

Il momento in cui Virgilio, superato il centro della Terra, inverte la direzione della salita, è insieme un prodigio fisico e un simbolo potentissimo: attraversare il punto di minima dignità dell’universo è il passaggio obbligato per iniziare la risalita verso la luce, anticipando il cammino di purificazione che caratterizzerà l’intera cantica successiva.