Canto VI

Nel cielo di Mercurio, l’imperatore Giustiniano, dopo essersi presentato e aver raccontato la propria conversione dall’eresia monofisita e la codificazione delle leggi romane, pronuncia un lungo monologo sulla storia dell’aquila imperiale romana, da Enea fino a Carlo Magno, come strumento della giustizia divina nella storia. Rimprovera duramente sia i Guelfi che i Ghibellini per aver frainteso il significato di quel simbolo, e chiude il canto ricordando la storia di Romeo di Villanova, ministro del conte di Provenza, ingiustamente calunniato e cacciato dopo aver servito fedelmente il proprio signore.

Personaggi:

Luoghi:

Secondo cielo, quello di Mercurio.

Dante, Giustiniano e Romeo di Villanova nel Canto VI del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Lo spirito che ha parlato a Dante nel canto precedente si rivela essere l’imperatore Giustiniano, che racconta brevemente la storia dell’aquila romana da Enea fino a sé stesso, e la propria vicenda personale: convertito dall’eresia monofisita, che credeva in Cristo una sola natura, dal papa Agapito, e affidate le armi al proprio generale Belisario per dedicarsi interamente alla riforma delle leggi (vv. 1-33).

Segue un’ampia rassegna storica delle imprese compiute sotto il segno dell’aquila, dai re di Roma fino a Cesare e Augusto, culminante nella missione provvidenziale dell’impero romano di preparare il mondo alla venuta di Cristo e di vendicarne, con Tito, la crocifissione (vv. 34-96). Giustiniano rimprovera duramente sia i Guelfi, che oppongono all’aquila l’emblema dei gigli di Francia, sia i Ghibellini, che se ne appropriano per la propria sola fazione, entrambi tradendo il vero significato universale del simbolo imperiale (vv. 97-111).

Il discorso si sposta poi sulla natura del cielo di Mercurio, dedicato alle anime che operarono il bene mosse anche dal desiderio di gloria terrena, la cui letizia non è comunque diminuita, poiché la giustizia divina commisura perfettamente il premio al merito (vv. 112-126). Il canto si chiude con la breve, commovente storia di Romeo di Villanova, ministro del conte Raimondo Berlinghieri di Provenza, che gli procurò quattro figlie tutte regine, ma fu ingiustamente calunniato e costretto a partire povero in vecchiaia (vv. 127-142).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguìo
dietro a l’antico che Lavina tolse,3
Dopo che Costantino spostò l’aquila imperiale contro il corso naturale del cielo (spostando la capitale a Bisanzio, verso oriente), seguendo la rotta inversa di quella che l’antico Enea portò da Lavinia (verso occidente),
cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;6
per più di duecento anni l’uccello di Dio rimase all’estremità orientale d’Europa, vicino ai monti da cui in origine era partito;
e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ‘l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.9
e sotto l’ombra delle sacre penne governò il mondo di mano in mano, cambiando successione, finché giunse fino a me.
Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.12
Fui Cesare e sono Giustiniano, che, per volere del primo amore che sento, Dio, tolsi dalle leggi ciò che era superfluo e vano.
E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;15
E prima di dedicarmi a quest’opera, credevo che in Cristo vi fosse una sola natura, non due, ed ero soddisfatto di questa fede;
ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.18
ma il benedetto papa Agapito, che fu sommo pastore, mi indirizzò con le sue parole alla fede sincera.
Io li credetti; e ciò che ‘n sua fede era,
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.21
Gli credetti; e ciò che era nella sua fede ora lo vedo chiaramente, come tu vedi in ogni affermazione ciò che è falso e ciò che è vero.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;24
Non appena mi mossi insieme alla Chiesa, piacque a Dio, per grazia, di ispirarmi la grande opera, la codificazione delle leggi, e mi dedicai interamente a essa;
e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.27
e affidai le armi al mio generale Belisario, a cui la mano destra del cielo fu talmente unita, da essere segno che io dovessi dedicarmi solo alle leggi.
Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,30
Qui ora si conclude la mia risposta alla tua prima domanda; ma la sua natura mi spinge ad aggiungere ancora qualcosa,
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone.33
perché tu veda con quanta ragione ci si muove contro il sacro segno, l’aquila imperiale, sia chi se lo appropria indebitamente sia chi vi si oppone.
Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.36
Guarda quanto valore lo ha reso degno di rispetto; e cominciò dall’ora in cui Pallante morı́ per dargli il regno.
Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.39
Tu sai che rimase ad Alba per più di trecento anni, fino a quando i tre contro tre, gli Orazi e i Curiazi, combatterono ancora per lui.
E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.42
E sai cosa fece, dal ratto delle Sabine al dolore di Lucrezia, sotto sette re, vincendo i popoli vicini tutt’intorno.
Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;45
Sai cosa fece, portato dagli illustri Romani, contro Brenno, contro Pirro, contro gli altri principi e leghe di popoli;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.48
per cui Torquato e Quinzio, chiamato così dal ciuffo di capelli trascurato, Cincinnato, i Decii e i Fabii ebbero la fama che ricordo volentieri.
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.51
Esso abbatté l’orgoglio degli Arabi, cioè i Cartaginesi, che, seguendo Annibale, attraversarono le rocce alpine da cui scende il Po.
Sott’ esso giovanetti trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ‘l qual tu nascesti parve amaro.54
Sotto di esso trionfarono ancora giovani Scipione e Pompeo; e parve amaro al colle sotto cui tu nascesti, Fiesole, rivale di Firenze.
Poi, presso al tempo che tutto ‘l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.57
Poi, vicino al tempo in cui tutto il cielo volle ricondurre il mondo alla propria serenità, Cesare, per volontà di Roma, lo prese.
E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.60
E ciò che fece dal fiume Varo fino al Reno, lo videro l’Isere, l’Aar, la Senna e ogni valle di cui il Rodano si riempie.
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.63
Ciò che fece dopo essere uscito da Ravenna e aver varcato il Rubicone fu di un volo tale che nessuna lingua né penna potrebbe seguirlo.
Inver’ la Spagna rivolse ‘l suo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.66
Rivolse il suo esercito verso la Spagna, poi verso Durazzo, e colpì a Farsaglia, tanto che se ne sentì il dolore fino al caldo Nilo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poi si riscosse.69
Rivide Antandro e il fiume Simoenta, da cui era partito Enea, e il luogo dove è sepolto Ettore; e si mosse di nuovo, male per Tolomeo.
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.72
Da lì piombò come un fulmine su Giuba; poi si volse verso il vostro occidente, dove sentiva risuonare la tromba di Pompeo.
Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.75
Di ciò che fece con il successore che seguì, Augusto, Bruto e Cassio latrano nell’inferno, e Modena e Perugia ne furono addolorate.
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.78
Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendo davanti a lui, dal serpente ricevette una morte improvvisa e atroce.
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.81
Con costui, Augusto, corse fino al Mar Rosso; con costui mise il mondo in una pace tale, che il tempio di Giano fu chiuso.
Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,84
Ma ciò che il segno che mi fa parlare aveva fatto prima, e ciò che avrebbe poi fatto, per il regno mortale a lui soggetto,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;87
diventa poco e oscuro in apparenza, se lo si guarda nelle mani del terzo Cesare, Tiberio, con occhio chiaro e affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.90
perché la giustizia vivente che mi ispira gli concesse, nelle mani di colui di cui parlo, la gloria di vendicare la sua stessa ira, la crocifissione di Cristo.
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replico:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.93
Ora meravigliati di ciò che ti ripeto: in seguito, con Tito, corse a vendicare la vendetta del peccato antico, la distruzione di Gerusalemme.
E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.96
E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar quei che ho appellati
di sopra, e’ lor mancamenti, e per che
son fatti c’han le vostre gazzarre nati.99
Ormai puoi giudicare coloro che ho chiamato in causa sopra, i Guelfi e i Ghibellini, e i loro errori, e per quale motivo sono nati i fatti che alimentano le vostre discordie.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.102
L’uno oppone al pubblico segno i gigli gialli, l’emblema francese, l’altro se ne appropria per un partito soltanto, così che è difficile vedere chi sbagli di più.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;105
Facciano i Ghibellini, facciano le loro imprese sotto un altro segno, perché segue male quello chi lo separa dalla giustizia;
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.108
e non lo abbatta questo nuovo Carlo con i suoi Guelfi, ma tema gli artigli che strapparono la pelliccia a un leone ben più grande.
Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!111
Molte volte già i figli piansero per la colpa del padre; e non si creda che Dio cambi il proprio stemma per dei gigli francesi!
Questa picciola stella si correda
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:114
Questa piccola stella, Mercurio, si adorna dei buoni spiriti che furono attivi affinché onore e fama seguissero le loro opere:
e quando li disiri poggian quivi,
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in su poggin men vivi.117
e quando i desideri si orientano lì, deviando in questo modo dal vero fine, è inevitabile che i raggi del vero amore salgano verso l’alto meno vivi.
Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.120
Ma nel commisurare le nostre ricompense al merito sta parte della nostra letizia, perché non le vediamo né minori né maggiori del dovuto.
Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.123
Per questo la giustizia vivente addolcisce in noi l’affetto a tal punto che non si può mai volgere verso alcuna malvagità.
Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.126
Voci diverse formano dolci note; così diversi seggi nella nostra vita rendono dolce armonia tra queste sfere.
E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.129
E dentro questa perla presente, il pianeta Mercurio, risplende la luce di Romeo, la cui opera grande e bella fu mal ricompensata.
Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e mal cammina
quei che si fa del ben fatto altrui.132
Ma i Provenzali che agirono contro di lui non ebbero motivo di ridere; e cammina male chi si fa del male dal bene compiuto da altri.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhieri, e ciò li fece
Romeo, persona umile e peregrina.135
Ramondo Berlinghieri ebbe quattro figlie, ciascuna divenuta regina, e questo glielo procurò Romeo, persona umile e pellegrina.
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece.138
Poi parole maligne lo indussero a chiedere conto a quest’uomo giusto, che gli rese sette e cinque per dieci, cioè molto più di quanto avesse ricevuto.
Indi partì povero e vetusto;
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,141
Da lì partì povero e vecchio; e se il mondo conoscesse il cuore che ebbe mendicando la propria vita giorno per giorno,
assai lo loda, e più lo loderebbe.142
lo loderebbe già molto, e lo loderebbe ancora di più.

Riassunto

Il Canto VI è l’unico dell’intera Commedia interamente affidato al monologo di un solo personaggio, ed è il canto politico per eccellenza della cantica.

Giustiniano e la storia dell’aquila imperiale

La rassegna storica dell’aquila romana, da Enea a Carlo Magno, presenta l’intera storia di Roma come uno strumento della provvidenza divina, culminante nella duplice funzione dell’Impero romano: preparare il mondo alla venuta di Cristo e vendicarne, con la distruzione di Gerusalemme, la crocifissione.

La condanna di Guelfi e Ghibellini

Il rimprovero di Giustiniano a entrambe le fazioni, che nella Firenze del tempo di Dante si combattevano in nome o contro l’aquila imperiale, è tra le più dirette prese di posizione politiche dell’intera opera: nessuna delle due parti comprende il vero significato universale e provvidenziale del simbolo.

Romeo di Villanova, la fedeltà tradita

La storia finale di Romeo, ministro giusto e umile calunniato e cacciato nonostante i suoi meriti, introduce nel cielo di Mercurio, dedicato a chi cercò gloria terrena insieme al bene, un tema caro a Dante: l’ingratitudine del potere verso i propri servitori più fedeli, echeggiando indirettamente la propria esperienza di esilio.