Canto XVI

Il Canto XVI conclude la visita al girone dei sodomiti con l’incontro di tre nobili fiorentini, Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci, che formano una ruota correndo e interrogano Dante sulla decadenza morale di Firenze. Il canto si chiude con un momento di grande suspense: Virgilio getta in un abisso una corda misteriosa, e dal fondo emerge nuotando una figura mostruosa, la cui identità sarà svelata solo nel canto successivo.

Personaggi:

Luoghi:

Settimo Cerchio, terzo girone, al confine con l’Ottavo Cerchio; la cascata del fiume che scende verso Malebolge.

Dante, Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci nel Canto XVI dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Avvicinandosi al bordo del Settimo Cerchio, dove si ode il rimbombo di una cascata, Dante e Virgilio sono avvicinati da tre anime che, riconoscendo dall’abito la provenienza fiorentina di Dante, si fermano a parlargli formando una ruota in perpetuo movimento, come impone la pena del girone (vv. 1-45). Sono Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci, tre nobili fiorentini di virtù civile.

Dante esprime loro rispetto e affetto, e i tre gli chiedono notizie sullo stato morale di Firenze, lamentando che la gente nuova e i guadagni improvvisi abbiano generato orgoglio e corruzione nella città (vv. 46-87). Congedandosi, chiedono a Dante di parlare di loro nel mondo dei vivi.

Proseguendo verso il bordo del cerchio, i due poeti giungono presso una cascata che scende verso l’ottavo cerchio (vv. 88-105). Virgilio chiede a Dante la corda che porta legata in vita e la getta nell’abisso come segnale (vv. 106-120). Dopo una breve riflessione sul valore profetico di quel gesto, il canto si chiude con l’apparizione, nell’aria scura sottostante, di una misteriosa figura che nuota verso l’alto: la sua identità sarà rivelata solo all’inizio del canto successivo (vv. 121-136).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,3
Ero già in un luogo da cui si udiva il rimbombo dell’acqua che cadeva nel girone successivo, simile al ronzio che fanno le arnie delle api,
quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.6
quando tre ombre insieme si staccarono, correndo, da una schiera che passava sotto la pioggia di quella aspra pena.
Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
“Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava”.9
Venivano verso di noi, e ciascuna gridava: “Fermati tu, che dall’abito sembri essere uno dei nostri corrotti concittadini”.
Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.12
Ahimè, che ferite vidi sui loro corpi, recenti e vecchie, causate dalle fiamme! Ancora mi addolora solo al ricordarle.
A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ’l viso ver’ me, e “Or aspetta”,
disse, “a costor si vuole esser cortese.15
Alle loro grida il mio maestro prestò attenzione; voltò il viso verso di me e disse: “Ora aspetta, con costoro conviene essere cortesi.
E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta”.18
E se non fosse per il fuoco proprio di questo luogo, direi che si addirebbe più a te correre verso di loro che a loro verso di te”.
Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.21
Ricominciarono, appena ci fermammo, il loro antico lamento; e quando ci furono vicini, formarono tutti e tre una ruota, correndo in cerchio.
Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,24
Come sogliono fare i lottatori nudi e unti d’olio, studiando la presa e il vantaggio, prima di colpirsi e ferirsi a vicenda,
così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continuo viaggio.27
così, roteando, ciascuno rivolgeva il volto verso di me, così che il collo faceva un percorso continuo in senso contrario ai piedi.
E “Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi”,
cominciò l’uno, “e ’l tinto aspetto e brollo,30
E uno di loro cominciò: “Se la miseria di questo luogo sabbioso rende disprezzabili noi e le nostre preghiere,
la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.33
e il nostro aspetto annerito e spelacchiato, che la nostra fama pieghi il tuo animo a dirci chi sei tu, che cammini così sicuro nell’Inferno con i piedi vivi.
Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:36
Costui, le cui orme calpesto, per quanto vada nudo e spelacchiato, fu di rango maggiore di quanto tu creda:
nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.39
fu nipote della buona Gualdrada; si chiamò Guido Guerra, e in vita fece molto sia con il senno che con la spada.
L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.42
L’altro, che dopo di me calpesta la sabbia, è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce nel mondo di sopra avrebbe dovuto essere più ascoltata.
E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”.45
E io, che sono qui in croce insieme a loro, fui Iacopo Rusticucci, e certamente la mia moglie feroce mi ha nuociuto più di ogni altra cosa”.
S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto;48
Se fossi stato protetto dal fuoco, mi sarei gettato tra loro laggiù, e credo che il mio maestro lo avrebbe permesso;
ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.51
ma poiché mi sarei bruciato e cotto, la paura vinse il mio buon desiderio, che mi rendeva bramoso di abbracciarli.
Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,54
Poi cominciai: “Non disprezzo, ma dolore mi ha fissato dentro la vostra condizione, tanto che tarderà molto a dissolversi del tutto,
tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.57
non appena questo mio signore mi disse parole per cui pensai che sarebbe venuta incontro a noi gente come voi.
Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.60
Sono della vostra città, e sempre ho ascoltato e ricordato con affetto le vostre opere e i vostri onorati nomi.
Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”.63
Lascio l’amarezza e vado verso i dolci frutti promessi dalla mia vera guida; ma prima è necessario che scenda fino al centro dell’Inferno”.
“Se lungamente l’anima conduca
le membra tue”, rispuose quelli ancora,
“e se la fama tua dopo te luca,66
“Che l’anima possa a lungo guidare le tue membra”, rispose ancora quello, “e che la tua fama risplenda dopo di te,
cortesia e valor di’ se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;69
dicci se cortesia e valore dimorano ancora nella nostra città come un tempo, o se ne sono del tutto usciti;
ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole”.72
perché Guglielmo Borsiere, che soffre con noi da poco tempo e va là con i nostri compagni, ci addolora molto con le sue parole”.
“La gente nuova e i súbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.75
“La gente nuova e i guadagni improvvisi hanno generato in te, Firenze, orgoglio e dismisura, tanto che già te ne lamenti”.
Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro come al ver si guata.78
Così gridai con il volto alzato; e i tre, che intesero questo come risposta, si guardarono l’un l’altro come si guarda di fronte a una verità.
“Se l’altre volte sì poco ti costa”,
rispuosero, “il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!81
“Se ti costa così poco soddisfare le altre volte chi ti chiede”, risposero, “sei fortunato a poter parlare così liberamente!
Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere ‘I’ fui’,84
Perciò, se scampi da questi luoghi bui e torni a rivedere le stelle, quando ti farà piacere dire ‘io fui qui’,
fa che di noi a la gente favelle”.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.87
fa’ che tu parli di noi alla gente”. Poi ruppero la ruota, e le loro gambe agili sembrarono trasformarsi in ali nel fuggire.
Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’e’ fuoro spariti;
per che al maestro parve di partirsi.90
Non si sarebbe fatto in tempo a dire un amen, che già erano scomparsi; per cui al maestro parve giusto ripartire.
Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.93
Io lo seguivo, ed eravamo appena andati un poco, quando il suono dell’acqua ci era già così vicino, che a stento saremmo riusciti a sentirci parlando.
Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima da Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,96
Come quel fiume che ha un proprio corso, prima dal Montaviso verso levante, lungo il versante sinistro dell’Appennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,99
che si chiama Acquacheta più in alto, prima di scendere nel suo letto più in basso, e che presso Forlì perde già quel nome,
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;102
rimbomba là sopra San Benedetto dell’Alpe, precipitando in un unico salto, dove dovrebbe accogliere ben più di mille persone;
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.105
così, giù da una ripa scoscesa, trovammo risuonare quell’acqua tinta di rosso, tanto che in poco tempo avrebbe offeso l’udito.
Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.108
Io avevo una corda legata intorno alla vita, con cui in passato avevo pensato di catturare la lonza dal pelo screziato.
Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.111
Dopo essermela tolta completamente, come il mio maestro mi aveva ordinato, gliela porsi arrotolata e avvolta su se stessa.
Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
gittolla giuso in quel burrato.114
Egli allora si voltò verso destra, e a una certa distanza dal bordo la gettò giù in quel burrone profondo.
“E’ pur convien che novità risponda”,
dicea fra me stesso, “al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda”.117
“È inevitabile che a questo nuovo segnale risponda qualcosa di nuovo”, pensavo tra me, “visto come il maestro lo segue con lo sguardo”.
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!120
Ah, quanto dovrebbero essere cauti gli uomini vicino a chi non vede soltanto l’azione esteriore, ma sa scrutare con intelligenza dentro i pensieri!
El disse a me: “Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.123
Egli mi disse: “Presto verrà a galla ciò che aspetto e che il tuo pensiero sta sognando; presto dovrà rivelarsi al tuo sguardo”.
Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;126
Sempre, di fronte a una verità che ha l’aspetto di una menzogna, l’uomo dovrebbe tenere chiuse le labbra finché può, perché altrimenti si vergogna senza colpa;
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,129
ma qui non posso tacere; e per i versi di questa Commedia, lettore, ti giuro, se essi non siano privi a lungo della tua benevolenza,
ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,132
che vidi, attraverso quell’aria densa e scura, venire nuotando verso l’alto una figura, meravigliosa per qualunque cuore, per quanto saldo esso sia,
sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,135
così come torna a galla chi talvolta scende in mare per sciogliere un’ancora incastrata in uno scoglio o in qualcos’altro nascosto nell’acqua,
che ’n sù si stende, e da piè si rattrappa.136
che si distende verso l’alto e ritrae le membra verso il basso.

Riassunto

Il Canto XVI bilancia il registro civile e politico con un momento di forte tensione narrativa, preparando il lettore all’incontro con la frode.

I tre fiorentini e la nostalgia di virtù civile

Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci rappresentano l’aristocrazia guelfa di virtù militare e civile che Dante rimpiange nella Firenze corrotta del proprio tempo. Come già con Brunetto Latini nel canto precedente, il giudizio morale non cancella la stima personale: Dante confessa persino il desiderio, subito represso dalla paura del fuoco, di abbracciarli.

Il misterioso segnale della corda

Il gesto di Virgilio, che getta la corda di Dante nell’abisso, è avvolto di deliberato mistero: né Dante nel momento della narrazione, né il lettore, comprendono immediatamente il significato del gesto. Questa sospensione narrativa, rara nella Commedia, crea un efficace ponte drammatico verso l’apparizione di Gerione, il mostro della frode, che darà il nome al canto successivo.

L’appello al lettore

L’invocazione diretta al lettore, con cui Dante garantisce la veridicità di quanto sta per raccontare, sottolinea l’eccezionalità di ciò che sta per essere narrato, preparando l’ingresso nella regione della frode, dove l’inganno stesso viene tematizzato anche a livello retorico.