Canto XIII

Il Canto XIII si svolge nel secondo girone del Settimo Cerchio: la selva dei suicidi, dove le anime dei violenti contro se stessi sono trasformate in alberi contorti e tormentate dalle Arpie. Spezzando un ramoscello, Dante libera la voce di Pier delle Vigne, il segretario di Federico II caduto in disgrazia per calunnia e morto suicida. Il canto prosegue con l’incontro degli scialacquatori, dilaniati da cagne nere mentre fuggono nella selva.

Personaggi:

Le Arpie, Pier delle Vigne, Lano da Siena, Iacopo da Sant’Andrea, un cespuglio-suicida fiorentino rimasto anonimo.

Luoghi:

Settimo Cerchio, secondo girone: la selva dei suicidi.

Dante, Arpie, Pier delle Vigne e Lano da Siena nel Canto XIII dell'Inferno - Divina Commedia

Argomento del canto

Ancora prima che Nesso abbia riattraversato il fiume, Dante e Virgilio entrano in un bosco fitto e privo di sentieri, dai rami nodosi e velenosi, abitato dalle Arpie che vi nidificano (vv. 1-21). Virgilio invita Dante a spezzare un ramoscello per comprendere la natura del luogo: dal ramo spezzato escono sangue e voce dolente.

È l’anima di Pier delle Vigne, che racconta la propria storia (vv. 22-108): fedele segretario e consigliere di Federico II, fu calunniato dall’invidia di corte e, disperato, si tolse la vita pur essendo innocente. Spiega inoltre il meccanismo della pena: le anime dei suicidi cadono a caso nella selva e vi germogliano come piante; al Giudizio Universale riavranno i propri corpi, ma non potranno indossarli di nuovo, e li vedranno appesi ai rami dell’albero in cui si sono trasformati.

Un rumore improvviso annuncia l’arrivo di due anime nude, inseguite da cagne nere: sono gli scialacquatori Lano da Siena e Iacopo da Sant’Andrea, violenti contro i propri beni (vv. 109-129). Uno dei due si nasconde dietro un cespuglio, che viene straziato insieme a lui dalle cagne.

Il cespuglio ferito, un fiorentino suicida rimasto anonimo, si lamenta rivolgendosi a Iacopo per essere stato usato come riparo, e racconta infine come Firenze, avendo sostituito il suo primo patrono pagano, Marte, con san Giovanni Battista, sia da allora perseguitata dalla guerra (vv. 130-151).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.3
Nesso non era ancora arrivato dall’altra parte, quando noi ci addentrammo in un bosco che non era segnato da alcun sentiero.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.6
Non vi erano fronde verdi, ma di colore scuro; non rami lisci, ma nodosi e contorti; non vi erano frutti, ma soltanto spine velenose.
Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.9
Non hanno arbusti così aspri e fitti nemmeno quelle fiere selvagge che detestano i luoghi coltivati tra la Cecina e Corneto, in Maremma.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.12
Qui fanno il nido le orribili Arpie, che scacciarono i Troiani dalle isole Strofadi con un triste presagio di sventura futura.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.15
Hanno ali larghe, colli e visi umani, piedi artigliati, e il grande ventre piumato; emettono lamenti stando sopra quegli alberi bizzarri.
E ’l buon maestro “Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone”,
mi cominciò a dire, “e sarai mentre18
E il buon maestro disse: “Prima che tu proceda oltre, sappi che ti trovi nel secondo girone”, cominciò a dirmi, “e vi resterai finché
che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone”.21
non giungerai all’orribile distesa di sabbia. Perciò guarda bene attorno a te; vedrai cose che toglierebbero credibilità alle mie stesse parole”.
Io sentia d’ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.24
Sentivo lamenti provenire da ogni direzione, ma non vedevo nessuno che li emettesse; per questo mi fermai del tutto smarrito.
Cred’ io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.27
Credo che Virgilio pensasse che io credessi che tante voci uscissero, tra quei tronchi, da persone che si nascondessero da noi.
Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi”.30
Perciò il maestro disse: “Se spezzi un ramoscello di una di queste piante, i pensieri che hai in mente si dissolveranno del tutto”.
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.33
Allora stesi un poco la mano in avanti, e colsi un ramoscello da un grande pruno; e il suo tronco gridò: “Perché mi spezzi?”.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?36
Dopo essersi tinto di sangue scuro, ricominciò a dire: “Perché mi strappi? Non hai proprio nessun sentimento di pietà?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”.39
Fummo uomini, e ora siamo diventati sterpi: la tua mano dovrebbe essere più pietosa, anche se fossimo state anime di serpenti”.
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,42
Come un ramo verde che bruci da un’estremità, e dall’altra geme e scoppietta per l’aria che ne fuoriesce,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.45
così da quella scheggia spezzata uscivano insieme parole e sangue; per cui lasciai cadere la cima del ramo, e rimasi fermo come chi ha paura.
“S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,48
“Se avesse potuto credere prima”, rispose il mio saggio maestro, “anima ferita, a ciò che ha visto solo attraverso i miei versi,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.51
non avrebbe steso la mano contro di te; ma la cosa incredibile mi indusse a spingerlo verso un’azione che pesa anche a me stesso.
Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece”.54
Ma digli chi fosti, cosicché, come forma di ammenda, egli possa rinfrescare la tua fama nel mondo di sopra, dove gli è concesso ritornare”.
E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ï un poco a ragionar m’inveschi.57
E il tronco: “Mi alletti così tanto con le tue dolci parole, che non posso tacere; e non vi dispiaccia se mi lascio un poco impigliare nel discorso.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi,60
Io sono colui che tenni entrambe le chiavi del cuore di Federico II, e che le girai, aprendo e chiudendo, con tanta dolcezza,
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al gloriòso offizio,
tanto ch’i’ ne perdei li sonni e i polsi.63
che quasi ogni altro escludevo dal suo segreto; portai una tale fedeltà al mio glorioso incarico, che ne persi il sonno e le forze vitali.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,66
La cortigiana, l’invidia, che mai distolse gli occhi impudichi dalla dimora di Cesare, morte comune e vizio delle corti,
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.69
infiammò contro di me tutti gli animi; e questi animi infiammati infiammarono a tal punto Augusto, l’imperatore, che i lieti onori si trasformarono in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.72
Il mio animo, per un gusto sdegnoso, credendo di sfuggire al disdegno tramite la morte, rese me, giusto, ingiusto verso me stesso.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.75
Per le nuove radici di quest’albero vi giuro che non ruppi mai la fedeltà verso il mio signore, che fu così degno di onore.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”.78
E se qualcuno di voi ritorna nel mondo, ristori la memoria di me, che giace ancora sotto il colpo che l’invidia le inferse”.
Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
parla, e chiedi a lui, se più ti piace”.81
Attese un poco, e poi il poeta mi disse: “Dal momento che tace, non perdere tempo; parla, e chiedigli, se ti fa piacere, altro”.
Ond’ï a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.84
Al che io gli risposi: “Chiedigli tu ancora ciò che credi possa soddisfarmi; io non potrei farlo, tanta pietà mi affligge il cuore”.
Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir prega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia87
Perciò Virgilio ricominciò: “Affinché quest’uomo faccia liberamente ciò che le tue parole richiedono, spirito imprigionato, ti piaccia ancora
di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai da tai membra si spiega”.90
dirci come l’anima si leghi a questi nodi legnosi; e dicci, se puoi, se mai qualcuna riesca a liberarsi da simili membra”.
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
“Brievemente sarà risposto a voi.93
Allora il tronco soffiò con forza, e quel vento si trasformò in questa voce: “Vi sarà risposto brevemente.
Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.96
Quando l’anima violenta si distacca dal corpo da cui essa stessa si è strappata, Minosse la manda al settimo cerchio.
Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.99
Cade nella selva, senza un luogo prestabilito; ma là dove la sorte la scaglia, lì germoglia come un chicco di farro.
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.102
Cresce in germoglio e poi in pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, procurano dolore, e a quel dolore danno sfogo.
Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.105
Come le altre anime verremo a riprendere le nostre spoglie corporee, ma non per indossarle di nuovo, poiché non è giusto riavere ciò che ci si è tolti da sé.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”.108
Le trascineremo qui, e per la triste selva saranno appesi i nostri corpi, ciascuno alla spina del proprio spirito che lo tormenta”.
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,111
Eravamo ancora in attesa presso il tronco, credendo che volesse dirci altro, quando fummo sorpresi da un rumore,
similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.114
simile a quello di chi sente avvicinarsi il cinghiale e la caccia verso la propria postazione, e ode le bestie e lo stormire dei rami.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.117
Ed ecco apparire da sinistra due anime, nude e graffiate, fuggendo con tanta forza da spezzare ogni cespuglio della selva.
Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui parea tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte120
Quella davanti gridava: “Vieni ormai, vieni, morte!”. E l’altro, a cui sembrava che tardasse troppo, gridava: “Lano, le tue gambe non furono così pronte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.123
alla battaglia del Toppo!”. E poiché forse gli mancava il fiato, si aggrovigliò insieme a un cespuglio.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.126
Dietro di loro la selva era piena di cagne nere, bramose e veloci come levrieri sciolti dal guinzaglio.
In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.129
Su quello che si era nascosto affondarono i denti, e lo dilaniarono pezzo a pezzo; poi si portarono via quelle membra sofferenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti, in vano.132
La mia guida mi prese allora per mano, e mi condusse verso il cespuglio che piangeva, invano, dalle sue ferite sanguinanti.
“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?”.135
“O Iacopo da Sant’Andrea”, diceva, “a che ti è servito farti scudo di me? Che colpa ho io della tua vita malvagia?”.
Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: “Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?”.138
Quando il maestro si fu fermato sopra di esso, disse: “Chi fosti tu, che soffi parole insieme a sangue doloroso attraverso tante ferite?”.
Ed elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,141
Ed egli a noi: “O anime che siete giunte a vedere lo scempio disonorevole che ha così staccato da me le mie fronde,
raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo144
raccoglietele ai piedi di questo triste cespuglio. Io fui della città che cambiò il proprio primo patrono, Marte, in favore di san Giovanni Battista; per questo motivo
sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,147
quel dio renderà sempre quella città triste con la propria arte guerresca; e se non fosse che sul ponte dell’Arno rimane ancora qualche traccia di lui, una sua statua,
quei cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.150
quei cittadini che in seguito la ricostruirono sulle ceneri lasciate da Attila, avrebbero lavorato invano, poiché la città sarebbe stata distrutta di nuovo.
Io fei giubbetto a me de le mie case”.151
Io feci di casa mia il patibolo a me stesso.

Riassunto

Il Canto XIII, tra i più intensi e visivamente potenti dell’Inferno, sviluppa con originalità straordinaria il tema del suicidio come violenza contro il proprio corpo e la propria natura.

La metamorfosi vegetale come contrapasso

Il suicida ha rifiutato il proprio corpo; per contrapasso, gli viene negato in eterno un corpo umano, e la sua anima è costretta in una forma vegetale, priva di movimento e di parola se non tramite la ferita. Il dettaglio per cui, dopo il Giudizio Universale, i suicidi riavranno i corpi solo per vederli appesi ai propri rami, senza poterli reindossare, è un contrapasso di rara crudeltà logica: la punizione riguarda proprio l’atto di essersi separati dal corpo.

Pier delle Vigne: la parola cortigiana come condanna

Pier delle Vigne, uomo di grande eloquenza, rispecchiata nello stile aulico e retoricamente elaborato del suo discorso, incarna il dramma del cortigiano fedele travolto dall’invidia altrui. Il suo suicidio, motivato dal voler sfuggire al disonore, lo rende paradossalmente giusto verso il proprio signore ma ingiusto verso se stesso: la sua tragedia è quella dell’uomo di corte, la cui identità dipende interamente dal favore del potere.

Gli scialacquatori e la violenza contro le cose

Lano e Iacopo da Sant’Andrea rappresentano l’altra faccia della violenza contro se stessi: non la negazione della vita, ma lo sperpero distruttivo dei propri beni, puniti con un’eterna fuga inseguiti e sbranati. Il loro dinamismo brutale e ferino contrasta volutamente con l’immobilità silenziosa dei suicidi-alberi, offrendo due immagini opposte ma complementari della stessa colpa.

Firenze e Marte: la città sotto un’ombra di guerra

Il finale, con il riferimento a Firenze che sostituì Marte con san Giovanni Battista, introduce un motivo politico caro a Dante: la città è vista come perennemente segnata dalla violenza, le guerre civili, l’esilio dello stesso poeta, a causa di questo antico tradimento religioso-simbolico.