Canto IX

Ancora nel cielo di Venere, Dante ascolta prima la profezia di Carlo Martello, poi incontra due nuove anime: Cunizza da Romano, donna dalla vita amorosa turbolenta ma ormai in pace con la propria sorte, che pronuncia dure profezie contro i signori della Marca Trevigiana; e Folchetto di Marsiglia, trovatore provenzale divenuto vescovo, che dopo aver ricordato il proprio ardente amore terreno conclude il canto con un’invettiva contro la corruzione della Curia romana, simboleggiata dal fiorino fiorentino.

Personaggi:

Dante, Beatrice, Cunizza da Romano, Folchetto di Marsiglia. Vengono inoltre nominate Raab (l’anima più luminosa del cielo di Venere) e, nel racconto di Folchetto, le grandi amanti dell’antichità: Didone (la «figlia di Belo»), Sicheo, Creusa, Fillide (la «Rodopèa») e Demofonte, ed Ercole («Alcide») con Iole.

Luoghi:

Terzo cielo, quello di Venere.

Dante, Beatrice, Cunizza e Folchetto di Marsiglia nel Canto IX del Paradiso - Divina Commedia

Argomento del canto

Il canto prosegue direttamente dal precedente: Carlo Martello, prima di allontanarsi, ha rivelato a Dante (rivolgendosi idealmente alla figlia Clemenza) gli inganni futuri che la sua discendenza subirà (vv. 1-12). Un’altra anima luminosa si avvicina a Dante: è Cunizza da Romano, sorella del tiranno Ezzelino III, che dopo aver serenamente accettato la propria fama di donna innamorata, pronuncia una serie di cupe profezie contro i signori della Marca Trevigiana (Padova, Vicenza, Treviso, Feltre) e contro il malgoverno ecclesiastico e signorile della regione (vv. 13-63).

Dante si rivolge quindi a un’altra anima particolarmente splendente, che gli spiega come in Paradiso la letizia si manifesti in luce anzichè in sorriso (vv. 64-81). L’anima si rivela essere Folchetto di Marsiglia, trovatore provenzale nato a Marsiglia e poi divenuto vescovo di Tolosa: ricorda con orgoglio, senza alcun pentimento, la passione amorosa della propria vita terrena, paragonandola a quella dei grandi amanti dell’antichità — Didone, Fillide, Ercole — e spiega che in cielo non si ricorda più la colpa ma si contempla soltanto il disegno divino che l’ha ordinata (vv. 82-108).

Folchetto indica poi a Dante un’altra anima ancora più luminosa: Raab, la meretrice biblica che aiutò Giosuè nella conquista di Gerico e che, per questo, fu la prima anima assunta in cielo dopo la Redenzione di Cristo (vv. 109-126). Il canto si chiude con una violenta invettiva di Folchetto contro Firenze, città del fiorino che corrompe la Chiesa, e contro una Curia romana ormai più dedita ai Decretali che al Vangelo, con l’auspicio che presto Roma torni libera da questa corruzione (vv. 127-142).

Testo e Parafrasi

(Clicca sulle terzine per la parafrasi)

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
che ricever dovea la sua semenza;3
Dopo che Carlo tuo, o bella Clemenza, mi ebbe informato, mi raccontò gli inganni che la sua discendenza avrebbe dovuto subire;
ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
sì ch’io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro ai vostri danni.6
ma disse: «Taci, e lascia che gli anni facciano il loro corso»; così che io non posso dire altro se non che un giusto pianto seguirà ai vostri danni.
E già la vita di quel lume santo
rivolta s’era al Sol che la rïempie
come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.9
E già la vita di quell’anima santa si era rivolta di nuovo al Sole che la colma di sé, come quel bene che basta a ogni cosa.
Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre tempie!12
Ah anime ingannate e creature empie, che allontanate i cuori da un bene così fatto, rivolgendo le vostre menti verso cose vane!
Ed ecco un altro di quelli splendori
ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.15
Ed ecco che un altro di quegli splendori si fece verso di me, e il suo desiderio di compiacermi si manifestava nel suo risplendere più intenso all’esterno.
Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.18
Gli occhi di Beatrice, che erano fissi su di me come prima, mi resero certo del suo caro consenso al mio desiderio.
«Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto», dissi, «e fammi prova
ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».21
«Deh, soddisfa presto il mio desiderio, spirito beato», dissi, «e dammi prova che io possa riflettere in te ciò che penso!».
Onde la luce che m’era ancor nova,
del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:24
Allora la luce che per me era ancora nuova, dal profondo di sé, da dove prima cantava, proseguı̀ come chi prova gioia nel fare del bene:
«In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,27
«In quella parte della terra italica corrotta che si trova tra Rialto e le sorgenti del Brenta e del Piave,
si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.30
si eleva un colle, che non sale molto in alto, da dove scese un tempo una fiaccola, Ezzelino da Romano, che arrecò alla contrada un grande assalto.
D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;33
Da una stessa radice nascemmo io ed egli: fui chiamata Cunizza, e qui risplendo perché fui vinta dalla luce di questa stella, Venere;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.36
ma perdono lietamente a me stessa la causa della mia sorte, e non me ne addoloro; cosa che forse parrebbe strana al vostro volgo.
Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,39
Di questa gioia luminosa e cara del nostro cielo, che mi è più vicina, rimase grande fama; e prima che essa muoia,
questo centesimo anno ancor s’incinqua:
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua.42
questo secolo si ripeterà ancora cinque volte: vedi dunque quanto l’uomo debba rendersi eccellente, così che un’altra vita succeda degnamente alla prima.
E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;45
E questo non lo pensa la gente presente, racchiusa tra il Tagliamento e l’Adige, né si pente ancora, pur essendo stata già punita;
ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;48
ma presto accadrà che Padova cambierà, nella palude, l’acqua che bagna Vicenza, per l’ostinazione del suo popolo contro il dovere;
e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.51
e dove il Sile e il Cagnano si incontrano, un tale signoreggia e cammina a testa alta, tanto che già si prepara la rete per catturarlo.
Piangerà Feltro ancora la difalta
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s’entrò in malta.54
Piangerà ancora Feltro il tradimento del suo empio vescovo, che sarà così vile che per un delitto simile nessuno ancora entrò a Malta.
Troppo sarebbe larga la bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,57
Sarebbe troppo grande il tino che potesse contenere il sangue ferrarese versato, e stancherebbe chi lo pesasse oncia per oncia,
che donerà questo prete cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese.60
che questo prete così cortese donerà per mostrarsi di parte; e simili doni saranno ben conformi alle usanze di quella terra.
Sù sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion buoni».63
Lassù vi sono specchi, che voi chiamate Troni, dai quali risplende a noi il giudizio di Dio; cosicché questi nostri discorsi ci sembrano opportuni».
Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com’ era davante.66
Qui si tacque; e mi fece capire che si era rivolta ad altro, tornando nella ruota in cui si era già immessa prima.
L’altra letizia, che m’era già nota
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.69
L’altra letizia, che mi era già nota come cosa cara, mi si mostrò come un fine rubino colpito dal sole.
Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista.72
Lassù si acquista splendore rallegrandosi, come qui da noi si acquista col sorriso; ma quaggiù l’ombra esteriore si oscura, quanto più la mente è triste.
«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’ esser fuia.75
«Dio vede tutto, e la tua vista si immerge in lui», dissi io, «spirito beato, così che nessun desiderio può restarti nascosto.
Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,78
Dunque la tua voce, che rallegra sempre il cielo col canto insieme a quei fuochi pii che si avvolgono di sei ali,
perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii».81
perché non soddisfa i miei desideri? Io non aspetterei la tua richiesta, se potessi entrare in te come tu entri in me».
«La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
incominciàro allor le sue parole,
«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,84
«La valle più grande in cui si spanda l’acqua», cominciarono allora le sue parole, «al di fuori di quel mare, il Mediterraneo, che circonda la terra,
tra ’ discordanti liti contra ’l sole
tanto sen va, che fa meridïano
là dove l’orizzonte pria far suole.87
tra le sue rive opposte si estende così tanto, procedendo contro il sole, da formare un meridiano là dove prima costituiva l’orizzonte.
Di quella valle fu’ io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.90
Di quella valle io fui abitante costiero, tra l’Ebro e la Magra, fiume che con breve corso separa il territorio genovese da quello toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.93
A un tramonto e a un’alba quasi uguali si trovano Bugia e la mia città natale, Marsiglia, che un tempo riscaldò il proprio porto col proprio sangue in battaglia.
Folco mi disse quella gente a cui
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s’imprenta, com’ io fé di lui;96
Folchetto mi chiamò quella gente a cui fu noto il mio nome; e questo cielo di Venere si imprime di me, come io un tempo mi imprimevo di lui, cioè del suo amore;
ché più non arse la figlia di Belo,
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al pelo;99
ché non arse d’amore più di me nemmeno la figlia di Belo, Didone, recando danno sia a Sicheo che a Creusa,
né quella Rodopëa che delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.102
né quella donna di Rodope, Fillide, che fu delusa da Demofonte, nè Ercole stesso, quando ebbe Iole racchiusa nel cuore.
Non però qui si pente, ma si ride,
non de la colpa, ch’a mente non torna,
ma del valor ch’ordinò e provide.105
Eppure qui non ci si pente, ma si sorride, non della colpa, che non torna più alla memoria, ma del disegno divino che la predispose e la previde.
Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
per che ’l mondo di sù quel di giù torna.108
Qui si contempla l’arte che orna un tale amore, e si discerne il bene per cui il mondo di lassù fa tornare a sé quello di quaggiù.
Ma perché tutte le tue voglie piene
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi convene.111
Ma perché tu porti con te tutti i desideri pienamente soddisfatti che sono nati in questa sfera, conviene che io proceda ancora oltre.
Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
che qui appresso me così scintilla
come raggio di sole in acqua mera.114
Tu vuoi sapere chi si trovi in questa luce che qui vicino a me così scintilla, come un raggio di sole in acqua limpida.
Or sappi che là entro si tranquilla
Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.117
Ora sappi che là dentro si acquieta Raab; ed essendo unita al nostro ordine, di lei si suggella il grado più alto.
Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
del trïunfo di Cristo fu assunta.120
Da questo cielo, in cui termina l’ombra proiettata dalla vostra terra, prima di ogni altra anima fu assunta al trionfo di Cristo.
Ben si convenne lei lasciar per palma
in alcun cielo de l’alta vittoria
che s’acquistò con l’una e l’altra palma,123
Ben si convenne lasciarla come trofeo in qualche cielo dell’alta vittoria che si conquistò con l’una e l’altra mano, cioè con entrambe le palme della croce,
perch’ ella favorò la prima gloria
di Iosüè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.126
perché ella favorı̀ la prima gloria di Giosuè in Terra Santa, cosa di cui il papa oggi si ricorda ben poco.
La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,129
La tua città, Firenze, che fu piantata da colui, Lucifero, che per primo volse le spalle al suo creatore, e la cui invidia è stata così pianta di lacrime,
produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.132
produce e diffonde il maledetto fiore, il fiorino, che ha traviato le pecore e gli agnelli, poiché ha reso lupo colui che doveva essere pastore.
Per questo l’Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.135
Per questo il Vangelo e i grandi dottori della Chiesa sono abbandonati, e si studiano soltanto i Decretali, tanto che lo si vede dai loro margini consumati.
A questo intende il papa e ’ cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabrïello aperse l’ali.138
A questo pensano il papa e i cardinali; i loro pensieri non vanno a Nazareth, là dove Gabriele aprı̀ le ali dell’annunciazione.
Ma Vaticano e l’altre parti elette
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro seguette,141
Ma presto il Vaticano e le altre parti elette di Roma, che sono state cimitero della milizia che seguı̀ Pietro,
tosto libere fien de l’avoltero».142
saranno presto libere da questo adulterio, cioè dalla corruzione che vi si è insediata».

Riassunto

Il Canto IX chiude la sezione del cielo di Venere intrecciando profezia politica, biografia spirituale e denuncia morale.

Cunizza da Romano: dall’amore terreno alla pace celeste

La figura di Cunizza, sorella del temuto tiranno Ezzelino III da Romano e nota per una vita sentimentale movimentata (più mariti e amanti, tra cui il trovatore Sordello), rappresenta uno dei casi più chiari in cui Dante colloca in Paradiso un’anima dalla vita terrena discussa, sottolineando come il pentimento e la grazia contino più della fama mondana: Cunizza stessa dichiara di non provarne alcun dolore.

Folchetto di Marsiglia e la conversione dell’amore

Folchetto, trovatore celebre per versi appassionati prima di farsi monaco cistercense e poi vescovo di Tolosa, offre un parallelo perfetto a Cunizza: anche lui ricorda con orgoglio, non con vergogna, il proprio ardore amoroso terreno, spiegando che in cielo si contempla l’arte divina che ha ordinato ogni cosa, non più la colpa in sé.

Raab e l’invettiva contro la Curia

La menzione di Raab, la prima anima assunta in cielo dopo la Redenzione per aver favorito la conquista della Terra Santa, introduce per contrasto la conclusione del canto: un’aspra condanna della Curia romana del tempo di Dante, più interessata al denaro (il fiorino fiorentino) e al diritto canonico (i Decretali) che al Vangelo e alla missione spirituale della Chiesa — tema che prepara le più note invettive contro la corruzione ecclesiastica dei canti successivi.