Canto XIV
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Argomento del canto
Testo e Parafrasi
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Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’le a colui, ch’era già fioco.3
Poiché l’affetto per la mia città natale mi spinse, raccolsi le foglie sparse e le restituii a quel cespuglio fiorentino, che ormai parlava con voce fioca.
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.6
Di qui giungemmo al confine dove il secondo girone si separa dal terzo, e dove si vede un’opera orribile della giustizia divina.
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.9
Per descrivere bene queste cose nuove, dico che arrivammo a una landa che non permette ad alcuna pianta di crescere sul proprio terreno.
La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.12
La dolorosa selva le fa da ghirlanda tutt’intorno, così come il fosso triste la circonda; qui fermammo i nostri passi, proprio sul bordo.
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.15
Il terreno era una sabbia arida e compatta, non diversa nella forma da quella che un tempo fu calpestata dai piedi di Catone, nel deserto libico.
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!18
O vendetta di Dio, quanto devi essere temuta da chiunque legga ciò che si manifestò ai miei occhi!
D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.21
Vidi molte greggi di anime nude che piangevano tutte assai miseramente, e sembrava fosse loro imposta una pena diversa a seconda del gruppo.
Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.24
Alcuni giacevano supini per terra, altri stavano seduti, tutti raggomitolati, e altri ancora camminavano di continuo, senza sosta.
Quella che giva ’ntorno era più molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.27
Quelli che giravano intorno erano i più numerosi, quelli che giacevano fermi al tormento erano meno, ma avevano la lingua più sciolta nel lamento.
Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.30
Sopra tutta quella distesa di sabbia cadevano lentamente larghe falde di fuoco, come cade la neve in montagna quando non c’è vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
d’India vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,33
Come Alessandro Magno vide, in quelle regioni calde dell’India, fiamme cadere intatte fino a terra sopra il suo esercito,
per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:36
per cui provvide a far calpestare il terreno dalle sue schiere, affinché il vapore infuocato si estinguesse meglio finché era isolato, prima che si propagasse:
tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.39
così scendeva quel fuoco eterno; per cui la sabbia si incendiava, come l’esca sotto l’acciarino, raddoppiando così il dolore dei dannati.
Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.42
Senza mai un momento di riposo era la danza frenetica delle misere mani, che scuotevano da sé, ora di qua ora di là, la brace ancora fresca appena caduta.
I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,45
Io cominciai: “Maestro, tu che vinci ogni cosa, tranne quei demoni ostinati che ci vennero incontro all’ingresso della porta di Dite,
chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l maturi?”.48
chi è quel grande dannato che non sembra curarsi dell’incendio, e giace sprezzante e contorto, tanto che la pioggia di fuoco non sembra affliggerlo?”.
E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto.51
E quello stesso, accortosi che io chiedevo di lui al mio maestro, gridò: “Quale fui da vivo, tale sono da morto.
Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;54
Anche se Giove stancasse il proprio fabbro Vulcano, dal quale, adirato, prese l’aguzza folgore con cui fui colpito nell’ultimo giorno della mia vita;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando ‘Buon Vulcano, aiuta, aiuta!’,57
o se stancasse tutti gli altri, a turno, nella nera fucina del Mongibello, l’Etna, gridando ‘Aiuta, aiuta, buon Vulcano!’,
sì com’el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza,
non ne potrebbe aver vendetta allegra”.60
come fece durante la battaglia di Flegra contro i Giganti, e mi colpisse con tutta la sua forza, non potrebbe comunque provare una vendetta soddisfacente”.
Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
“O Capaneo, in ciò che non s’ammorza63
Allora la mia guida parlò con una forza tale, che non l’avevo mai udito parlare così energicamente: “O Capaneo, proprio perché la tua superbia non si placa,
la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito”.66
sei punito ancora di più; nessun tormento, se non la tua stessa rabbia, sarebbe pena adeguata al tuo furore”.
Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia69
Poi si rivolse a me con espressione più serena, dicendo: “Costui fu uno dei sette re che assediarono Tebe; ebbe, e sembra tuttora avere,
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.72
disprezzo per Dio, e pare tenerlo in poco conto; ma, come gli ho detto, i suoi stessi eccessi sono la punizione più che meritata per il suo petto orgoglioso.
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.75
Ora seguimi, e sta’ attento a non mettere ancora i piedi sulla sabbia rovente; ma tieni sempre i piedi vicino al bosco”.
Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.78
Camminando in silenzio, giungemmo là dove sgorga fuori dalla selva un piccolo ruscello, il cui colore rosso ancora oggi mi fa rabbrividire al ricordo.
Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.81
Come dal Bulicame, sorgente termale di Viterbo, esce un ruscello che poi le prostitute si dividono tra loro, così quello scorreva giù per la sabbia.
Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ’n pietra, e ’ margini da lato;
onde m’accorsi che ’l passo era lici.84
Il suo fondo ed entrambe le sponde erano fatte di pietra, così come i margini laterali; per cui capii che il passaggio sicuro era proprio lì.
“Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,87
“Tra tutte le altre cose che ti ho mostrato, da quando siamo entrati per quella porta dell’Inferno la cui soglia non è negata a nessuno,
cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabil come ’l presente rusticello,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta”.90
nessuna cosa fu notata dai tuoi occhi degna quanto questo piccolo ruscello, che spegne su di sé ogni fiammella”.
Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di che largito m’avea il disio.93
Queste furono le parole della mia guida; per cui lo pregai di concedermi il nutrimento di conoscenza di cui mi aveva già acceso il desiderio.
“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.96
“In mezzo al mare si trova un paese in rovina”, disse allora, “che si chiama Creta, sotto il cui antico re il mondo fu un tempo casto, innocente.
Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.99
Vi è una montagna che un tempo fu ricca d’acqua e di vegetazione, chiamata Ida; ora è deserta come una cosa vecchia e abbandonata.
Rea la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.102
Rea la scelse un tempo come culla sicura per il proprio figlio Giove, e per nasconderlo meglio, quando piangeva, vi faceva fare grida per coprire il suo pianto.
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.105
Dentro il monte sta ritto un grande vecchio, che tiene le spalle rivolte verso Damietta, in Egitto, e guarda Roma come se fosse il proprio specchio.
La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata;108
La sua testa è fatta di oro puro, e sono di argento puro le braccia e il petto, poi è di rame fino alla biforcazione delle gambe;
da indi in giù è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più ch’in su l’altro, eretto.111
da lì in giù è interamente di ferro pregiato, tranne il piede destro, che è di terracotta; e sta più eretto su quest’ultimo che sull’altro.
Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, foran quella grotta.114
Ogni parte, tranne quella d’oro, è attraversata da una fessura da cui gocciolano lacrime, le quali, raccolte insieme, perforano quella grotta.
Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,117
Il loro corso si riversa giù in questa valle infernale; formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono giù per questo stretto canale,
infin, là dove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta”.120
fino a quando, là dove non si scende più oltre, formano il Cocito; e come sia fatto quello stagno lo vedrai tu stesso, perciò qui non se ne parla”.
E io a lui: “Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?”.123
E io a lui: “Se questo ruscello deriva così dal nostro mondo di sopra, perché appare soltanto qui, a questo margine dell’Inferno?”.
Ed elli a me: “Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,126
Ed egli a me: “Tu sai che questo luogo è di forma circolare; e per quanto tu abbia già percorso molta strada, sempre scendendo verso sinistra, verso il fondo,
non se’ ancor per tutto il cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto”.129
non hai ancora compiuto un giro completo del cerchio; per cui, se ci appare qualcosa di nuovo, non dovrebbe destare stupore sul tuo volto”.
E io ancor: “Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova”.132
E io ancora: “Maestro, dove si trovano il Flegetonte e il Lete? Perché taci riguardo al primo, e dell’altro dici che si forma da questa pioggia di lacrime”.
“In tutte tue question certo mi piaci”,
rispuose, “ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.135
“Le tue domande mi piacciono tutte, certamente”, rispose, “ma il ribollire dell’acqua rossa, il Flegetonte già visto, avrebbe dovuto già risolvere una delle due che poni.
Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa”.138
Il Lete lo vedrai, ma fuori da questa fossa infernale, là dove le anime vanno a lavarsi quando la colpa, ormai pentita, è stata rimossa, nel Purgatorio”.
Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,141
Poi disse: “Ormai è tempo di allontanarsi dal bosco; fa’ in modo di seguirmi: i margini offrono un passaggio sicuro, poiché non sono bruciati,
e sopra loro ogne vapor si spegne.142
e sopra di essi ogni vapore infuocato si spegne.
